di Luca Fumagalli

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Antonia White e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala il saggio delle Edizioni Radio Spada Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secoloLink all’acquisto.

In generale – e questo vale per personaggi trattati tanto nei vari articoli quanto nei libri – il giudizio complessivo su figure di spicco della letteratura, ora eccentriche, ora controverse, deve ovviamente tenere come supremo criterio quello della Dottrina Cattolica: salvare il buono, rigettare il cattivo, usare prudenza per tutto [RS].

Nel 1950, scrivendo per il «Tablet» una recensione del secondo romanzo di Antonia White, The Lost Traveller, al pari degli altri zeppo di rimandi autobiografici, Evelyn Waugh colse la palla al balzo per dare una propria definizione di letteratura cattolica:

«Gruppi di discussione in tutto il Paese si stanno ponendo la stessa domanda: “Che cos’è il romanzo cattolico”? In molti hanno iniziato a dubitare se esista una cosa simile. Bene, qui lo possono trovare in una forma completa e bella […]. I personaggi della White sono tutti pregni della fede cattolica. Dio è l’influenza suprema al quale ogni cosa ritorna nelle loro vite. […] Quando incombe la minaccia, tutti si affidano alla preghiera. La religione è la loro vita, sebbene, superficialmente, siano occupati con altre cose. Non si tratta di “buttare dentro a forza la religione”. Per tutto il tempo è al centro della vicenda»[1].  

Cecil Botting, il padre di Antonia White

Per quanto oggi sia considerata un’autrice minore, letta e apprezzata solamente da una ristretta nicchia di appassionati, Antonia White – nome d’arte di Eirene Botting – è stata senza alcun dubbio una delle personalità più affascinanti e inquiete della letteratura cattolica britannica del Novecento. La sua esistenza travagliata fu segnata, oltre che da una costante mancanza di denaro, da tre matrimoni fallimentari, da una relazione complicata con le figlie e da una serie di impieghi lavorativi insoddisfacenti. Anche il suo rapporto con quella fede alla quale si era convertita da piccola sulla scia dei genitori non fu sempre felice, tanto che per diversi anni smise di praticarla, salvo poi tornare sui suoi passi. Infine, a incupire ulteriormente un quadro già fosco, la White era afflitta da un grave malessere psicologico, al limite della follia, da lei ribattezzato «la bestia»[2], che, tra le tante conseguenze, ebbe quella di causarle un blocco creativo semi-permanente. Lei stessa si scherniva dichiarando di possedere «una splendida collezione di inizi»[3]. Da qui l’esiguità della sua bibliografia, che comprende, al di là delle traduzioni dal francese, quattro romanzi, due libri per ragazzi, una manciata di poesie e una raccolta di racconti (viceversa, più corposa appare la produzione di carattere privato, che conta svariate lettere e numerose pagine di diario). Come scrive Jane Dunn, sua biografa, «quello di Antonia è un dramma su larga scala che abbraccia le grandi questioni della fede, i bisogni dell’anima, la lotta per diventare sia scrittrice che donna; l’impossibilità di essere moglie e madre quando combatti per la tua sanità mentale»[4].

Le sue difficoltà cominciarono molto presto. Difatti la famiglia in cui la White nacque, il 31 marzo 1899, era tutt’altro che idilliaca. Dietro una facciata di rispettabilità si nascondevano forti tensioni tra due genitori che non furono mai capaci di comprendersi fino in fondo. Se il padre, Cecil Botting, era frustrato per un lavoro da insegnante che non considerava all’altezza dei suoi talenti, e a casa si dimostrava fin troppo inflessibile e severo, la madre, Christine White, una donna attraente e vanesia, viveva in un mondo tutto suo, in conflitto con una suocera che non la stimava per nulla, reputandola egoista, pigra e disattenta.

La madre e Antonia a 7 anni

Al netto dei limiti caratteriali, Cecil Botting, destinato a essere la figura maschile più influente nella vita della figlia, era un tipo a suo modo eccezionale. A soli sette anni aveva appreso da autodidatta i rudimenti del greco e del latino; in seguito, pur provenendo da una famiglia modesta, era riuscito a vincere una borsa di studio per l’Emmanuel College di Cambridge e a laurearsi con buoni voti. Per tutta la vita insegnò greco e latino alla St Paul’s School di Londra, ottenendo persino una certa fama quale coautore di due importanti libri di testo per le scuole. Ogni pomeriggio, una volta rientrato a casa, per arrotondare lo stipendio offriva lezioni private a svariati studenti, due dei quali, Victor Gollancz e Compton Mackenzie, sarebbero diventati piuttosto noti nel mondo delle belle lettere. Quest’ultimo ha lasciato una benevola descrizione del precettore nell’ottavo volume del suo My Life and Times, sottolineando, in particolare, la sua straordinaria cura per il vestiario: «Non esagero affatto quando dico che Botting aveva almeno otto cappotti»[5].

