di Guido Ferro Canale, avvocato ed esperto di diritto canonico

La correttezza del latino della Declaratio è stata impugnata da più parti, ma il punto di riferimento in materia sembra quest’articolo; ne ho ripreso la struttura in forma di note in calce ai vari paragrafi della Declaratio, ho sintetizzato in italiano i singoli rilievi per comodità del lettore e a ciascuno ho fatto subito seguire la mia risposta. Anticipo comunque subito il risultato complessivo: l’unico vero errore  sta nell’ormai celeberrima concordanza ministerio… commissum, per il resto abbiamo solo qualche scelta lessicale discutibile e diversi usi o costrutti tipici del latino cristiano.

Fratres carissimi

Non solum propter tres canonizationes (1) ad hoc Consistorium (2) vos convocavi (3), sed etiam ut vobis (4) decisionem (5) magni momenti pro Ecclesiae vita (6) communicem (7). Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata (8) ad cognitionem certam (9) perveni (10) vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse (11) ad munus Petrinum aeque (12) administrandum.

(1) Si considera propter inappropriato, perché implicherebbe che gli atti di canonizzazione (che sono decisioni spettanti al Papa) non possono essere portati a termine senza il loro intervento o che essi sono stati convocati “per onorare” tali atti (?), mentre se lo scopo della riunione fosse il loro semplice annuncio il costrutto corretto sarebbe in + accusativo con valore finale.

Premesso che propter + accusativo esprime un complemento di causa, va osservato che i Cardinali sono chiamati ad esprimere il loro parere circa l’opportunità di procedere alle canonizzazioni in programma; una volta ciò avveniva nello stesso Concistoro, mentre adesso si esprimono in precedenza, individualmente, per lettera. Nel Concistoro si dà atto di questi pareri favorevoli già espressi e si pubblica il decreto di canonizzazione; in questo senso è esatto che esso non può essere portato a termine se non in presenza dei Cardinali, perché la decisione spetta bensì al Papa, che potrebbe anche prescindere da qualunque loro concorso , però la procedura prevede che li coinvolga e che l’annuncio della canonizzazione avvenga in questa forma. (Cfr., a conferma, il Libretto delle celebrazioni del Concistoro del 18 febbraio 2012: purtroppo il sito dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie non riporta quello dell’11 febbraio 2013). Semmai, quindi, bisognerebbe discutere se sia più corretto usare il complemento di causa o quello di fine (nessuno dei quali, peraltro va espresso con in + accusativo). Ma siccome, nel momento in cui convoca il Concistoro, il Papa ha già deciso – anche sulla scorta dei pareri – la canonizzazione, id est, questa volontà pontificia già maturata, è in effetti la causa della riunione dei Cardinali, perché la precede nel tempo, e non il suo fine.

(2) Consistorium sarebbe propriamente il luogo dove si tiene la riunione (e non la riunione stessa, anche se forse la prassi della Curia impiega il termine in tal senso), quindi bisognerebbe usare lo stato in luogo: in hoc consistorio.

Questo può essere vero per il latino classio, ma in diritto canonico Consistorium è precisamente il nome delle riunioni solenni dei Cardinali, cfr. can. 353 e l’annuncio del Concistoro 11 febbraio 2013. Mi sia dato aggiungere, comunque, che prima di elencare il preteso errore come tale sarebbe stato opportuno informarsi sulla prassi della Curia, che dopotutto potrebbe configurare sia un uso linguistico sia un uso normativo.

(3) Poiché si sta riferendo ad un atto ufficiale come la convocazione, il Papa dovrebbe usare il plurale maiestatico: convocavimus.

Questo non può essere un errore, semmai una scelta personale. Certo, è vero che, mentre la rinuncia è un atto del Papa in quanto persona, che proprio in tal modo cessa di essere Papa, tutti gli atti precedenti sono espressione dell’ufficio papale ad ogni effetto; avrebbe quindi avuto senso alternare il singolare e il plurale. Benedetto, però, ha scelto di marcare in modo netto la differenza tra la fase precedente del Concistoro – in cui dovrebbe aver usato il “noi”, seguendo lo stesso rituale del 18 febbraio 2012: uso il condizionale solo perché non trovo il libretto dell’11 febbraio 2013 – e quella in cui annuncia “una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”, quindi consona alla sede concistoriale, ma che riguarda la sua persona. Si può discutere sulla scelta, ma non al punto di trasformarla nell’errore che non è.

(4) Communico non regge il dativo, ma cum + ablativo, quindi si dovrebbe scrivere vobiscum anziché vobis.

È vero che communico nel significato di “comunicare con / a qualcuno” si costruisce per lo più con cum + ablativo. Il verbo, tuttavia, può reggere anche il dativo, quando ha il significato di “prendere parte a qualcosa” o di “rendere partecipe qualcuno di qualcosa”: si tratta di una costruzione molto comune, tanto che è poi passata all’italiano (“comunicare a qualcuno”),[1] e dà vita all’uso, caratteristico del latino cristiano, di communico + dativo della persona, senza un oggetto espresso, per dire “essere in comunione con qualcuno”.[2] Soprattutto, già nella latinità tarda la costruzione con accusativo della cosa e dativo della persona, sebbene più rara di cum + ablativo, è usata  per “rendere partecipe” nel senso di “mettere a parte, dire, riferire”, specialmente presso gli autori cristiani.[3] Quindi vobis in questo caso va bensì considerato un dativo, ma retto proprio da communico. Il costrutto è più raro e forse sarebbe stato preferibile quello più comune, ma non può dirsi erroneo.

(5) Il termine corretto dovrebbe essere consilium, non decisio, che in latino è semmai l’atto di assumere una decisione, quindi non si adatta alla comunicazione di una che già sia stata assunta.               

Di nuovo un problema di scarsa conoscenza del lessico giuridico: in diritto canonico consilium ha un significato specifico, indica (sempre e solo) il “parere” che deve essere chiesto nell’ambito di un procedimento amministrativo, mentre decisio è un provvedimento finale, precisamente quella manifestazione di volontà che deve essere motivata (cfr. cann. 48 e 51). La rinuncia di Benedetto, beninteso, è e non è un atto amministrativo: non lo è, perché non costituisce esercizio della potestà ma appunto rinuncia alla potestà; lo è, invece, quanto alla scelta di rinunciare, che è e viene presentata appunto come una “decisione”, in senso tecnico canonico, sul modo migliore di provvedere alle necessità della Chiesa in una data situazione. Il termine decisio è, quindi. perfettamente appropriato.

