Volentieri offriamo ai lettori questo felice estratto della Storia universale della Chiesa – Federico II, gli arabi e l’Oriente, l’Inquisizione medievale, del Card. G. Hergenröther:


[…] Né i cardinali, benché adunatisi più volte in Roma e in Perugia, mai poterono intendersi. Finalmente, i dodici elettori volsero l’animo ad un pio monaco di nome Pietro, che abitava da eremita sul monte Morrone presso Sulmona, e per mossa del cardinal decano Latino Malabranca, gli altri vi diedero il loro voto (5 luglio 1294).

I deputati del conclave trovarono nell’eletto un vecchio venerando, tutto umile e macilento, che piangendo e singhiozzando accettò l’elezione, riconoscendo in essa la mano di Dio. Carlo II re di Napoli e suo figlio Carlo Martello gli si strinsero subito ai fianchi e seppero con tali arti circuire il semplice solitario, uomo di una ingenuità infantile, senza sospetti e al tutto inesperto nelle cose del mondo, che quegli divenne, senza avvedersene, lo strumento dei loro disegni. Invitato dai cardinali a Perugia, rispose allegando i calori eccessivi della state e pregandoli, forse ad istigazione di Carlo, che venissero da lui ad Aquila sui confini  degli stati della Chiesa.

Quivi egli fu consacrato e incoronato, chiamandosi Celestino V. Ma un uomo devoto e timoroso, che paventava del consorzio degli uomini, veramente non privo di ogni coltura, ma senza conoscenza del mondo, senza dottrina sufficiente, non poteva, anche con la migliore volontà, corrispondere all’altezza della dignità pontificia; tanto più che in lui valeva maggiormente la parola del re di Napoli, già suo sovrano, che quella dei cardinali. Celestino pertanto risolveva i negozi di maggiore rilievo senza interrogare i cardinali; creò ad un tratto dodici cardinali, fra cui sei francesi e tre napoletani; rimise in vigore la legge di Gregorio X sul conclave, promosse ad arcivescovo di Lione il figlio del re di Napoli, giovane di appena ventuno anni; e distribuiva con prodiga facilità privilegi, favori, dispense, benefici. Volle ridurre i cardinali ad un tenore di vita più austero e costringere i benedettini di Monte Cassino ad accettare la regola della sua congregazione di Magella, da sé composta ed approvata da Urbano IV. Ma quando poi da re Carlo si lasciò trarre a fermare la sua residenza in Napoli, si fece chiaro che egli di suo moto proprio non mai avrebbe potuto sottrarsi alla ingerenza di quella corte. Molti di lui dicevano motteggiando: che molte cose egli faceva «per la pienezza della sua autorità» e molte più «per la pienezza della sua semplicità».

Ma egli medesimo si sentiva oppresso di un carico sopra le sue forze e temeva ben anche della propria salute eterna. Quindi, anelando alla sua cella di solitario, si dispose al cominciare  dell’avvento di commettere a tre cardinali gli affari del governo, affine di potere nella solitudine ridarsi con agio alle sue antiche devozioni. Parecchi cardinali contraddissero a ciò, fra gli altri Matteo Orsini. Il desiderio non pertanto di rinunziare alla nuova dignità facendosi ogni dì più forte, Celestino ricercò i pareri degli intendenti sulla questione, se un Papa potesse deporre il pontificato; e prese gran piacere della risposta affermativa. Senonché avuto sentore del suo divisamento, i napoletani, i monaci celestini e Carlo II s’ingegnarono presto a dissuaderlo. Egli diede loro risposte evasive, prese consiglio coi cardinali e massime con Benedetto Gaetani, dottissimo canonista, indi con una bolla dichiarò, potere il Papa rinunziare e i cardinali accettarne la rinunzia. Infine raccolto il sacro collegio, depose innanzi a loro la sua dignità di Papa, adducendo a cagione l’indegnità sua, la infermità del corpo, il desiderio di quiete e di solitudine, come pure il difetto di scienza ed il timore di macchiare la sua coscienza (13 dicembre 1294). Pietro Celestino abbandonò così il trono dei Papi e ridivenne semplice monaco[i].

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[i] Opp. ascetica, (supposte di Celestino V) ed. Telera. Neap. 1640. Dante vide nell’abdicazione di Celestino V debolezza e viltà; il Petrarca invece eroismo di virtù. Che poi il cardinale Gaetani l’avesse indotto a tale abdicazione per inganno, è pretta invenzione dei nemici. Egidio Colonna (De renunciat. Pap. c. 23) dice il contrario, e similmente Stefanesio (De abdicato Coelestin., presso il Rubeus, Bonifac. VIII [Romae 1651], p. 262) e la Vita Coelest. in Cod. armo Vat. caps. I, n. 1.


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Immagine in evidenza modificata: Le spoglie di papa Celestino V dopo la ricognizione canonica: attorno alle spalle, il pallio di papa Benedetto XVI – RuggerofilippoCC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons