Volentieri offriamo ai lettori questo prezioso estratto della Storia universale della Chiesa – La Chiesa educatrice nella società medievale e l’Impero carolingio (Vol. IV, Card. G. Hergenröther).


[…] I sassoni amanti di libertà ricalcitrarono con somma ostinazione al Cristianesimo non meno che alla dominazione dei franchi, per cui erano vicini pericolosi in estremo, e turbolenti. Abitavano tra le costiere del Baltico e i termini della Turingia e dell’Assia, nella Sassonia inferiore e Westfalia, nei paesi del basso Reno e del Weser fino al basso Elba e in parte al di là dell’Elba; e si dividevano in tre schiatte: westfali, ostfali e angri. Non avevano città, né re, vivevano sotto giudici e conti liberamente sceltisi, in borgate e casali distinti; si distinguevano in nobili, in liberi e schiavi: erano prodi, ma crudeli e in particolare temuti per i loro assalti e le correrie nel dominio dei franchi cristiani, dove essi diroccavano chiese, trucidavano sacerdoti e fedeli e facevano molti prigionieri, dei quali non pochi sacrificavano poi alla morte. E già tra il 695 e 696 due missionari anglosassoni, erano stati messi a morte[1]: la sorte medesima sovrastava a tutti i banditori della fede. Carlo Martello e Pipino ebbero a muovere più volte contro di loro, ma a gran pena poterono mai fermare piede stabilmente in un paese, cui laghi e fiumare, monti e foreste rendevano in molte parti impraticabile. Un annuo tributo era quindi per ordinario tutto il frutto della guerra dei franchi; ma questo veniva poi non di rado negato e dava luogo a nuove mosse e ostilità. Pipino vincitore nel 753 aveva imposto a condizione la tolleranza dei predicatori cristiani. Ma Gregorio di Utrecht e s. Lebuino (+773) non vi ebbero che qualche vantaggio, e di più i sassoni ruppero non poche volte la fede giurata[2].

 Carlomagno condusse la guerra contro i sassoni con tutto il suo nerbo e vigore. A ciò era mosso e dall’obbligo di premunire i suoi franchi contro le correrie di quel popolo, e dal diritto di necessaria difesa, da poiché l’esperienza aveva mostrato l’impossibilità che i sassoni pagani vivessero mai in pace coi franchi battezzati, massimamente posta l’infedeltà loro a tutti i trattati. Carlo si vide quindi necessitato ad una guerra di soggiogamento contro i sassoni, la quale riuscì tanto più sanguinosa, perché guerra ad un tempo di religione. I sassoni avevano in odio il Cristianesimo sì per tenacità alla loro antica religione, sì per astio e livore contro i franchi; e i franchi d’altra parte non si potevano promettere una sicura pace sino a che non li avessero soggiogati al Cristianesimo. Oltre a ciò, Carlo mirava all’unione di tutta la schiatta germanica in un solo popolo e in un sol regno – il che non era possibile ad effettuare senza la sottomissione dei sassoni – e di più intendeva alla dilatazione della Chiesa nella Germania occidentale. L’accusa quindi che Carlo Magno abbia contro ogni ragione tolta la libertà ad un popolo valoroso e impostogli di forza il Cristianesimo, è al tutto ingiusta, chi consideri il fondamento e l’origine della lotta. Ogni sovrano, che intendesse procurare sicurezza al suo popolo, avrebbe operato come lui. Perché, senza la sottomissione dei sassoni, le province orientali del regno franco sarebbero rimaste nude d’ogni difesa, anzi divenute preda di questo nemico, e il reame stesso dei franchi, sotto più deboli successori, sarebbe caduto in loro potere.