(6) Si dovrebbe usare Ecclesiae vitae, senza pro, da intendersi come dativo di relazione o di possesso.

Pro Ecclesiae vita” può esprimere entrambi i significati, ma riduce l’ambiguità perché, rispetto al dativo, è più netta la sua connotazione come complemento di vantaggio.


(7) Siccome sta ancora parlando come Papa dovrebbe usare il plurale: communicemus.

Vedi sopra (n. 3).

(8) Exploro, in latino, si riferisce ad un’esplorazione in senso geografico o militare, non si riferisce mai alle cose dello spirito.

È vero che Conscientiam explorare non sembra attestato nel Thesaurus linguae Latinae, sotto nessuno dei due vocaboli (e che in S. Tommaso d’Aquino compare, ma ha un senso diverso);[4] lo trovo tuttavia, con il significato di “fare l’esame di coscienza”, in più di un autore seicentesco.[5] Comunque, personalmente non vedo nulla di sbagliato nell’espressione, sia perché la coscienza, cristianamente intesa, ben può essere considerata un luogo metaforico che si esplora in cerca della volontà di Dio; sia soprattutto perché exploro, oltre al significato tecnico-militare, esprime anche il senso di “conoscere, scoprire mediante un’indagine”,[6] che si estende a realtà incorporee come la volontà o le scienze;[7] anzi, è anche sinonimo di “deliberare”.[8] Soprattutto, si usa per “ricercare la volontà degli dei”, riferendosi alla consultazione degli oracoli o alle pratiche divinatorie: plurimi esempi in Valerio Massimo.[9] Un cristiano ricerca la volontà di Dio pregando e meditando sul da farsi; non stupisce quindi che S. Antonio di Padova abbia potuto usare exploro nel senso di “faccio l’esame di coscienza”.[10]

(9) Non si dovrebbe dire ad cognitionem perveni, ma nunc bene cognosco quod.

A parte il fatto che cognosco reggerebbe l’infinito e non quod, quisfugge che, dopo aver descritto il proprio dibattito interiore come un processo, usando oltretutto il verbo explorare, che evoca immediatamente un moto a luogo, è del tutto naturale rendere il risultato come il termine di questo stesso moto.

(10) Comunque, pervenio può significar “conseguire”, ma non “arrivare” in questioni che hanno a che fare con la verità; peraltro, la coscienza è fonte di certezza morale, ma non di conoscenza.

Pervenire ad cognitionem gode di ampie attestazioni nel latino filosofico – e non solo, anche tra i teologi e, punto ancor più importante, nella Vulgata[11] – soprattutto quando si tratta di indicare il termine di un processo di ricerca. Ma soprattutto, mi sembra che sfugga il carattere essenzialmente morale del problema che Benedetto si stava ponendo, cioè se le sue forze dovessero considerarsi sufficienti o se al contrario avesse il dovere (appunto morale) di rinunciare.

(11) La subordinata dovrebbe essere riscritta come quod vires mihi ingravescente aetate non iam aptae sunt, dunque con quod + indicativo e l’enfatico dativo di possesso mihi invece dell’aggettivo meus, perché la forza di cui si parla è intrinseca al soggetto ed alla sua stessa costituzione fisica, non un dato esterno qualsiasi.

La forma più corretta, al contrario, è proprio l’accusativo + infinito[12] e sorprende che se ne discosti proprio una critica che sembra così ancorata a parametri di classicità linguistica, dato che  quod + indicativo si fa comune solo a partire dal IV sec. L’aggettivo meus, usato in latino assai più raramente che in italiano, è enfatico almeno quanto il dativo di possesso.

(12) L’avverbio aeque è inappropriato, si dovrebbero usare apte o recte.

Si tratta indubbiamente di un avverbio inatteso e, di primo acchito, si potrebbe concordare con l’osservazione. Qualcuno ha suggerito che aeque indichi che il Papa non si senta più in grado di esercitare l’ufficio “con imparzialità”, ossia appunto “in modo equo”. Personalmente, però, ritengo che ci troviamo di fronte ad un significato molto più profondo: aequum, in diritto canonico, è (nel senso fondamentale in termini logici) “ciò che è richiesto dal diritto divino”, quindi aeque vale “nel modo richiesto dal diritto divino”. In altre parole, Benedetto sta qui anticipando la frase successiva e indica, implicitamente, che la debolezza delle forze minaccia anche quel nucleo di doveri che il Papa non può delegare ad altri, ma cui è tenuto ad assolvere di persona.

Bene conscius sum (1) hoc munus secundum suam (2) essentiam spiritualem non solum agendo (3) et loquendo exsequi (4) debere (5), sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis (6) rapidis mutationibus subiecto (7) et (8) quaestionibus magni [ponderis] (9) pro vita fidei (10) perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium (11) etiam vigor quidam corporis et animae (12) necessarius est, …

(1) L’uso di conscius per riferirsi alla conoscenza di sé stesso – una rara peculiarità del poeta Terenzio – richiede che questo riferimento sia specificato con l’aggiunta del dativo: mihi conscius.

Mi limito a dire che l’uso riflessivo di conscius non è in alcun modo raro, né tipico di Terenzio in particolare, e che il Thesaurus linguae Latinae, ad vocem, lo registra bensì sotto sibi conscius, ma nota che spesso il sibi viene omesso.

(2) Suus, in latino, si riferisce sempre e solo al soggetto grammaticale della frase, quindi si dovrebbe usare eius; inoltre, invece di essentia sarebbe più indicato natura, trattandosi qui dell’essere come principio dell’azione.

Tralascio il problema relativo alla distinzione tra natura ed essentia, che mi sembra una questione filosofica del tutto estranea al testo (non mi pare però che Benedetto parli qui dell’essenza come principio di azione, semmai che si stia implicitamente contrapponendo ad una concezione “attivista” dell’ufficio ecclesiastico e papale in specie; non vi è dubbio che il concetto giusto di qualcosa sia la essentia). Invece, è vero che suus si riferisce sempre al soggetto della frase… ma il soggetto è proprio munus. La stessa critica, in effetti, se ne accorge poco più avanti (nt. 4).


(3) Agendo si riferisce ad ogni tipo di azione, anche spirituale e non solo materiale, quindi include loquendo; forse si intendeva distinguere tra scrivere e parlare?