Christine, invece, era stata costretta a crescere in fretta in una famiglia numerosa, senza la madre, scomparsa quando lei era ancora piccola. Rientrata in Inghilterra dopo aver lavorato come governante per una famiglia di Amburgo, conobbe Cecil e i due si sposarono nel 1898.

La White trascorse larga parte dei suoi primi anni di vita in compagnia della domestica e della cuoca dal momento che la madre, scossa dal trauma del parto, sembrava non avesse alcuna intenzione di prendersi cura di lei. Qualche volta seppe almeno dimostrarsi comprensiva con la figlia, offrendo anche buoni consigli, mentre il padre seguitava a essere una presenza sfuggente, assorbito com’era dal lavoro e dalle proprie occupazioni. Antonia cercava in tutti i modi di compiacerlo, ma i suoi sforzi non sempre raggiungevano l’effetto sperato. Nonostante i momenti felici, che pur c’erano, soprattutto le vacanze estive trascorse a Binesfield, nel Sussex, la piccola era perfettamente consapevole che «non eravamo una famiglia»[6].

L’autobiografia della White nella prima edizione (Virago, 1983)

Gli alti e bassi della sua infanzia sono registrati in As Once in May, l’autobiografia mai terminata – pubblicata postuma nel 1983 – che la White iniziò a scrivere nel 1965 su consiglio di Malcolm Muggeridge con l’intento di superare uno stallo creativo che ormai durava da troppo tempo. Vi lavorò a fasi alterne fino alla fine dei suoi giorni, producendo circa settantamila parole, ma non riuscì mai ad andare oltre il racconto dei primi quattro anni della sua vita. Il risultato è comunque un testo godibilissimo, anche se aggravato da alcune lungaggini tediose (la pecca è riscontrabile soprattutto nelle primissime pagine, quando la ricostruzione degli alberi genealogici delle famiglie del padre e della madre prende il sopravvento sul libero fluire degli eventi, e più avanti, nel momento in cui si spendono pagine e pagine per descrivere le stanze della casa a West Kensington).

Lasciando spiazzati i tanti che lo credevano indifferente alle questioni religiose, nel 1906 Cecil Botting abbracciò il cattolicesimo, una decisione che fu subito imitata dalla madre e dalla figlia. Il battesimo avvenne l’8 dicembre nella chiesa di Farm Street. Per lui, sul piano temporale, significò la rinuncia a qualsiasi carriera in ambito scolastico, mentre per Antonia, che assecondò la volontà del genitore senza nessun reale trasporto, fu l’inizio di una battaglia personale che non le avrebbe più dato tregua. Nel 1942 in una lettera a Cyril Connolly illustrò efficacemente l’ambivalenza generata in lei dal fatto di non essere nata cattolica né di essersi avvicinata alla fede per ragioni intellettuali, emotive o spirituali: «Sono, credo, inguaribilmente religiosa per temperamento. Voglio essere una praticante; ciò che trovo eccessivamente difficile è essere una credente»[7]

La vita di Antonia White continua nella prossima parte (in tutto ne sono previste cinque).


[1] Cit. in H. CARPENTER, The Brideshead Generation: Evelyn Waugh and His Friends, Faber and Faber, Londra, 1990, p. 449.

[2] Cfr. ad esempio S. CHITTY, Now to My Mother, Weidenfeld and Nicolson, Londra, 1986, p. XIV.

[3] A. WHITE, The Hound and the Falcon, Virago, Londra, 2006, p. 12.

[4] J. DUNN, Antonia White: A Life, Virago, Londra, 2000, p. 2.

[5] Cit. in A. WHITE, At Once in May, a cura di S. CHITTY, Virago, Londra, 1983, p. 203.

[6] A. WHITE, Diaries 1926-1957, a cura di S. CHITTY, Virago, Londra, 1992, p. 135. La pagina di diario è datata 15 giugno 1938.

[7] WHITE, The Hound and the Falcon, p. 160.



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Tutte le immagini in bianco e nero sono tratte da S. CHITTY, Now to My Mother (Weidenfeld and Nicolson, 1986). Quella di copertina è invece tratta da J. DUNN, Antonia White: A Life (Virago, 2000). Il frontespizio di As Once in May è quello dell’edizione Virago del 1983.