di Giuliano Zoroddu

Luigi Pulci, autore fiorentino vissuto fra il 1432 e il 1484 e operante presso la corte di Lorenzo il Magnifico, viene di solito presentato unicamente confermo la definizione che ne diede il Carducci di “non credente, ma né pur ateo”. Ora, se si può certamente riscontrare nel Pulci, la cui opera principale è il poema cavalleresco Morgante, uno spirito non certo devoto, anzi a tratti dissacratorio, non si può tuttavia concordare con quella nomea di “eretico” messa in giro già a suo tempo, che fece sì che quando la morte lo colse a Padova, venisse seppellito senza le cerimonie ecclesiastiche. Tal nomea certamente si dovette anche alla discordia che contrappose il Nostro a Marsilio Ficino, invero più “mistico e “devoto” del Pulci, senza entrare ora nel merito della bontà di tal “mistica” e “devozione”.
A suo modo però, fu devoto anche il Pulci. E di questa devozione noi abbiamo traccia in alcuni passi dello stesso Morgante, ma soprattutto nella Confessione a Maria Vergine che scrisse nel 1484, anno della sua morte.
La composizione di questo testo, di oltre cento terzine, fu ispirato al Pulci dall’autore della sua conversione: fra Mariano Pomicelli da Genazzano (1450-1498). Agostiniano, avversario del Savonarola, il Pomicelli, “eccellentissimo predicatore”, secondo la testimonianza del Machiavelli, fu legatissimo alla corte medicea e attivo nella corte papale sotto Innocenzo VIII e Alessandro VI. È lui l'”angelo” menzionato nell’ultima quartina, l’angelo che Dio mandò al peccatore Pulci perché fargli “ritrattar le rime tutte quante / che non dicon secondo lo Evangelio”.
Ed appunto una ritrattazione, oltre che una professione di fede, è la Confessione di cui riportiamo alcune terzine.

Ave, Virgo Maria, di grazia plena
salve, regina, in ciel nostra avvocata,
benedetta fra l’altre, nazarena

che la porta del Ciel, per noi serrata,
apristi, onde fu salva tanta gente,
ch’era nel sen di Abram giù religata

per quel peccato del primo parente,
onde Idio prese nostra umanitate,
per unir la natura da sé absente;

e nel consiglio della Trinitate
eletta sola fusti e non fra mille,
ma fra tutte l’altre anime bëate.

In te tutte l’angeliche faville
si racceson, o Virgin glorïosa,
che raccheti i Profeti e le Sibille.

Tu se’ madre di Dio, figliuola e sposa,
coronata di Santi e di splendore;
tu se’ tutta pietà, non sol pietosa.

Però, sì come ingrato e peccatore,
a te dico mia colpa, a te confesso
e riconosco il mio passato errore,

nel tempo, ove io solo ingannai me stesso,
ché il fren della ragion sempre non regge,
da poi ch’al mio Signor non son più presso,

per non servar quella seconda legge
di ricordare il santo nome indarno,
come spesso pur fa l’umana gregge.

Però qui le mie colpe scrivo e incarno
con le lacrime miste con l’inchiostro,
ch’arien forza di far d’un torrente Arno,

acciò che ognun che passa pel tuo chiostro
a vicitare il tuo divoto altare,
leggendo, per me dica un paternostro.

Priega il tuo figlio che non voglia entrare
col suo servo in giudizio, ché nessuno
si può al conspetto suo giustificare.

Vorrei delle mie colpe esser digiuno:
non posso, e però temo la sua ira,
recordando che in tempore opportuno

la giustizia di Dio suo arco tira,
perché pur sapïenti non son gli uomini:
così la conscientia mi martira.

Quel che Idio teme sol savio si nomini:
ogni cosa ben sa chi teme Idio:
initium sapientie timor Domini.

Priega, madre pietosa, il figliuol pio,
(se il cor contrito umilïato basta)
dello eccelso raguardi il pensier mio.

Accetti la mia semplice olocausta,
che non fu tardi mai grazia divina;
e se vento contrario pur contrasta,

né posso a tempo entrar nella piscina,
porga la mano a questo infermo e dica
col santo verbo: «A tua posta cammina» […]

Oh quanti passi, oh quanti giorni ho persi,
che scriver dovea sol delle tua laude
e se a te le mie colpe tutte apersi

è perché sempre il tuo figliuol te esaude
però ch’io temo pur del suo flagello
benché spirto converso in Ciel più applaude […]

Non son per te più giovinile scuse
e però purga la tua contumazia
che le porte del Ciel non fien mai chiuse

e ricorri a Maria piena di grazia
che ti soccorra e per te prieghi, disse,
che per voi supplicare non è mai sazia […]

Perché sol mia speranza in te si fida
e se questo angel come già Tubia
con la sua santa man mi scorge e guida,
tosto teco sarò nel Ciel Maria.

Il testo integrale della Confessione si può leggere a questo link.



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