Nessun dubbio che il campo semantico di ago sia amplissimo e comprenda anche il parlare, ma esiste un significato più specifico, “trattare un affare / affari in generale nell’ambito di un pubblico ufficio”,[13] che si presta benissimo a ricomprendere tutta l’attività di governo e a distinguerla da quella magisteriale, esemplificata dai discorsi (nel CIC, questo significato sembra inteso ai cann. 133 §1, 428 §2 e 455); in alternativa, si può anche pensare che agendo significhi “agire” e riassuma tutti gli impegni che richiedono al Pontefice un’attività materiale, come i viaggi etc. In entrambi i casi, appunto perché ago è un verbo così generico, nulla vieta che il suo significato sia determinato meglio mediante distinzioni.

(4) Exsequi si riferisce al compimento di un lavoro, ma il soggetto è munus, che non è un lavoro, bensì una carica; sarebbe più adatto geri.

Mi ha preoccupato molto di più, semmai, il fatto che exsequor sia un verbo deponente, dotato cioè di forma passiva ma significato attivo, e che perciò exsequi non potesse significare “essere eseguito”, ma soltanto “eseguire”. Non vi è tuttavia dubbio che esso possa riferirsi anche ai compiti propri di una carica. Anzi, l’uso con valore passivo è attestato soprattutto nel linguaggio giuridico e in contesti relativi proprio all’esecuzione di un compito preciso o di un dovere legale.[14] Siamo, quindi, di fronte ad un impiego perfettamente appropriato – anche se non comune – di exsequor.

(5) Debeo indica l’essere debitore di qualcuno, mentre qui si tratta di una doverosità di altro genere, da esprimersi semmai con oportere (“essere appropriato, opportuno”).

Debeo ha senz’altro “essere debitore di qualcuno” come primo significato, ma – a parte il rilievo che il Papa ha debiti di stretta giustizia, quanto all’esecuzione dell’ufficio, sia verso gli uomini sia verso Dio – è ben attestato anche quello di “dovere”, in senso ampio ma comunque più forte di oportere da cui, dopotutto, deriva “opportuno” (in ambito canonico, cfr. cann. 1507 §1 e soprattutto 1651 (“sententiam ipsam exsecutioni mandari debere”). Più precisamente, debeo seguito da un’infinitiva indica sia la necessità ineludibile,[15] sia il dovere giuridico morale e/o sociale,[16] mentre non si usa mai per “essere debitore di”. E tanto mi pare che basti.

(6) Tempus si riferisce alle stagioni; se si voleva dire “nel mondo contemporaneo”, si sarebbe dovuto optare per in saeculo nostro.

 A legittimare quest’uso di tempus in ambito ecclesiastico post-conciliare basterebbe il titolo della Gaudium et Spes su “la Chiesa nel mondo contemporaneo”: “Constitutio pastoralis de Ecclesia in mundo huius temporis”. Inoltre, che tempus designi le stagioni è indubbio, ma indica anche le ore e più in generale ogni “momento di tempo”, incluso il presente, come nelle ben note espressioni “nostro tempore” e “temporibus illis”; anzi, per traslato, è anche il momento propizio per qualcosa,[17] le circostanze[18] o anche le disavventure.[19] Mundus nel senso nell’insieme degli uomini che abitano questo mondo è ben attestato già presso gli autori pagani[20] e più ancora presso i cristiani.[21]

(7) Rapidus si usa per i cambiamenti affrettati o precipitosi, quindi non corrisponde alla realtà storica; sarebbe inoltre più corretto il genitivo di qualità anziché il dativo di relazione retto da subiecto, quindi si dovrebbe dire velocium o celerium mutationum.

Che la società, soprattutto oggi, vada soggetta a mutamenti improvvisi e precipitosi (anzi, precipitati) mi sembra, francamente, di tutta evidenza. Usare il genitivo di qualità significherebbe, però, predicare che essi sono connaturati alla società stessa e sarebbe a dir poco azzardato.

(8) Eliminato subiecto come da nt. 7, questa congiunzione si potrebbe omettere.

V. sopra.


(9) Magnus significa “di grande valore”, decisamente inadatto ai problemi sollevati dall’incredulità contemporanea; bisognerebbe semmai concordarlo con quaestionibus o scrivere magni momenti. Tuttavia l’aggettivo può essere mantenuto perché appare tipico dello stile ratzingeriano.

Magnus – che in sé esprime una generica idea di “grandezza”, senza riferimenti specifici al valore – non è isolato, ma rientra in un genitivo di qualità: “magni ponderis”, questioni “di grande importanza”, lo stesso senso del proposto magni momenti.[22] E chi può negare che esse siano tali?

(10) Si dovrebbe usare il dativo di relazione: fidei vitae o fidei.

Pro seguita da ablativo, che qui certamente non può esprimere un complemento di vantaggio, possiede però sia un valore finale o consecutivo[23] sia, soprattutto nel latino cristiano, un rapporto di semplice relazione.[24] Entrambi si addicono al passo.

(11) In latino, l’oggetto precede il verbo, non viceversa, quindi si dovrebbe dire Evengelium annuntiandum.

Qui e altrove, la critica sembra considerare inderogabile la regola stilistica secondo cui il verbo, in latino, occupa generalmente la fine della frase (e il gerundivo del complemento). Ma così facendo ne fraintende il senso: “La costruzione retorico-stilistica […] pone in principio della proposizione la parola che è considerata di maggiore importanza; alla fine della proposizione la parola che ha il secondo grado di importanza.”. Di solito, saranno rispettivamente il soggetto e il verbo… ma è chiaro che non può esservi una regola fissa al riguardo e che tutto dipende da cosa, in concreto, l’autore voglia mettere in rilievo. “Così, ad es., nella proposizione: ‘Catone in vecchiaia fu studiosissimo delle lettere’, il concetto più importante è quello delle lettere; il concetto che ha il secondo grado di importanza è quello di vecchio (che contrasta con l’oggetto studiato), e perciò il latino dirà: Litterarum Cato perstudiosus fuit in senectute.”. E. Bignami, Manuale di stile latino, Milano 1968, pagg. 156-7 (se invece, aggiungo io, si fosse voluto mettere in risalto l’impegno profuso a dispetto dell’età, si sarebbe scritto “Perstudiosus litterarum fuit Cato in senectute”).[25]

In questo caso abbiamo una costruzione chiastica: “ad navem… gubernandam” / “ad annuntiandum Evangelium”, che mette in rilievo il termine “Evangelium” collocandolo a fine membro, cioè in un punto dove la voce dovrebbe fare una pausa; non si tratta, quindi, di trascuratezza, ma di scelta stilistica ben precisa.[26] A conferma, si noti che i due termini del chiasmo riprendono, rispettivamente, i “rapidi mutamenti” (che richiedono una mano robusta sul timone) e le questioni di gran peso per la vita della fede; ci si può chiedere se il parallelismo non prosegua con “vigor corporis et animae”, dove anima sarebbe allora l’intelletto (o animus: v. oltre).

