di Piergiorgio Seveso
Una frase che ripeto spessissimo è che per un editore i libri sono come tanti figli. Sarebbe facile per me dire di avere già avuto con Radio Spada ben novantuno di questi “figli” ma in realtà ne ho avuti molti di più: sono i molti libri che ho incoraggiato, stimolato, su cui ho esercitato il mio modestissimo giudizio, che ho incentivato con consigli e pareri, con suggestioni e “messe in guardia”, in qualche caso anche con severi dissensi e con puntute polemiche (persino i libelli dei nemici rientrano in questo novero).
Se le naturali inclinazioni dell’animo e l’oggettive necessità di una vita piena e intensamente vissuta sul fronte del Bonum certamen non mi hanno consentito le gioie (e gli oneri) della paternità fisica, tuttavia sento con forza e con sicura coscienza di aver esercitato questa responsabile paternità spirituale. I figli però non sono Te, sono altro da Te: l’ho imparato, in lunghi anni di tormentato apprendistato, essendo io stesso figlio.
I figli apprendono, rimescolando e approfondendo spesso le grandi Verità, le rielaborano, le ripresentano sullo scenario della Storia, in modo spesso nuovo, comunque inatteso o imprevisto. Così sono i libri per un editore cattolico, tutti senza eccezione alcuna: vagliatane la dirittura, l’ortodossia nelle materie certe o almeno la plausibilità o l’utilità nelle materie libere, il libro entra a fare parte dello scaffale “eterno” della storia della propria casa editrice. Ogni sera, in questo metafisico e rutilante scaffale, rimiro i Benson, i Ferrari, i Giacobazzi, i Maestrello, gli Hergenrother, i Mora, i Columba Marmion, i Fumagalli, i Di Pietro, gli Eymieu, i Guzzi, i Ballerini, i Savino, i Cavallo, i Ferro Canale, i Diano, i Nicola, i Tosatti, i Nitoglia, i Copertino, i Contardo Ferrini, i Gulisano, i Quinto, i Gatto, i Viglione, i Pietrosante e i Toniolo e mi fermo solo per non fare diventare il vostro respiro affannoso.
E siccome non amo nascondermi dietro un dito, aggiungo che ad esempio (ma potrei farne anche altri) il nostro novantesimo libro edito, ovvero “Parole chiare sulla Chiesa” a cura di Aldo Maria Valli e don Daniele di Sorco, non è certamente un libro nelle mie corde teologiche ed ecclesiali ma era ed è un atto dovuto sotto molteplici aspetti. Anzitutto perché è dovere di una casa editrice come la nostra fotografare le posizioni in campo nella “resistenza” di fronte alla “catastrofe conciliare”, fornire un vademecum chiaro e a suo modo ufficiale delle posizioni teologiche di un istituto religioso come la Fraternità San Pio X serve a tutti:
- Serve ai fedeli incerti di quella tendenza perché abbandonino la mentalità da “tradizionalisti da bar sport” oggi drammaticamente diffusa;
- Serve ai moderati, alle suffragette della Tradizione, ai refrattari alla “Pizzo di Cantù” per capire che la posta in gioco è ben più ampia del ritagliarsi qualche decoroso anfratto dove far roteare il turibolo o innaffiare le pianete giardino;
- Serve (ove fosse possibile) alla gran pletora di pazzoidi, sentimentalisti e mitomani che sedimentano nel nostro mondo per spazzare via dalla propria mente fantasmi, chimere, disturbanti illusioni e apodittiche sciocchezze;
- Serve ai fedeli avversari, ai critici integristi, ai legittimi competitori nel campo dell’antimodernismo per avere sotto mano un catologo completo di letture e visioni, uno “storytelling” organico da completare e ove necessario confutare.
- Serve perché dopo sessant’anni dal “concilio” ad ogni cambio di generazione, ci sembra di dover ripartire da zero ogni volta per correggere storture, per focalizzare pressapochismi, per innalzare a livello concettuale e canonistico quelli che sono naturali e benemeriti “moti di pancia” generati dal Sensus fidelium;
- Serve anche se si sa che solo un’Autorità, quella papale, restaurata nella sua essenza o se preferite nella pienezza e nel suo nitore, potrà sciogliere i nodi, definire, stabilire e/o confermare con voce stentorea e irrevocabile la Verità cattolica, anche in quei corollari che oggi sembrano, o per debolezza o per malizia degli uomini e dei tempi, diventati incerti, impugnabili,adulterabili.
In secondo luogo è il riconoscimento per il distretto italiano dell’istituto religioso fondato da Monsignor Lefebvre che, pur distinto dalla nostra casa editrice, ha sovente mostrato attenzione, disponibilità, rispetto verso alcune nostre opere editoriali e, proprio per questo, il libro può essere considerato il sigillo di questa virtuosa e gratuita collaborazione.
Questa è la missio(n), il tratto, lo stile di un editore che voglia essere integralmente cattolico romano in tempi drammatici come questi. Il resto sono chiacchiere da social, polemiche da salotto tradizionalista, bofonchiamenti da refettorio, anatemi da trattoria. Che pensarne? Tutto il peggio possibile.
PS: Vi aspetto a Rubiera il 1° maggio. Ne vale la pena.
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