di Andrea Giacobazzi

È stato recentemente dato alle stampe (settembre 2022), introdotto e curato dal prof. Giovanni Turco, il volume Filosofia del diritto pubblico – Contributi giusnaturalistici, relativo al lavoro intellettuale di Francisco Elías de Tejada, (230 pagine, Ed. Jovene, Napoli). L’opera include, dopo l’approfondita presentazione, cinque interventi del giusfilosofo spagnolo (nato a Madrid il 6 aprile 1917 e morto nella stessa città il 18 febbraio 1978), che compendiano elementi essenziali del suo pensiero.

Tanto nelle pagine redatte dal prof. Turco, quanto nelle successive vengono rappresentati sia il solco storico-intellettuale ove si iscrive la buona filosofia del diritto, sia quello opposto, frastagliato in tendenze dissolutrici, i cui frutti sono rinvenibili fino (e ancor più) ai nostri giorni. Si tratta di due genealogie contrarie, connesse a posizioni che si fondano, prima di estendersi nell’ambito sociale, nella visione dell’uomo e, in generale, della realtà.

Le cattive idee sul singolo, del resto, risultano inseparabili dalle cattive idee sui suoi rapporti. La storia della filosofia è ormai da lunghi secoli, in larghissima parte, storia della patologia filosofica: questo dato si riscontra in tutti gli ambiti e, in maniera particolare, nelle degenerazioni che il testo correttamente denuncia. È ormai impressionante l’allontanamento della vita sociale da ciò che, con una cristallina ragionevolezza, scrisse Leone XIII in quel capolavoro che fu l’Enciclica Libertas (1888): «È Dio che ha creato l’uomo socievole e lo ha posto nel consorzio dei suoi simili, affinché ciò che secondo natura desiderava e non poteva conseguire da solo, divenisse un facile acquisto vivendo in società. Perciò è necessario che la società civile, proprio in quanto società, riconosca Dio come padre e creatore suo proprio, e che tema e veneri il suo potere e la sua sovranità»[1].

L’usurpazione e la distorsione del concetto di sovranità viene evidenziata dal prof. Turco in vari passaggi, tra l’altro in riferimento alla posizione hegeliana (p. 11), bodiniana e hobbesiana (p. 23). Necessariamente viene affrontato il tema dei rapporti tra diritto e politica, mettendo in guardia dagli opposti eccessi della separazione e dell’assimilazione (p. 17), ribadendo che il Tejada vede il diritto come «lo stabilimento del giusto nella convivenza», «l’inserimento del giusto nel sociale» (p. 20). In una prospettiva connessa a quanto scritto, una ulteriore serie di importanti distinzioni vanno a chiarire diversi termini, equivocati nel loro reale significato a seguito delle devianze sviluppatesi in seno al pensiero giuridico: si pensi alla doverosa distinzione tra giuridicità e legalità (p. 35-38); oppure, riprendendo le parole del prof. Miguel Ayuso, come, sotto il profilo concettuale, sia un errore identificare la comunità politica con lo Stato (in aggiunta si trova un riferimento più esteso allo Stato moderno e alla sua crisi, p. 75-76); quasi cardine del volume è l’illustrazione e la difesa del Diritto naturale, correttamente inteso (p. 92-94) e separato dalle sue «scimmiesche imitazioni» (Tejada, p. 187): tra gli autori citati nell’introduzione riveste un ruolo non secondario il pensatore brasiliano José Pedro Galvão de Sousa. Gli argomenti qui sintetizzati assumono nel volume un ordine che li riconduce ad una trama unica, cosa non possibile in questa breve recensione.

Sviluppando, nell’ottica della dottrina tradizionale, ulteriori distinzioni tra legalismo e regime giusto, libertà astratta rivoluzionaria e libertà sociali concrete, tra Stato assorbitore della società (e liberalismo individualista) e società organica autarchicamente libera (p. 155), per Tejada assume un rilievo particolare il tema dello «Stato di diritto», da non confondersi con il concetto – assai diverso – di Stato legalista: equivoco sorto sulla scia del pensiero liberale che muove da Kant. Insomma: «L’autentico Stato di diritto […] è esattamente il contrario di quello che i liberali denominano Stato di diritto» (p. 161).

Il giusfilosofo spagnolo non lascia spazio a fraintendimenti e afferma: «Allo stato neutrale del liberalismo borghese opponiamo lo Stato missionario della Controriforma. Allo Stato liberale di diritto che ignora la giustizia preferiamo lo Stato di diritto che incarna la giustizia, una giustizia il cui fondamento ultimo è Dio» (p. 162). Da un lato la vera Cristianità (cattolica, caratterizzata dal Diritto naturale autentico), dall’altro la nascente Europa (di ispirazione protestante e liberale, destinata a cadere di errore in errore verso nuovi nefasti traguardi). Un’Europa, si badi, che progressivamente ha preso il posto dell’ordine cristiano, infranto (p. 208) teologicamente da Lutero, eticamente da Macchiavelli, politicamente da Bodin, giuridicamente da Grozio (secolarizzatore «dell’intellettualismo tomista») e da Hobbes (secolarizzatore «del volontarismo di Duns Scoto»).

L’analisi risulta ineludibilmente connessa anche alle vicende ecclesiali. Tejada affronta la crisi (p. 185) che vive il mondo cattolico, parla dell’antropocentrismo del paganesimo che «riappare nella nostra Chiesa ecumenista post-conciliare» (p. 207), fustiga quelli «che, falsando quanto affermato dal Concilio Vaticano II, hanno trasformato il nostro intransigente cattolicesimo tridentino in un ecumenismo che è solo il primo passo sulla strada che porterà, se Dio non vi pone rimedio, a un settecentesco deismo massonico» (p. 214). Se molti obietteranno, a ragione, che il problema non discende dalla contraffazione del Vaticano II, ma dalla sua applicazione, e non tanto dal suo spirito, ma dalla sua lettera, va tenuto presente che ciò che coglieva il Tejada già negli anni ’70, quasi prevedendo millimetricamente lo scempio delle varie Assisi, oggi risulta ancora arduo a comprendersi per una parte non trascurabile dello stesso mondo cosiddetto conservatore; gli va quindi riconosciuto un merito particolare.

Il libro è certamente di livello specialistico, ma caratterizzato da diversi passaggi che – pur nella loro profondità – riescono a descrivere con una certa semplicità alcune delle tappe più rilevanti del percorso intrapreso dal pensiero giuridico, tanto nelle sue componenti positive (una particolare attenzione è riservata, come accennato, al Diritto naturale «ispanico»), quanto nelle sue involuzioni. Scorrendo le pagine, al lettore del nostro tempo balzerà alla mente come molti slogan disinvoltamente usati nella quotidianità (sovranità, legalità, ecc.) nascondano una storia e un significato reale oggi (e non solo oggi) ampiamente deformati.

Amaramente, non si può non constatare cosa abbiamo perduto e cosa abbiamo trovato nel cammino degli ultimi secoli. La società, smarrita colpevolmente la grazia che la fece grande, resta ormai non solo ridotta al livello del mondo pagano, ma in una situazione forse peggiore: abbandonata la sopranatura finisce vulnerata, a lungo andare, la stessa socialità naturale dell’uomo; l’antico romano si aggrappava alla natura in assenza di grazia, l’uomo moderno  – gettato via il tesoro soprannaturale – ha finito per smarrire, con esso, anche lo scrigno naturale che lo custodiva: corruptio optimi pessima.


[1] (Leone XIII, Libertas, 1888). Cfr.: Magistero PoliticoInsegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristiano


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