(12) Qui ovviamente non si tratta dell’anima in senso filosofico, ma della psiche o comunque dell’animo, e bisognerebbe appunto scrivere animi.

Anima è il principio della vita, comune agli uomini e agli animali; animus è la parte migliore di noi, che intende, vuole e sente (anima, spirito, coraggio, cuore, sentimento, ecc.). La prima è mortale, la seconda è immortale. [In nota: Cfr. il grammatico Nonio: ‘Animus est quo sapimus, anima qua vivimus‘. Non sembra tuttavia che gli scrittori abbiano sempre rispettato il significato dei due termini.] Solo nell’età del cristianesimo si usò anima nel senso di animus” [E. Bignami, op.cit., pagg. 28-9].

Abbiamo, quindi, due possibilità: o il Papa intende anima come gli autori cristiani, quindi nel senso di animus, oppure sta parlando di un affievolirsi delle energie vitali, e non semplicemente corporee in senso stretto (nel qual caso “vigor corporis et animae” è comunque quasi un’endiadi).

qui ultimis (1) mensibus in me modo tali minuitur (2), ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum (3) agnoscere debeam (4). Quapropter bene conscius (5) ponderis huius actus plena libertate (6) declaro (7) me ministerio (8) Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium (9) die 19 aprilis MMV commisso (10) renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae (11), sedes Sancti Petri vacet et (12) Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.

(1) Ultimus, in latino, non significa “il più recente”, si dovrebbe usare praecedentibus o his praeteritis mensibus.

Nessun dubbio che ultimus designi, in senso temporale, principalmente ciò che è più lontano o antico; si sarebbe tentati di pensare ad un senso qualitativo, diffusamente attestato, e che quindi nel testo esso indichi “questi” mesi, i più recenti, come “i peggiori”. Tuttavia, proprio rispetto ai mesi è attestato l’uso di ultimus per indicarne la parte finale o più recente (cfr. Forcellini, ad vocem); ultimus mensis è poi, già in Macrobio, l’ultimo mese dell’anno;[27] da questi dati si è sviluppato l’uso posteriore di “ultimis mensibus” come “gli ultimi di un periodo”[28] e di “ultimo mense” nel senso di “il mese scorso”, passato poi addirittura nella corrispondenza formale e commerciale di lingua inglese, dove i nostri “u.s.”, “c.m.” e “p.v.” sono, o sono stati fino a tempi recenti, “ult.” (ultimo mense), “inst.” (instante mense) e “prox.” (proximo mense). “Ultimis mensibus” potrà dunque essere “disinvolto”, come lo ha definito Luciano Canfora, ma non direi che sia scorretto, soprattutto se all’accezione temporale si associa almeno una sfumatura qualitativa, che mi sembra addirittura richiesta dal contesto immediato: questi mesi “ultimi”, a quanto egli stesso ci sta dicendo, sono stati anche “i peggiori” per Benedetto XVI sotto il profilo dell’energia e del rendimento.

(2) Siccome ci si sta riferendo ad una diminuzione iniziata nel passato e ancora in corso, il tempo verbale corretto non è il presente, ma l’imperfetto minuebatur

In latino come in italiano, l’imperfetto si usa per un’azione prolungata sì, ma che si è conclusa nel passato; in questo caso è appropriato il presente, che ha valore durativo (“continua a diminuire”).

(3) Non ha senso dire che si “amministra un ministero”, il verbo corretto dovrebbe essere gerere. Inoltre, incapacitatem andrebbe costruito come capax, quindi con un infinito o con il genitivo del gerundio o del gerundivo (es. incapacitatem ministerii mihi commissi bene gerendi).

Ministerium administrare, al contrario, è una figura etimologica, visto che il verbo deriva proprio dal sostantivo; qui indica dunque, con una certa efficacia, l’incapacità di fare ciò che la natura stessa del ministerium richiede (a prescindere da quale significato si voglia attribuire a quest’ultimo termine). La costruzione di capax con ad + accusativo, benché assai meno comune delle alternative suggerite da Bugnolo, compare già in Ovidio e in diversi autori cristiani;[29] inoltre, siccome ad esprime anche il complemento di fine, il suo impiego in questa sede rafforza l’idea che si è titolari di un ufficio per poter giovare agli altri.

(4) Siccome il testo annuncia una decisione già presa, è incongruo usare “debbo riconoscere” al presente (sarebbe preferibile qualcosa come iustum fuerit).

La decisione, intesa come atto mentale, è già stata assunta e il latino è molto più rigoroso dell’italiano quanto all’anteriorità cronologica, ma, siccome l’atto giuridico della rinuncia si perfeziona solo nel momento in cui viene portato a conoscenza dell’autorità che deve provvedere ad eleggere il successore (cfr. can. 189 §1), non è scorretto usare il presente.

(5) Conscius dovrebbe essere accompagnato da mihi e preceduto, non seguito, dal genitivo ponderis huius actus.

Su mihi conscius vale quanto già detto. Porre il genitivo prima del nome cui si riferisce è una regola stilistica, non sintattica, e derogabile esattamente come quella sulla posizione del verbo (tanto più che c’è un’ottima ragione, oserei dire intuitiva, per mettere in rilievo “huius actus” ponendolo in posizione enfatica).

(6) Non c’è motivo di dire “dichiaro di rinunciare” anziché “rinuncio”, e la piena libertà (che si presume) andrebbe riferita comunque alla decisione, non alla dichiarazione.

Si può benissimo essere costretti a fare una dichiarazione di rinuncia, quindi a contrario ha senso riferire ad essa la libertà. Inoltre, proprio con l’esternazione essa diventa un atto giuridico ed acquista efficacia (salva la possibilità, come in questo caso è avvenuto, di differirne gli effetti tipici ad un momento successivo).