 E così poi quando i successori di Carlo trascurarono di perseguitare i normanni anche nelle loro stanze lontane, il regno franco ebbe a scontarla aspramente. Ma per essere Carlo spesso occupato e nell’Ungheria, e nell’Italia e nella Spagna, non gli fu sempre dato profittarsi interamente delle sue vittorie; e così dovette egli contentarsi più volte ad una mezza sottomissione, che lasciava però campo ai vinti di risollevarsi in capo e calpestare i trattati. Che se Carlomagno non fosse stato più che un conquistatore, certo avrebbe assai meglio appagato la propria ambizione e cupidigia nelle Spagne e nell’Alta Italia; oltreché nella Spagna anche la Chiesa bisognava d’essere protetta e dilatata. Egli poi sulle prime non usò che mezzi giusti; voleva, conforme al consiglio di Alcuino, convertire i sassoni con l’istruzione, e non altro ricercava da principio che l’ammissione di preti cristiani e la facoltà loro concessa di predicare, ed egli poi li sosteneva coi mezzi materiali. Solo poi, dopo ripetute violazioni di trattati e atti di crudeltà, egli prese a condurre la guerra con più di rigore contro i sassoni, a cagione di spaventarli per l’avvenire. E s’egli in ciò si rese colpevole di qualche atto crudele, pareva a lui quasi imposto dalle circostanze e voluto da quei medesimi che n’erano colpiti. Ad ogni modo, nessuno potrà mai con ragione fare la Chiesa mallevadrice degli atti del suo governo[iii].

 La guerra continuò, a più riprese, trentatré anni (772–804). Fino dal bel primo (772) fu diroccata l’Irmensul, o colonna d’Arminio, la quale si figuravano che sostentasse il mondo, ed era venerata come santuario nazionale[iv]: dai vinti si richiesero dodici ostaggi e la promessa, che non si opporrebbero all’entrata dei predicatori della fede. Ma indi a breve (774) i sassoni diedero la caccia ai missionari, schiantarono ogni resto del Cristianesimo e si misero da capo alle scorrerie. Ma Carlo di nuovo li vinse nel 776. E in un’assemblea dei principali ecclesiastici e secolari raccoltasi a Paderbona (nel 777) fu decretato doversi richiedere da tutti i sassoni battezzati il giuramento di mantenere fede al Cristianesimo: diversamente, i loro beni fossero confiscati. I capi dei sassoni, da Wittekindo in fuori, che si rifuggì tra i normanni, accettarono il decreto. Ma non andò molto che seguì una nuova ribellione: i sassoni corsero guastando fino a Colonia e a Fulda, sicché fu necessario trafugare quindi le reliquie di s. Bonifacio (778). Ma un esercito franco li ricacciò indietro. Anche maggior effetto ebbe la spedizione del 780. L’anno 782 altra sollevazione scoppiò ancora più violenta: dall’una parte e dall’altra s’inferocì terribilmente col ferro e col fuoco. I sassoni abbatterono le chiese, e trucidavano i preti, dei quali potevano impadronirsi. Allora Carlomagno, poiché li ebbe di nuovo forzati all’obbedienza, giudicò doversi procedere con ogni rigore, affine di prevenire altre ricadute; e per di più inasprito delle crudeltà commesse, fece a Verdun nell’anno 783 passare al filo delle spade quattro mila cinquecento ribelli. Una nuova sommossa ancora si levò, e finì del pari con la disfatta dei sassoni. I loro condottieri Wittekindo e Alboino, tra il 785 e 786, si fecero battezzare ad Attigny; e molti grandi ne seguirono l’esempio.

