di Luca Fumagalli
Se la definizione di War Poets, come scrive Edmund Blunden, che dei poeti di guerra curò la prima antologia, «è più conveniente che precisa», ciò è imputabile al fatto che sotto il suo cappello sono tradizionalmente ricondotti rimatori anche molto diversi tra loro per stile e sensibilità, accumunati solamente dalla duplice appartenenza alla letteratura e alle armi (ma nemmeno questo è del tutto vero se si considera, ad esempio, il caso di Thomas Hardy: l’autore di Tess dei d’Urberville, infatti, non ha potuto conoscere gli orrori della trincea per ovvi limiti d’età, ma questo non gli ha impedito di firmare alcune delle liriche più lucide sulla guerra e sulle sue povere vittime). Comunque, dal faccia a faccia con una delle più grandi tragedie del Novecento, a dimostrare tra l’altro come dal male possa sempre germogliare del bene, nacquero componimenti di straordinaria intensità, la testimonianza di un’umanità dolente alla ricerca di un senso tra la violenza diffusa, tra il caos di un mondo adombrato dall’odio.
In verità, all’inizio del conflitto anche poeti che in seguito lo avrebbero condannato duramente, mostrarono sentimenti favorevoli, unendo nelle loro opere melodia e patriottismo. Rupert Brooke, immortalato nella leggenda con i tratti dell’eroe senza infamia e senza paura, fu uno dei tanti giovani britannici che sentivano come un onore l’offerta della loro vita, tanto che in una sua poesia scrisse: «Se dovessi morire, pensate solo questo di me:/c’è un angolo di campo straniero/che sarà per sempre Inghilterra». Del tutto assente in simili versi, velati di retorica, è la contraddizione tra il grande spreco di vite e il poco ottenuto in cambio.
Tuttavia all’euforia iniziale ben presto si sostituirono i crudi fatti della realtà, a partire dalla fetida trincea, quella che Siegfried Sassoon definì «l’inferno dove finiscono giovinezza e risate». In generale, il tono delle liriche – spesso buttate giù di fretta, sul retro della busta di una lettera, di un messaggio, senza quasi mai la possibilità di essere riviste – prese a cambiare, diventando sempre più distaccato, sofferto, le descrizioni virarono poco alla volta verso un vissuto pregno di dramma, con soldati costretti a condizioni terribili, oltre ogni capacità di resistenza e di sacrificio, sotto la pioggia martellante, minacciati dai proiettili, dai gas, dal freddo, dalla fame e dalle malattie. Inoltre intorno alle trincee il paesaggio delle Fiandre era ridotto ormai a una “terra di nessuno” fatta di colline sfigurate dalle mine, di case scomparse e di campi trasformati in paludi.

Charles Sorley, scozzese destinato a spegnersi a soli vent’anni, fu tra i primi a voler spezzare nel lettore la convinzione che la guerra fosse una sorta di cavalleresco affare romantico, aprendo la strada a molti altri che scrissero versi con la precisa volontà di testimoniare un diffuso sentimento di assurdità, di impotenza e sconforto, sfociando a volte nella satira amara. Ad esempio Ivor Gurney descrisse la Francia come un assemblaggio di marmitte, una selva irta di fucili, cibo in scatola, armi, munizioni, sequenze di ordini e compiti, mentre Isaac Rosenberg, che diversamente dagli altri War Poets era di estrazione proletaria e dunque assente in lui era la nostalgia di un’Inghilterra rurale, l’Eden perduto di un paese prebellico ancora vivido di visioni e di stile di vita ottocenteschi, si limitò a registrare il comune destino di morte che attendeva i soldati di ogni nazione: «Giacciono lì ammucchiati, amico e nemico,/uomo nato da uomo e nato da donna,/e le bombe passano urlanti su di loro, da notte a notte e adesso».
Ciononostante il più famoso critico della guerra, oltre al già menzionato pacifista Sassoon – convertito alla Chiesa di Roma in tarda età, lui che proveniva da una ricca famiglia ebraica –, fu Wilfred Owen, ricordato per la poesia Dulce et decorum est in cui invitava a non credere più alla vecchia bugia secondo cui, citando Orazio, è bello e dolce morire per la patria.
Con War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale (Edizioni Ares, 2022) Paola Tonussi, studiosa di letteratura anglosassone dell’Ottocento e del Novecento, regala al pubblico italiano una preziosa antologia delle più belle liriche dei poeti di guerra britannici, nuovamente tradotte per l’occasione. Dopo una lunga introduzione che offre le coordinate generali, lo spazio è lasciato agli autori, di cui si fornisce ogni volta una breve presentazione biografica. Davvero esaustiva è pure la bibliografia finale. L’unico rammarico, al di là di vedere escluso il nome del cattolico David Jones, War Poet di provato talento, è quello della mancanza di un apparato critico un po’ più corposo che avrebbe accompagnato meglio all’incontro con le varie poesie.
In ogni caso, come detto, War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale è un volume valido, assolutamente imperdibile per chi volesse farsi una cultura su quegli Ungaretti d’oltremanica di cui così poco è conosciuto alle nostre latitudini.
Il libro: Paola Tonussi, War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale, Edizioni Ares, Milano, 2022, pp. 320, Euro 20.




















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Fonte immagine: particolare tratto dalla copertina del libro War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale (Edizioni Ares, 2023).
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