(7) Il verbo declaro, se mantenuto, dovrebbe introdurre una frase relativa alle intenzioni, non il vero e proprio atto di rinuncia.

Niente affatto, la dichiarazione è proprio un atto giuridico.


(8) Per la validità sarebbe necessario munus.

Di ciò altrove.

(9) Il munus e il ministerium petrini non vengono “affidati” al Papa, egli li riceve come parte della successione petrina nel momento in cui dichiara di accettare l’elezione. Quindi bisognerebbe scrivere “in successione Petrina”.

I Cardinali designano la persona cui Cristo, all’accettazione, conferisce l’ufficio e in questo senso è per loro tramite che l’ufficio viene trasmesso, quasi “passato di mano in mano” (per manus esprime appunto il moto per luogo o il complemento di mezzo, non di agente).


(10) Si dovrebbe invece dire a me accepto o a me recepto.

Vedi sopra, nt. 9.


(11) Questa frase è corretta, ma nessuno se ne sarebbe potuto accorgere: è il modo usuale a Roma per indicare il fuso orario locale in latino.

E dunque l’errore dove starebbe?


(12) Qui si dovrebbe passare al plurale maiestatico, et declaramus; ma l’uomo che ha appena rinunciato al Papato non ha alcuna autorità per convocare un Conclave.

Benedetto non sta affatto convocando il Conclave, atto che per definizione non è papale, ma dichiarando la necessità di farlo, che consegue in via immediata e diretta alla sua rinuncia. In ogni caso, poiché l’effetto proprio della rinuncia stessa, cioè la Sede vacante, è da lui stato differito al 28 febbraio, avrebbe avuto il potere di convocarlo, come l’ha avuto il 22 febbraio per cambiare la legislazione che lo regolava.

 
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis (1) pro omni amore et labore (2), quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis (3). Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus (4) sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro (5) vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim. (6)

Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII

(1) Si dovrebbe dire gratias vobis agimus.

Vedi sopra, sia per il plurale sia per l’ordine delle parole.

(2) Amor si riferisce all’affetto fisico e labor al lavoro fisico; si dovrebbe fare ricorso, quindi, ad un’espressione come omnibus amicitiabus operibusque.

Non credo davvero di dover dimostrare che i cristiani usano amor in significati ben più alti del semplice affetto fisico (?);[30] il significato usuale di labor è “fatica”, non necessariamente fisica. Peraltro, stiamo parlando di un Papa che ha appena affermato di rinunciare per un calo di forze; sarebbe così strano se vi facesse un implicito riferimento? Infine, amicitiabus non è registrato nel ThlL, semmai sarebbe amicitiis.

(3) Il verbo andrebbe posto in ultima posizione e introdotto da de vobis o de omnibus.

Sull’ordine delle parole, vedi sopra; peto richiederebbe, semmai, a vobis, ma si può intendere sia che il pronome venga sottinteso per evitare una ripetizione, sia che la richiesta di perdono abbia un destinatario generico, una platea onnicomprensiva.


(4) Il verbo corretto è committimus.

Il Thesaurus linguae Latinae riporta effettivamente, per confido, soltanto il significato di “aver fiducia, credere, sperare”; questo, però, non significa necessariamente che ci troviamo di fronte ad un errore, almeno non nel testo latino. Le traduzioni, infatti, privilegiano il significato di “affidiamo”, ma l’originale può costruirsi anche come “Nunc confidimus sanctam Ecclesiam curae (esse) Summi eius Pastoris” = “Adesso noi abbiamo fiducia [modo indicativo] che la Santa Chiesa competa alla / rientri nella sollecitudine del suo Supremo Pastore”.[31] Si tratta, tuttavia, di un’opzione poco probabile per un testo il cui stile non sembra compatibile con l’ellissi del predicato o con una costruzione così distante dalla forma in cui la frase si presenta; quindi, pur ritenendo che se ne debba tener conto (dato che il senso rientra sicuramente in ciò che Benedetto intendeva esprimere), credo sia opportuno concentrarsi sul significato lessicalmente più ostico, quello di “affidare”.
Esso, infatti, emerge nel Medioevo in ambito canonico, quando
confidentia diventa un termine tecnico che va ad indicare un istituto tipico del diritto successorio, il fedecommesso fiduciario o, appunto, fideicommissum confidentiale, in cui, proprio per la grande fiducia che si ripone in una persona, gli si affida il compito di trasmettere a qualcun altro, intatto, il patrimonio ereditario, senza nulla tenere per sé. Secondo diversi autori medioevali, la Chiesa stessa doveva considerarsi un fedecommesso affidato da Cristo ai vari Papi che si succedono nel corso del tempo.[32] Mi sembra quantomeno possibile, viste le forti analogie tematiche, che Ratzinger sia venuto in contatto con questo filone di pensiero (verosimilmente nel corso degli studi su S. Bonaventura, dato il ruolo che esso ha avuto nelle dispute sulla povertà francescana: la tesi era applicata soprattutto alla gestione del patrimonio ecclesiastico, per intuibili ragioni) e vi stia facendo eco.

(5) Andrebbe usato in futurum.

“In futuro” esprime uno stato in luogo figurato, “in futurum” un moto a luogo figurato. Siccome Benedetto sta dicendo che sotto quest’aspetto nella sua vita non cambierà nulla, lo stato in luogo è decisamente più adatto.

(6) Non ha senso usare un congiuntivo desiderativo in un verbo come volo, che già indica il desiderio: ne vien fuori un “possa io desiderare di servire”; meglio serviam o servire volo.