 Allora poterono i sacerdoti senza ostacolo adoperarsi alla conversione del popolo, e a poco a poco poté effettuarsi la spartizione delle diocesi conclusa in una dieta a Paderbona. Severe pene furono poste per la profanazione e distruzione d’una chiesa, per i sacrifici e le usanze pagane, per l’uccisione di preti e simili. Ma il fuoco dell’odio covava ancora sotto la cenere. Nel 793 scoppiò in nuove sommosse, occasionate soprattutto dall’oppressione dell’esercito franco e dalle decime ecclesiastiche. Carlo dopo violenta agitazione, trasferì una parte dei sassoni in altri paesi. Quelli che più ostinatamente prolungarono la lotta furono i sassoni nordalbingi; i quali abitavano al di là dell’Elba, nell’odierno Holstein. Così non prima dell’anno 804 il popolo sassone fu pienamente soggiogato[v]. Carlomagno consentì ai sassoni l’uguaglianza nei diritti e privilegi coi franchi, il mantenimento delle loro leggi e libertà patrie, quando non recassero un’impronta pagana, sotto la condotta di giudici e magistrati, che vi porrebbe il re, e con ciò l’esenzione dal tributo verso lo stato franco, passando solo in cambio quel tanto solito a pagarsi anche dai franchi, in pro dei vescovi e del clero. Molti sassoni si fecero allora battezzare coi loro figli, e si sottomisero ai comandi del re: ma non pochi però persistevano di soppiatto nel culto degli idoli ovvero si abbandonavano tuttavia a pratiche gentilesche; onde nuove leggi furono statuite contro i recidivi nel paganesimo. In tali ricadute Carlomagno trovava un doppio delitto di disprezzo e di disubbidienza verso Dio e poi della rottura di una pace tanto vantaggiosa, data solamente a condizione che si abbracciasse il Cristianesimo. Il rifiuto del battesimo, il bruciare i cadaveri, come usavano i pagani, il derubare chiese, il mangiar carne in giorni di digiuno, il cospirare contro il re o il Cristianesimo erano delitti, è vero, minacciati di morte; ma di rado solamente se ne eseguiva la sentenza: la confessione e le penitenze della Chiesa ne ottenevano leggermente la remissione e il perdono. Altri delitti erano puniti solo di ammende. Del resto, le condizioni furono assai miti: ai sassoni si lasciarono tutte le possessioni, il che prima non avevano fatto i germani rispetto ai vinti romani. Che se furono imposte le decime, ciò fu perché non erano da aspettarsi volontarie oblazioni in quei principii, e d’altra parte non si volevano mettere a carico dei franchi tutte le spese non piccole, necessarie per le chiese e le scuole, per gli ecclesiastici e i poveri. Di più, i sassoni furono anche affrancati dal tributo annuo al re[vi]. La quiete e la stabilità del regno franco pericolavano sino a tanto che i sassoni persistessero nell’antico loro tenore di vita e nell’odio che portavano a tutti i franchi e cristiani; massimamente che sarebbe tornato loro agevole collegarsi coi pagani slavi e danesi. L’unità adunque in religione era l’unica via di riunire stabilmente i sassoni al regno dei franchi. Onde anche la politica richiedeva che innanzi tutto si procacciasse di condurre i sassoni al battesimo; e così vi furono spesso tirati anche i più nobili per via di ricchi presenti.

 Alla conversione e all’incivilimento dei sassoni si applicarono molti pii e dotti ecclesiastici. Così l’abate Sturmio accompagnava il re nelle sue spedizioni. Willehado prete della Nortumbria, il quale nel 772 si era condotto nella Frisia e predicatovi nei luoghi consacrati dalla morte di s. Bonifacio, fu inviato da Carlo nel 779 sulle rive del Weser, ma al rompere della guerra nel 782 costretto di nuovo a riparare nella Frisia, mentre non pochi dei suoi compagni caddero martiri. Egli non poté ritornare al campo delle sue fatiche se non l’anno 785; divenne alla prima vescovo della diocesi di Brema nuovamente istituita, e tale morì nel 789[vii]. Anche s. Ludgero, nativo delle vicinanze di Utrecht, discepolo dell’abate Gregorio e del dotto Alcuino, e ordinato prete il 777, predicò da prima (787) nella Frisia orientale; e appresso nella Wesfalia, ov’egli in un luogo detto Mimigernaford (Mimigardenfort) edificò un monastero (Munster), che venne come il centro delle sue missioni. Egli, circa all’804, fu consacrato primo vescovo di Munster e passò di vita dopo un fecondo apostolato, l’anno 809. Nell’anno 798 egli aveva battezzato i sassoni orientali di presso Helmstadt e intorno all’800 fondatovi il monastero di Verden[viii].

