di Luca Fumagalli

La prima parte QUI

Il periodo trascorso all’università di Oxford, tra il 1886 e il 1891, è l’unico – fatta forse eccezione per i primi due anni londinesi – in cui si può parlare propriamente di un Johnson decadente. 

Così lo descriveva Arthur Waugh: «Si diceva che [il giovane Lionel] fosse in grado di scrivere versi in latino e in inglese con la medesima facilità, e che leggesse Platone ed Eschilo per puro intrattenimento. […] Si sussurrava inoltre che […] fosse il catecumeno di strani riti religiosi che venivano celebrati nella sua stanza. […] Solitamente usciva dal College nelle ore piccole, […] girovagando […] in comunione solitaria con gli immortali». Secondo Santayana, «viveva di uova al mattino e di nient’altro che tè e sigarette durante il resto della giornata. Raramente usciva, ma quando lo faceva era per concedersi una camminata in campagna di venti miglia: e in quei giorni cenava. Su un tavolo centrale era ben visibile anche una brocca di whisky Glengarry posta tra due libri aperti: I fiori del male e Foglie d’erba». A completare l’arredamento della sua stanza, «erano appesi alle pareti due grandi ritratti, quello del Cardinale Newman e del Cardinale Wiseman».

Johnson era d’altronde caduto sotto l’influenza di Walter Pater, il padrino del decadentismo britannico, con cui strinse un’importante e duratura amicizia. A differenza di molti, il ragazzo fu però in grado di andare oltre la patina estetizzante delle opere più celebri del maestro – a partire dal romanzo Mario l’epicureo – per apprezzarne quel filone essenzialmente cristiano, più evidente negli scritti della maturità, fatto di pietas e ascesis, di tradizione e trascendenza.

“Sir Walter Raleigh in the Tower” (1885)

In questi anni ebbe modo di incontrare pure Oscar Wilde, Robbie Ross, Bernard Berenson, W. B. Yeats e Simeon Solomon, e divenne intimo di Lord Alfred “Bosie” Douglas, suo ex compagno a Winchester (i due, al contrario di quello che viene comunemente sostenuto, non erano affatto parenti e probabilmente nemmeno amanti). Johnson ebbe modo di frequentare anche il poeta Ernest Dowson e di stabilire contatti con Arthur Galton e i membri del gruppo Century Guild, una comunità di artisti votata all’artigianato di qualità.

A segnare l’inizio della sua discesa nel baratro dell’alcolismo fu forse una prescrizione medica: il dottore gli aveva infatti consigliato di prendere del whisky per curare quell’insonnia che lo affliggeva sin dalla fanciullezza. Se a questo aspetto si aggiungono un’omosessualità sublimata nei versi – solamente di una relazione esiste qualche prova, peraltro non schiacciante – e la ricerca spirituale che lo vedeva sempre più prossimo alla Chiesa di Roma, prende poco alla volta forma quella relazione triangolare che lo studioso Robert Asch ha definito «il cuore della tragedia di Johnson».

Per quanto eccentrico, questi era comunque un tipo che incuteva un certo rispetto, essendo presidente della Essay Society e uno dei pochi giovani autori che poteva vantare di aver già pubblicato qualche poesia, come Sir Walter Raleigh in the Tower, premiata a Winchester e data alle stampe nel 1885, e il compimento religioso A Descant Upon the Litany of Loretto, del 1887.

Per nulla interessato a un’eventuale carriera in ambito accademico, una volta terminati gli studi Johnson si trasferì a Londra, andando ad abitare in alcune stanze al terzo piano di una palazzina di Fitzroy Street, luogo in cui rimase fino al 1895, quando venne cacciato con l’accusa di essere un bevitore eccessivo. Grazie alle lettere di presentazione che Pater gentilmente gli fornì, in breve tempo poté dare il via a una promettente carriera di critico letterario, con articoli che apparvero sull’ «Academy», sull’ «Athenaeum», sull’«Anti-Jacobin» e sul più popolare «Daily Chronicle». Per di più la stessa Fitzroy Street era un frizzante polo artistico, un ponte tra la cultura preraffaelita e l’estetismo, dove tra l’altro avvenivano gli incontri del nascente Rhymers’ Club.

Johnson, sulla sinistra, con gli altri membri della Essay Society

I poeti francesi, in controtendenza rispetto alla moda del tempo, esercitarono sui versi di Johnson un’influenza molto marginale; erano piuttosto le tortuosità del suo spirito, le mille e più contraddizioni che abitavano in lui a portare la sua penna ad allinearsi a certe sfumature della stagione decadente, idiosincrasie stilistiche comprese. Tuttavia, se la sua tormentata parabola biografica, culminata in una morte prematura, per certi aspetti appare tipicamente fin de siècle, non così la sua visione del mondo e la sua poetica.  