“Velim” può intendersi sia come condizionale rispetto ad un periodo ipotetico sottinteso (“Se piacerà al futuro Pontefice”) sia come congiuntivo desiderativo, che, contrariamente a quanto Bugnolo parrebbe credere, è comune in latino quanto il nostro “Vorrei…”


[1]    Cfr. ad es. la Vulgata, Ecl 8,5 “non communices homini indocto ne male de progenie tua loquatur” e 26,9 “flagellum linguae omnibus communicans”; nel senso di “prendere parte a”, quindi costruito con il dativo della cosa e non della persona, v. invece 1Tt 5,22 “neque communicaveris peccatis alienis
[2]    Si tratta di un uso soprattutto agostiniano, dove si trova altresì “communicare altari” nel duplice senso di “comunicare all’altare”, e quindi essere in comunione, e “comunicarsi all’altare”. Ma cfr. anche la Vulgata: Eb 2,14, “quia ergo pueri communicaverunt sanguini et carni”; Fil 4,15 “nulla mihi ecclesia communicavit”; Gal 6,6 “communicet autem is qui catecizatur verbum ei qui se catecizat in omnibus bonis”.
[3]    Dal Thesaurus linguae Latinae, s.v. Communico, II, A, 2, d, riporto gli esempi più pertinenti: Tertulliano, Adversus Valentinianos 9,1 “Plane Nus et quantum in ipso fuit et voluerat et temptaverat ceteris quoque communicare quae norat”; Id., Adversus Marcionem 4,13 “Itaque affectavit carissimo discipulorum de figuris suis peculiariter nomen communicare”; Giulio Valerio, Res gestae Alexandri Macedonis 3,31 ed. Kuebler, “Ptolomaeus ad regem irrumpit eique comperta communicat”; Actus Petri cum Simone 5 ed. Lipsius-Bonnet, “cottidie autem communicabat ei sermones Dei”, 28 “Didici a meis, esse te ministrum Dei misericordis, et gracia ipsius communicare omnibus desiderantibus lumen hoc: communica ergo et filio lumen”. Quanto alla latinità medioevale, che esula dal Thesaurus il quale si arresta a S. Isidoro di Siviglia, si può aggiungere almeno S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, qu. 1, a. 6, in c., “quantum ad id quod notum est sibi soli de se ipso, aliis per revelationem communicatum”, che fa parte di un articolo famosissimo perché concerne la natura della teologia.
[4]    “Praeterea, aliquando aliquis se sacerdotem finget, ut conscientiam alicujus exploret per hanc fraudem; et ille etiam, ut videtur, peccat, si confessionem revelet. Ergo non solus sacerdos sigillum confessionis habet.”. S. Tommaso d’Aquino, Commento alle Sentenze, lib. 4 d. 21 q. 3 a. 1 qc. 3 arg. 3.
[5]    Cfr. G. Knapiusz, Thesaurus Polonolatinograecus, vol. I, s.l. 1643, pag. 906: “Quotidiano examine conscientiam explorare”; Ph. Alegambe, Mortes illustres et gesta eorum de Societate Iesu…, Roma 1657, pagg. 82, 155, 403, 592; C. Lüdeking, Disputatio inauguralis juridica de casibus quibusdam conscientiae in jure occurrentibus, Rintelli 1704, pag. 4.
[6]    Cfr. ex plurimis Cesare, De bello Gallico VIII 18,2 “Explorato hostium consilio”; Cicerone, In Verrem II 1,39, “hoc… occultum… malum non modo non existit, verum etiam opprimit, antequam prospicere atque explorare potueris”; Minucio Felice, Octavius 5,3, “nonnullos taedio investigandae… veritatis… non in explorando… perseverare”. Si possono anche aggiungere, rispetto al sostantivo explorator,Apuleio, Florida 18 “Thales […] geometriae penes Graios primus repertor et naturae rerum certissimus explorator et astrorum peritissimus contemplator” e Tertulliano, Adversus Valentinianos 5 “Irenaeus omnium doctrinarum curiosissimus explorator”.
[7]    Cfr. Cesare in Cicerone, Ad Atticum X 8b, 2 “explorato et vitae meae testimonio et amicitiae iudicio”; Livio, Historiae ab Urbe condita XXV 28,2: “Explorata prius per conloquia voluntate eorum, qui obsidebantur”; Cornelio Nepote, Vita Hannibalis 2.2: “Legati… Romani, qui de eius voluntate explorarent”. Tra i cristiani, si può aggiungere almeno S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, qu. 97, a. 1 in c., “Factis autem, cum per ea quae facimus exploramus alterius prudentiam, vel voluntatem, vel potestatem […] Unde in sua petitione aliquis expresse Deum tentat quando ea intentione aliquid a Deo postulat ut exploret Dei scientiam, potestatem vel voluntatem.
[8]    Cfr. almeno Cesare, De bello Gallico V 53,4: “Galliae civitates… quid reliqui consilii caperent atque unde initium belli fieret explorabant”.
[9]    Cfr. Valerio Massimo, Dictorum et factorum memorabilium I 6,3 “rei explorandae gratia legati ad Delphicum oraculum missi”; I 6,9 “sollemnique sacrificio voluntates deorum exploraret”; I, 6 ext. 2 “parentibus […] quorsus prodigium tenderet explorantibus augures responderunt”; Lucano, Pharsalia IX 547 “exploret Lybicum memorata per orbem numina”; Tacito, Germania 10,3 “observatio auspiciorum, qua gravium bellorum eventus explorant”. In ambito cristiano, cfr. S. Agostino, De civitate Dei X 17,4: “Inposuerunt eam plaustro eique iuvencas, a quibus vitulos sugentes abstraxerant, subiunxerunt et eas quo vellent ire siverunt, etiam hic vim divinam explorare cupientes.”.
[10]  Cfr. S. Antonio di Padova, Sermones, Dominica V post Pentecosten, II – De Christi in navem Simonis ascensione, 10, in fine: “Tales merces viri poenitentes deferunt, dum se et sua quotidie explorare non desinunt”.