 Paderbona, che sottostava da tempo al vescovo di Wirzburgo, ebbe nell’806 il primo suo vescovo Hathumaro, sassone educato a Wirzburgo, morto nell’8l5; a lui seguì nel vescovado Badurad. Osnabruck, fondata verosimilmente fino dal 783, ricevette a primo vescovo Wicho (Wiho) discepolo di s. Bonifacio. Anche le stazioni di Minden e di Werden, che per l’innanzi erano sotto la cura del monastero di Amorbach nell’Odenwald, ebbero vescovi, la prima Eriberto, la seconda Svitberto. A queste si aggiunsero Seligenstadt (Osterwik presso Halberstadt), poi Hildesheim, e i monasteri di Nuova Corbia (Corvei) e di Herford fondati sotto Ludovico il Pio. Insomma tra il 780 e l’814 la spartizione ecclesiastica del paese dei sassoni fu compita. Chiese e monasteri sorsero da ogni parte, mercé le liberali donazioni dei carolingi e dei grandi del loro impero[ix].

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[1] Passio ss. Ewaldorum. Beda, Hist. eccl. Angl. V, 10.

[2] Vita s. Lebuini Frisor. et Westphal. Ap. auctore Hubaldo (saec. 10). Strunck, Westphal. Sacra, ed. Giefers l. c. II. 19 s.; Pertz, Monum. Germ. hist. t. II.

[iii] Einhard., Vita Carol. Magn. c. 7. Annal. Metens. a. 753 s. Annal. Guelferbytani 769-805. Pertz l. c. Poeta Saxo, De gest. Carol. (771-814). Alcuin., Ep. 37, 80.

[iv] Jakob Grimm, Jrmenstrasse und Jrmensaule. Wien, 1815. Hagen, Jrmin. Breslau, 1817. Boelscher, De Irmini Dei natura nominisque origine. Bonnae, 1865. Einhard., Annal. a. 777, 782 s

[v] Funk, Ueber die Unterwerfung der Sachsen unter Karl d. Gr. (Schlossers Archiv. fur Gesch. u. Lit. 1833, vol. IV. p. 293 ss.). Hefele, Conciliengesch. III (2a ed.), 635 ss.

[vi] Capitulatio de partibus Saxoniae (Capitul. Regg. Franc. I, 203, ed. Pertz, Leg. I, 48). Cod. Carol. ep. 80 (Cenni, Mon. dominat. pontif. I, 465).

[vii] Vita S. Willehadi (dell’arcivescovo Ansgario nel IX secolo) presso il Mabill., Annal. Bened. vol. I, 24, § 36. Batavia sacra pag. 85. Wulf, S. Willehad, Apostel der Sachsen und Friesien. Breslau 1889. Il documento della fondazione di Brema (presso Adam. Brem, Hist. eccl. I, 10). è impugnato dall’Eckart (De reb. Franc. or. I, 722). Cfr. Erhard. Regesta Westphal. I. 84. Tamm, Die Anfange des Erzbistums Hamburg Bremen (Diss.) Jena, 1888.

[viii] Altridi (Altfridi), Vita s. Ludgeri, presso il Mabill., Acta O. S. B. IV, 289. Acta Sanctor. 5. Martii. Pertz, Mon. Germ. hist. vol. II. Behrends, Leben des hl. Ludger. Munster, 1843. Tibus, Grundungsgesch. der Stifte, Pfarreien und Kloster im Bereiche des Bistums Munster, vol. 1. Munster, 1867. Diekamp, Ueber das Konsekrationsjahr des hl. Ludgerus (Hist. Jahrbuch des Gorres Gesell. 1880, p. 281 ss.). Krimphove, Der hl. Ludgerus, Apostel des Munsterlandes. Munster 1885.

[ix] Bessen, Gesch. des Bistums Paderborn. Paderbon, 1826. Giesers, Die Anfange des Bistums Paderborn. Paderborn, 1860. Erdwini Erdmanni, Chron. episc. Osnabr. presso il Meibom., Rer. Germ. Script. vol. 1. Crecelius, Index bonorum et redituum monast. Werdin. Berol. 1864. Leuchfeld, Antiq. Halberstadii, Halberst. 1714. Sagittar., Hist. Halberstadii. Ienae, 1675. L. Niemann, Gesch. des vormaligen Bistums und der Stadt Halberstadt. Halberstadt, 1829. Ficker, Die Munsterschen Chroniken des Mittelalters. Munster, 1851. Erhard., Regesta histor. Westphal. Accedit Cod. diplom. Monast., 1847 ss.


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