Ne è dimostrazione, ad esempio, il duro giudizio maturato nel tempo nei confronti di Wilde, con il quale Johnson era sempre stato in buoni rapporti (non va dimenticato che fu proprio lui, nel 1891, a presentargli Douglas). All’epoca dei famosi processi, Johnson non mancò di prendere le distanze dai comportamenti meschini dello scrittore irlandese, a suo giudizio impegnato in una folle corsa verso l’autodistruzione, incurante di sé e della sua famiglia. A distanziarlo da Wilde – dedicatario di una poesia significativamente intitolata The Destroyer of a Soul – vi erano anche ragioni filosofico-estetiche, tant’è che Johnson non solo non ne condivideva lo scetticismo, ma pure l’idea che l’ego fosse più importante della verità lo lasciava piuttosto perplesso.

Una simile sensibilità, affinata nel corso del tempo, aveva conosciuto un importante tappa di sviluppo il 22 giugno 1891, quando Johnson venne accolto nella Chiesa cattolica, un evento che più tardi lui stesso definì «la principale gioia» della sua vita. Fu battezzato da padre William Lockhart presso la parrocchia di St. Etheldreda, a Ely Place, e successivamente cresimato dal cardinale H. E. Manning, celebre figura di porporato intransigente verso il quale Johnson nutriva una grande venerazione, testimoniata da una manciata di versi che volle dedicargli in occasione della morte, a mo’ di elogio funebre (At the Burial of Cardinal Manning).

Il cardinale Manning

Il numero di patroni che il ragazzo scelse in quel giorno speciale svela invece l’ampiezza e la profondità delle sue simpatie e delle sue preoccupazioni spirituali: San Giovanni Battista, San Longino, Sant’Albano, San Francesco d’Assisi, San Luigi IX e San Carlo Borromeo.

A spingerlo verso Roma – una scelta che in tarda epoca vittoriana significava l’autocondanna all’emarginazione sia in società che in famiglia – furono verosimilmente la sua sete di verità mistica e l’attaccamento alla tradizione e ai classici, con la loro visione del mondo fondativa dell’Occidente (in questo senso è da interpretare il giudizio di Ezra Pound, che considerava Johnson «il tradizionalista dei tradizionalisti […] Ma se lui fu un tradizionalista, lo fu nel miglior senso del termine. Conosceva davvero la tradizione»).

A parziale eccezione di Frederick Rolfe, il quale in verità si reinventò romanziere solo in un secondo momento, Johnson fu il primo scrittore di una certa importanza a convertirsi in venticinque anni, dimostrando altresì sincerità e indipendenza di giudizio: «Se Cristo è Dio», scriveva a Charles Sayle, «qual è la sua Chiesa docente e infallibile, una e indivisibile? E chi può dire che la verità dovrebbe essere senza parti ripugnanti e difficoltà terribili?». Alla ricerca di un’autorità certa, deluso dall’anglicanesimo, non aveva avuto altra alternativa che rivolgersi a Roma, la meta che lo studio degli scritti di Newman, di Sant’Agostino e dei padri della Chiesa gli aveva finalmente indicato quale possibile punto di sintesi delle sue passioni, dei suoi interessi e delle sue convinzioni.

In poco tempo mutò amicizie, e di pari passo all’allontanamento da Yeats e dal Rhymers’ Club, prese ad avvicinarsi a scrittrici quali Katharine Tynan e Louise Imogen Guiney, nonché a Wilfrid e Alice Meynell, presso la dimora dei quali incontrò Conventry Patmore e Francis Thompson. Verso Dowson, uno dei pochi sodali di lungo corso che ancora frequentava, assunse un atteggiamento protettivo, cercando di tenerlo lontano dalle donne di malaffare e dalle infatuazioni superficiali. Se quest’ultimo si fece cattolico solo una manciata di mesi dopo di lui, molto del merito è da attribuire a Johnson.

Johnson a Oxford (1889)

La decisione di arrendersi a Roma ebbe un impatto immediato e duraturo sia sulla sua quotidianità – profondamente devoto al Santissimo Sacramento, andava a messa regolarmente e si atteneva con scrupolo a ogni precetto –, che sulla sua opera. Delle oltre duecento poesie sopravvissute più della metà hanno a che fare con tematiche legate alla fede, né mancano liriche manifestatamente religiose, composizioni dedicate a grandi uomini di Chiesa e inni (particolarmente apprezzati dal sacerdote John Gray, da giovane un protetto di Wilde). Anche la sua produzione saggistica, i racconti e le lettere testimoniano un diuturno interesse per la fede e le implicazioni connesse a essa.

In ultimo, Johnson spostò il suo interesse per la cultura celtica dal Galles all’Irlanda, divenendo un importante attore del cosiddetto “Irish Revival” e assumendo un atteggiamento critico nei confronti dell’imperialismo britannico, sulla falsariga di Hilaire Belloc e di G. K. Chesterton…

La (ri)scoperta di Johnson continua nel prossimo articolo, terza e ultima parte.



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Le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da R. ASCH, Lionel Johnson. Poetry and Prose, Saint Austin Press, 2021.