[11]  Cfr. 2Tm 3,7 Vulg. “Semper discentes, quum tamen numquam ad cognitionem veritatis pervenire valeant”, S. Agostino, Sermo 141: “Ostende, Apostole, et sicut ostendisti nobis unde potuerunt pervenire ad cognitionem Dei”, e De Civitate Dei XIV 11, “non secundum illud quod in nostram cognitionem pervenire non potuit”, che a mio avviso basterebbero già da soli. Inoltre, già nel titolo, Jacopone da Todi, Tractatus utilissimus et sufficientissimus qualiter homo potest cito pervenire ad cognitionem veritatis et perfecte pacem in anima possidere, di cui v. comunque l’incipitQuicumque vult ad veritatis cognitionem brevi et recto tramite pervenire”. Inoltre, S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, qu. 32, a. 1, in c. “naturalem ad cognitionem Trinitatis divinarum personarum pervenire”; v. anche il titolo di qu. 88, a. 2, “utrum possit ad earum notitiam pervenire per cognitionem rerum materialium”, e Summa contra Gentiles III 41, “possit pervenire aliquis nostrum ad intelligendas substantias separatas”; B. Spinoza, Tractatus de Intellectus Emendatione, 13: “tali enim modo nunquam ad veri cognitionem, imo ad nullam cognitionem perveniretur.”; Cartesio, Regulae ad directionem ingenii IV 2, “ad omnium cognitionem pervenire”; tra i neoscolastici, H. Lennerz, De Deo uno, Roma 1955, pag. 25, “Ergo solummodo agimus de via, per quam homo tum ad cognitionem veritatum naturalium, tum etiam supernaturalium pervenire potest”. Cfr. anche il Magistero ecclesiastico: Benedetto XV, Lett. Enc. Spiritus Paraclitus, 15 settembre 1920, “usitatam esse viam qua ad cognitionem et amorem Christi Domini pervenitur” (subito prima della chiamata di nota 132).
[12]  Secondo me, per il senso, ad cognitionem perveni deve costruirsi come cognosco; di per sé, il sostantivo cognitio regge solitamente il genitivo e non è mai seguito da una proposizione.
[13]  Cfr. Cicerone, Pro Sextio 75 “Cum omni mora, ludificatione, calumnia senatus auctoritas impediretur, venit tandem concilio de me agendi dies”; Cesare, De bello Gallico I 13,3 “Is ita cum Caesare egit: si pacem populus Romanus cum Helvetiis faceret, in eam partem ituros atque ibi futuros Helvetios ubi eos Caesar constituisset…”; Livio, Historiae ab Urbe condita V 35,5 “legati Senatus… nomine agerent cum Gallis”; Svetonio, Vita Tiberii 54 “egit cum Senatu”. In particolare, “agere cum populo”, o anche semplicemente “agere”, in Roma repubblicana e agli inizi dell’Impero significava “convocare l’assemblea popolare per provocarne una deliberazione”, lo stesso “agere cum patribus” per il Senato.
[14]  Cfr. Ulpiano, D.2.1.19 pr. “quaerebatur, an prioris iudicis sententia exsequi possit”; Paolo, D.44.2.30.1 “quaero, an ius avi sui, quod tunc, cum de eodem fundo ageretur, ignorabat, nulla exceptione opposita exsequi possit”; Ulpiano, D.42.1.2, “perraro intra statutum tempus sententiae exsequentur”; Marciano, D.48.3.6.1 “iuberi oportet venire irenarchen et quod scripserit, exsequi”; e forse Modestino, D.10.2.30 “velim pro meo arbitrio exsequi ius religionis”, dove il verbo sembra ammettere sia il significato attivo sia il passivo, sebbene con un certo mutamento del significato complessivo. In ambito non giuridico, cfr. Giustino, Historiarum Philippicarum Epitome VII 3: “Qui brevi tempore exsecuto regis imperio…” e v. anche Solino, Collectanea rerum memorabilium 17.11 (ed. Mommsen): “in his silvestribus et pardi sunt, secundum a pantheris genus, noti satis nec latius exequendi”.
[15]  Gli esempi sono innumerevoli; cfr. almeno Catone il Censore, De agri cultura 119, “quid facere debeas?”; Cicerone, Pro Sexto Roscio Amerino 58 “tu planum facere debes”; Orator 19, “qualis esse debeat [orator]”; Lucrezio, De rerum natura II 901 “ita ut debent animalia gigni”; Pomponio, D.12.1.5 “intelligere deberes te dare oportere”. In ambito cristiano, Mt 3,14 Vulg. “ego a te debeo baptizari”.
[16]  Cfr., anche qui tra moltissimi, Rhetorica ad Herennium III 6,11 “omnes commemorare debeant velle, quod rectum sit”; Cicerone, De inventione 1,6 “id, quod facere debet, officium esse dicimus”; Laelius 90 “eam molestiam, quam debent capere, non capiunt”; Tacito, Annales XIII 36 “qui subsidium ferre debuerant, rediere”; Gaio, Institutiones III 160 “quod alii solvisset quam cui solvi deberet”; Apuleio, Apologia 27 “quasi quisquam debeat causas alienae sententiae reddere”. In ambito cristiano, Lc 17,10 Vulg. “Quod debuimus facere, fecimus”; Tertulliano, De spectaculis 27 “odisse debemus istos conventus… ethnicorum”; S. Gerolamo, Epistulae XIV 6,5 “debet quomodo ille ambulavit, et ipse ambulare”; S. Agostino, De civitate Dei I 17 “quanto magis a sua nece se astinere debet…”.
[17]  Cfr. per tutti 1Cor 4,5 Vulg.: “itaque nolite ante tempus iudicare quoadusque veniat Dominus”.
[18]  Cfr. Cicerone, Pro Cluentio 50 “Quasi ego potuerim illud, quod tam populare esset, in illo tempore praeterire”; Lucrezio, De rerum natura I 93 “Nec miserae prodesse in tali tempore quibat”.
[19]  Cfr. Cicerone, Epistulae ad familiares I 9,23: “Scripsi tres libros de temporibus meis”; IV 6 “Tempori cedere, id est necessitati parere, semper sapientis est habitum”.
[20]  Soprattutto in poesia: cfr. Orazio, Satyrae I, 3,112 “Iura inventa metu iniusti fateare necesse est, tempora si fastosque velis evolvere mundi”; Ovidio, Fasti IV 926 “otia mundus aget”; Properzio, Elegiae IV 6,37 “Mundi servator… Auguste”; Lucano, Pharsalia II 383 “nec sibi, sed toti genitum se credere mundo” e in molti altri luoghi. Ma v. anche, in prosa, Plinio, Naturalis historia XIV 4 “causas quis alias quam publicas mundi invenerit?”.
