di Giuliano Zoroddu

Il 10 dicembre, infra l’ottava dell’Immacolata Concezione, non si festeggia semplicemente Maria Santissima sotto il titolo di Loreto, come recentemente “stabilito” dai modernisti, ma si fa memoria di un miracolo che è al contempo un fatto storico: ossia di come “la casa natale della Vergine, consacrata dai divini misteri, dagli Angeli fu traslata prima in Dalmazia, poi a Loreto, sedente Pontefice san Celestino V; quella stessa casa dove il Verbo si è fatto carne ed abitò in mezzo a noi” (Lettura VI del Mattutino).

A quest’Alma Casa Lauretana fu fervidamente devoto Torquato Tasso, il quale espresse più volte il desiderio di potervisi recare pellegrino durante il suo periodo di infermità mentale per  ottenere “quella medicina a la mia infermità, che non penso che da alcun altro possa essermi data”. Vi andò solamente alla fine della prigionia di Sant’Anna, il 31 ottobre 1587. Nondimeno, nella attesa tormentosa di non poter recarsi pellegrino nel celebre santuario, gli accorati accenti della sua devozione il Poeta li riversò tutti nella canzone dedicata appunto “A la beatissima Vergine di Loreto“.

Ecco, fra le tempeste e i fieri venti
Di questo grande e spazioso mare,
O santa Stella , il tuo splendor m’ha scorto,
Che illustra e scalda pur l’ umane menti,
Ove il tuo lume scintillando appare,
E porge al dubbio cor dolce conforto
In terribil procella ov’altri è morto,
E dimostra co’ raggi
I securi viaggi,
E questo lido e quello, e ‘l polo e ‘l porto
Della vita mortal ch’a pena varca,
Anzi sovente affonda.

In mezzo l’onda alma gravosa e carca
il tuo splendor m’affida, o chiara Stella;
Stella, onde nacque la serena luce;
Luce di non creato e sommo Sole;
Sol che non seppe occaso, e me rappella
teco da’ lunghi errori, e mi conduce
all’ alta rupe ov’in marmorea mole
l’umil tua casa il mondo onora e cole.
Grave di colpe e d’onte,
già veggio il sacro monte ,
talchè del peso ancor l’alma si dole ,
e sotto doppio incarco è tarda e lenta ,
nè contra il cielo imporre
superba torre a’ poggi ardisce o tenta.


Quanti diversi monti, e quale altezza
di saper vano e di possanza inferma
doglion pur invaghir i folli e gli empi!
Anima vaga, al precipizio avvezza
angelico ed umano, or ti conferma
con questi più sicuri e santi esempi ;
qui va piangendo i tuoi passati tempi,
quando con fragil possa
pensavi Olimpo ed Ossa ,
e di lagrime pie lo cor adempi:
di virtute in virtù sublime ed alta
più che di colle in colle
via qui n’estolle, e l’umiltà n’esalta.

Qui gli Angeli innalzaro il santo albergo
Che già Maria col santo Figlio accolse,
e ‘l portar sovra i nembi e sovra l’acque.
Miracol grande! a cui sollevo ed ergo
la mente, ch’altro obbietto a terra volse,
mentre da’ suoi pensier oppressa giacque.
Questo è quel monte ch’onorar ti piacque
Delle tue sante mura,
Vergine casta e pura
anzi il tuo parto, e poscia, e quando ei nacque,
Perché Atlante gl’invidi, avendo a scorno
suoi favolosi pregi,
del Re de’ regi e tuo l’umil soggiorno.


O voi, ch’in altra età le piagge apriche
e i più gelidi monti e i salsi lidi
peregrini cercaste, e ‘l mar profondo,
colossi ed altre maraviglie antiche
onde la fama avrà perpetui gridi,
sepolcri e mura allor non ebbe il mondo,
né miracolo primo, ovver secondo
A questo ch’io rimiro.
Parte fra me sospiro,
e di lagrime appena il viso inondo.
quelle fur d’ uom superbo, opre son queste,
ov’io fisso le ciglia
per maraviglia,
d’umiltà celeste.

Felici monti, onde la viva pietra
sì rozza fu recisa, e questi ancora
ov’il marmo di fuor la cinge e copre,
perché tal grazia ella dal Cielo impetra,
anzi da lei, che tutto il Cielo onora,
mentre la sua pietà rivela e scopre,
c’han via men pregio i magisteri e l’opre
di Fidia, o di chi mova
la mano ardita a prova,
e, dando vita al sasso, il ferro adopre;
e felice il color, lo stile e l’arte
del beato pittore
ch’umilia il core e move interna parte.

E tragge a rimirar la santa imago
dall’estremo Occidente a stuolo a stuolo
peregrinando con tranquilla oliva
quei che dianzi bevean l’Ibero e ‘l Tago,
e da’ regni soggetti al freddo polo
di là dall’ Istro, e da più algente riva:
e mille voti alla celeste Diva ,
che scaccia i nostri mali,
solvon gli egri mortali,
il cui pregar per grazia al cielo arriva:
e i magnanimi duci a Dio più cari
offrono argento ed auro,
Sacro tesauro a’ tuoi devoti altari.

Quinci di ricchi doni intorno splende
E di spoglie ritolte a morte avara
il tempio, e di trofei del vinto Inferno.
Gregorio ancor più adorno e bello il rende,
mentre la sua virtute in ciel prepara
alla sua gloria eterna un seggio eterno:
Gregorio, a cui già diè l’alto governo
della nave ch’ ei regge,
e delle fide gregge,
e le chiavi del cielo il Re superno;
Gregorio e buono e grande e saggio e santo,
qual vide antica Roma
colla gran soma già del grave manto.

enna che vaneggia ed erra,
r prendi in grado le cangiate rime:
e non sdegnare, ove talor t’onori
il tardo stile, ch’io nel cor t’adori,
perch’ oda in altri modi
le tue divine. lodi,
e d’angelici spirti i santi onori;
né manchi il suon, come agli accenti nostri,
all’eterna armonia
In dir María negli stellanti chiostri.

Vergine, se con labbra ancora immonde,
e di mele e d’assenzio infuse e sparse,
di lodare il tuo nome indegno io sono,
di canto in vece il pianto io chiedo e l’onde
dell’ amorose lagrime non scarse,
caro della tua grazia e santo dono,
che sovente impetrò pace e perdono.
Vagliami lagrimando
quel ch’ io sperai cantando;
vagliami de’ lamenti il mesto suono:
vedi che fra’ peccati egro rimango,
qual destrier che si volve
nell’ alta polve o nel tenace fango.

O Regina del ciel, vergine e madre,
col mio pianto mi purga ,
sì ch’ io per le risurga
dal fondo di mie colpe oscure ed adre,
e saglia ove tua gloria alfin rimiri
d’esto limo terreno
su nel sereno de lucenti giri.

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