di Luca Fumagalli

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Tolkien e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala il saggio delle Edizioni Radio Spada Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secoloLink all’acquisto.

Nonostante l’immensa fama raggiunta da Tolkien in tutto il mondo, sono ancora rari i contributi che indagano la dimensione politica ed economica della sua narrativa. Lo sottolinea Joseph Pearce, il quale, avendo in mente certe sgangherate disamine di taglio marxista o ecologista, lamenta come quel poco che è stato scritto sul tema «sia erroneo nelle conclusioni e all’oscuro delle finalità che Tolkien si prefiggeva. Le eccezioni che ci sono – ahimè – non fanno che confermare la regola. Ci sarebbe bisogno di uno sforzo ben maggiore in questo campo, anche perché Tolkien in persona aveva affermato, almeno implicitamente, che il rilievo politico della sua opera era secondo, per importanza, solo a quello religioso».

A Malcolm Joel Barnett va il merito di essere stato tra i primi ad affrontare la questione nel dettaglio e con competenza. In The Politics of Middle Earth, articolo apparso sulla rivista «Polity» nel 1969, Barnett, dopo aver collocato Il Signore degli Anelli accanto ai grandi romanzi politici del XX secolo, fa notare come nell’universo tolkieniano i regimi politici maggiormente influenzati dal potere degli anelli siano quelli tecnologicamente più avanzati e centralizzati (a partire da Mordor). L’analisi è nel complesso interessante, anche se non mancano scivoloni; la descrizione della Contea quale idillio primitivo e democratico è, ad esempio, poco convincente.

In The Politics of Fantasy: C. S Lewis and J. R. R. Tolkien, saggio pionieristico del 1984 firmato da Lee D. Rossi, l’autore, pur annoverando Il Signore degli Anelli tra le migliori espressioni dello sgomento di un’intera generazione nei confronti della modernità, sostiene la tesi – tutt’altro che condivisibile – che Tolkien, al pari delle sue storie, sia nel complesso una figura apolitica. 

Più interessante è The Lord of the Ring: The Mythology of Power (1992) che indaga soprattutto il giudizio del professore di Oxford sul potere e sulla sua natura. L’interessante analisi di Jane Chance coglie alcuni snodi decisivi del pensiero politico di Tolkien (in particolare le numerose analogie con quello di Michel Foucault). A difettare è piuttosto l’impostazione generale del testo, marcatamente liberal-democratica, che porta a volte a fraintendimenti e a interpretazioni al limite dell’assurdo.

Del 2007 è invece Chesterton and Tolkien as Theologians di Alison Milbank. Nonostante il titolo lasci intendere tutt’altro, il libro affronta ampiamente e con lucidità il nesso tra i due autori e la politica. Oltre a soffermarsi sul dono, il perno attorno al quale ruota l’intera economia del lengendarium tolkieniano – così come quella delle saghe nordiche a cui esso si ispira – e unico antidoto al potere distruttivo dell’Anello, la Milbank propone un intrigante accostamento tra Tolkien e il distributismo, una filosofia economica, alternativa al capitalismo e al comunismo, che teorizzava la ripartizione dei mezzi di produzione nel modo più ampio possibile fra la popolazione. Gli iniziatori furono Hilaire Belloc e G. K. Chesterton, desiderosi di applicare i principi della dottrina sociale cattolica espressi nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII.

Ad eccezione di Middle Earth and the Return of the Common Good (2018), saggio di Joshua Hren che, come il mio La società della Contea (2019), equipara il pensiero filosofico-politico di Tolkien a quello di San Tommaso d’Aquino, attualmente la disamina più approfondita della dimensione politica dell’universo tolkieniano è quella offerta da Hobbit Party (2014) di Jonathan Witt e Jay W. Richards.

Malgrado molti meriti, innanzitutto quello di raccogliere finalmente in un discorso articolato tutti i principali aspetti della filosofia politica tolkieniana, Hobbit Party soffre di varie pecche. Il testo, infatti, sin dalle prime battute tenta di annoverare Tolkien tra gli antesignani del pensiero neoconservatore (non sorprende perciò che gli autori citino come unico studio degno di nota, prima del loro, quello di John West, Celebrating Middle-Earth: The Lord of the Ring as a Defense of Western Civilization, che si muove su identici binari ideologici). Per Witt e Richards, poi, il fatto che lo scrittore inglese fosse avversario dei totalitarismi basta a fare di lui un democratico; questo nonostante numerosi indizi contrari, compresa la famosa dichiarazione contenuta in una lettera indirizzata al figlio Christopher, che, ovviamente, non si cita mai per esteso: «Le mie opinioni politiche tendono sempre più verso l’ “anarchia” (intesa filosoficamente come abolizione del controllo, non come bombaroli barbuti) o verso la monarchia “non costituzionale”» (Christopher Scarf colleziona altre citazioni simili nel suo The Ideal of Kingship in the Writings of Charles Williams, C. S. Lewis and J. R. R. Tolkien). Anche sul piano economico l’analisi non migliora. Gli autori trasformano Hobbit Party in un lungo peana a favore del libero mercato, cercando in tutti i modi, persino contro l’evidenza, di dimostrare che Tolkien era un fiero liberista, fautore dello stato minimo. Il loro approccio, figlio del pensiero neocon di Michael Novak, tuttavia non deve stupire: Witt è membro dell’Acton Institute, fucina del moderno liberalismo cattolico, e tra i ringraziamenti posti a inizio di Hobbit Party figura il nome di don Robert Sirico, autore di A difesa del mercato. Le ragioni morali della libertà economica, un volume dal titolo inequivocabile a cui Witt e Richards attingono a più riprese.

In ultimo, in aggiunta a L’ anello che non tiene (2003) di Lucio Del Corso e Paolo Pecere, merita di essere segnalato un altro interessante contributo italiano al dibattito sul pensiero politico tolkieniano; si tratta di La verità su Tolkien. Perché non era fascista e neanche ambientalista, pubblicato nel 2004. Il volume, anch’esso di stampo liberal, scritto a quattro mani da Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro, ha il pregio di fare un po’ di chiarezza in mezzo ai tanti pregiudizi che hanno caratterizzato il dibattito sulle opere del professore di Oxford in Italia e di dedicare un intero capitolo al legame tra la cultura feudale del Medioevo e la Terra di Mezzo.


Fonte: L. FUMAGALLI, La società della Contea. Appunti sulla filosofia politica di J. R. R. Tolkien, NovaEuropa Edizioni, 2019.



Seguite Radio Spada su:


Fonte immagine: https://medium.com/belover/did-j-r-r-tolkien-believe-in-reincarnation-7cc75780040