[21]  Cfr. anzitutto gli innumerevoli versetti biblici, come Mt 5,14 Vulg. “Vos estis lux mundi”; Gv 3,16 Vulg.  “dilexit Deus mundum”; Rm 5,12 Vulg. “per unum hominem peccatum intravit in mundum”; etc. (e il termine compariva già nelle traduzioni più antiche). Inoltre, v. almeno S. Cipriano, De Dominica oratione 27 “contra omnia, quae diabolus et mundus operantur”; S. Agostino, In primam epistulam Iohannis 2,12 “Mundus… appellatur non solum ista fabrica, quam fecit Deus… sed habitatores mundi mundus vocantur”; S. Gerolamo, Epistulae XXVII 1,1 “adversus… totius mundi opinionem”; Cassiodoro, Variae, III 29,2 “mundi ore laudatur
[22]  Quest’uso traslato di pondus è censito dal ThlL, s.v., II B, e gli esempi riempiono poco meno di due pagine. 
[23]  Cfr. Cicerone, Pro domo sua 140 “Cum pro detestatione tot scelerum unam aram nefarie consecraret”; Cesare, De bello civili I 47,4 “tumulum, pro quo pugnatum est”; Sallustio, De bello Iugurthino 54,1 “pro victoria satis iam pugnatum, reliquos labores pro praeda fore”; Properzio, Elegiae III 8,33 “pro te mihi cum rivalibus arma semper erunt”; Livio, Historiae ab Urbe condita XXXIX 32, 12 “aut contra consulem aut pro studio eius pugnabant”, dove si può pensare anche ad un valore causale, a sua volta attestato. In ambito cristiano, 1Re 1,27 Vulg. “pro puero hoc… oravi”; Tertulliano, De corona 3,3 “oblationes pro defunctis pro nataliciis annua die facimus”; Sacramentarium Leonianum 1009 “Suscipe… oblationes et preces, quae et pro reverentia paschali supplices adhibemus, et pro sollemnitate recolenda primordii sacerdotalis offerimus”. 
[24]  Cfr. Ps 45,1 Vulg. “pro arcanis”; Esth. 15,13 Vulg. “pro his omnibus lex constituta est”; Ulpiano, D. 49.14.6 “[fiscus] iure privati pro anterioribus… temporibus utitur”; S. Gregorio Magno, Moralia in Iob 9,23 “pro aquae exhibitione diffidens”.
[25]  Cfr. anche E. Bignami, op.cit., pag. 152: “Si suole insegnare, per quanto tale regola non abbia un valore assoluto, che in latino si deve sempre ‘mettere il verbo in fondo‘ […] Cesare pone il verbo in fine nell’84% delle principali e nel 93% delle subordinate; Cicerone ha il verbo in fine del 50% delle proposizioni; Livio nel 63% delle principali e nel 79% delle subordinate.”.
[26]  “Ad annuntiandum Evangelium” non è di per sé un’espressione significativa, che possa essere indice di una citazione implicita, però compare in S. Agostino, Enarrationes in Psalmos 67,31, e in S. Tommaso d’Aquino, Super epistolam ad Ephesios, c. 4, lect. 4, v. 11, nn. 211-2, nonché nell’orazione dell’Officium Angelorum (“Dilectissime Deus, dignare servos tuos fideles, sanctas angelorum turbas, citus mittere: ut spiritus discernant, daemonia expugnant et sic Ecclesia tua purgetur et illuminetur ad annuntiandum Evangelium in omni potestate tua.”).
[27]  Cfr. Macrobio, Saturnalia, I 13,14-6; si può aggiungere anche il comparativo “ultimior” nel senso de “il più recente” in Giustiniano, Nov. 36, “ultimiore requisitione penitus quiescente”.
[28]  Nei cartulari medioevali, le scritture che prevedono pagamenti a rate mensili indicano spesso quelle finali come da corrispondersi “ultimis mensibus”, cfr. ad es., nell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze, i documenti del 6 aprile 1418 e dell’8 febbraio 1417; ma così anche nell’uso medico e giudiziario, cfr. rispettivamente almeno S. De Renzi (cur.), Collectio Salernitana ossia documenti inediti e trattati di medicina appartenenti alla Scuola Salernitana…, tomo IV, Napoli 1856, pag. 542: “In tribus enim primis mensibus [della gravidanza] et in tribus ultimis non est facienda purgatio” (il testo edito è il commento del Maestro Mauro agli Aforismi di Ippocrate, datato dall’editore al sec. XI); C. Marzucchi (cur.), Raccolta delle decisioni della Ruota fiorentina dal MDCC al MDCCCVIII, tomo X, Firenze 1852, pag. 663 “ex plurimis Rotae nostrae decisionibus receptum sit habitationem hanc familiarem per medietatem anni, aut per sex menses in principio anni, aut inprimis sex mensibus anni non requiri, sed sufficere etiam si ea impleatur sex ultimis mensibus” (Dec. DCCCCLVII, 15 marzo 1742, Senen. – Validitatis capturae, coram Laghi, Seratti e Albizzi rel.).
[29]  Cfr. Ovidio, Metamorphoseon libri VIII 243; Plinio, Naturalis historia XXII 95 e XXXVII 18; Ps.-Tertulliano,  Adversus haereses 4; Lattanzio, Epitome 65; Ambrosiaster, In Epistulam ad Romanos 1,13; S. Agostino, De civitate Dei XV 1; Contra Faustum manichaeum 12,46.
[30]  Ma, casomai occorresse un esempio a conferma, la Vulgata impiega il verbo amo proprio nell’ultimo colloquio tra Gesù e Pietro, in uno dei “luoghi classici” del Primato (Gv 21,15-7).
[31]  Curae est / esse come genitivo, in luogo del più comune dativo, è attestato dal Thesaurus linguae Latinae in: Livio, Historiae ab Urbe condita VIII 8,1 “quod custodiae vigiliaeque et ordo stationum intentioris ubique curae erant”; Valerio Massimo, Dictorum et factorum memorabilium VII 7 pr. “vacemus nunc negotio, quod actorum hominis et praecipuae curae et ultimi est temporis”; Seneca, De beneficiis VII 19,2 “ut quidem habeat quod a me accepit, ulterioris sit curae”; Columella, De re rustica I 8,3 “[Bubulcus] Mediae igitur sit aetatis et firmi roboris, peritus rerum rusticarum aut certe maximae curae, quo celerius addiscat”, II 17,2 “cultus autem pratorum magis curae quam laboris est”; Apuleio, Liber de mundo 25, “quod sit curae levioris fusciorisque”.
[32]  Cfr. S. Herman, The Canonical Conception of the Trust, in R. Helmholz – R. Zimmermann (curr.), Itinera fiduciae. Trust and Treuhand in historical perspective, Berlino 1998, pagg. 85-110; M. Lupoi, Trust and Confidence, in Law Quarterly Review 125 (2009), pagg. 253-87. Debbo però precisare che non ho trovato traccia di questo significato di confido in AAS, almeno per il periodo di regno di Benedetto XVI.