di Luca Fumagalli

Per chi si fosse perso la prima parte: QUI; la seconda si trova invece QUI.

Spesso accostato a Giovannino Guareschi e a G. K. Chesterton per lo stile segnato dallo humor e dal paradosso – ma anche a Graham Greene quando a prevalere sono le tinte contrastanti –,[1] Marshall proveniva dal difficile contesto scozzese, da sempre ostile ai cattolici. Il piccolo gregge fedele a Roma, «composto prevalentemente dagli irriducibili Highlanders, si era andato rimpolpando solamente nel corso del XIX secolo grazie all’arrivo di migliaia di immigrati irlandesi, destinati a fare da bassa forza da lavoro per le industrie pesanti di Glasgow o per le miniere dello Strathclyde». Da questi, dall’esiguo gruppo dei “papisti” autoctoni e dagli occasionali convertiti provenienti soprattutto dalla classe medio-alta e colta, «nacque la Chiesa cattolica in Scozia, fatta di parrocchie piccole ed esteticamente modeste, realizzate con risorse economiche masse a disposizione dai sacrifici dei parrocchiani stessi»[2], perlopiù povera gente[3]. A volte le tensioni con i protestanti sfociavano in atti di violenza, ma essere costretti ai margini, lontano da ogni blandizia mondana, aveva almeno il vantaggio, secondo Marshall, di dare vigore alla fede, scongiurando poi quell’attitudine “borghese” che tanto lo irritava: «Se vengono dei guai, serviranno a preservare la nostra religione dalla ruggine. È il gran vantaggio della persecuzione, questo: ci fa stare in gamba. La vera nemica della Chiesa di Dio non è l’odio, è l’abitudine»[4].

Non a caso proprio durante gli anni Venti e Trenta, di pari passo al revival della letteratura cattolica in Inghilterra e all’irrobustimento delle istanze nazionaliste, in Scozia si distinse un piccolo contingente di autori “papisti” che, nelle proprie opere, seppe coniugare arte e apologetica con esiti talvolta notevoli. Marshall a parte, il nome più noto in ambito internazionale è quello di Muriel Spark, ma non vanno dimenticati Hugh MacDiarmid, Edwin Muir, Compton Mackenzie, Fionn MacColla, George Scott-Moncrieff, A. J. Cronin e George Mackay Brown.

Giovannino Guareschi

Tuttavia Marshall, a differenza di molti di loro, non era interessato a gettare fango sul calvinismo rivalutando la storia scozzese o a lanciarsi in sperticati elogi nei confronti della Chiesa cattolica; piuttosto il suo scopo era semplicemente quello di rappresentare la vita quotidiana dei fedeli con il loro carico di miserie e grandezze[5]. Difatti i personaggi dei suoi libri, siano essi preti, laici o vescovi, sono così arricchiti di sfumature e potenzialità espressive da fugare ogni possibile giudizio sommario:

non sono disegni “da immaginette”, sono persone vere […]. I limiti e i peccati del “personale ecclesiastico” non sono stati un ostacolo nella conversione del nostro scozzese, non l’hanno lasciato ai margini della vita ecclesiale a consumarsi nell’amarezza o nell’attesa di una Chiesa fatta di perfetti. […] Tutt’altro: ogni pagina da lui scritta è intrisa di vera fede che accetta per se stesso e per gli altri, per la Chiesa in cui vive, esattamente ciò che il Signore ha voluto e permesso. Questa fede animata dall’amore sgorga in un fine umorismo sulla realtà più… umana della comunità ecclesiale[6].

Più in generale, nei testi di Marshall non vi è mai la sfrontata esposizione di una tesi preconcetta attorno a cui costruire una storia che rischia di risultare pretestuosa. Al contrario, la sua indole, allergica ai rigidi schematismi, è quella del provocatore intelligente, e a mo’ di prefazione a un suo lavoro lui stesso faceva una considerazione che può essere facilmente estesa all’intera produzione: «Questo romanzo urterà probabilmente due generi di lettori: quei progressisti che immaginano di essere i soli saggi e virtuosi e quei tradizionalisti che non si rendono conto della responsabilità a cui obbligano le tradizioni ereditate»[7]. Perciò chi apre un suo libro alla ricerca di facili conferme non può che rimanerne deluso, finendo per essere sconvolto da un turbinio di eventi che danno la sensazione fastidiosa – ma al contempo stimolante – di sentirsi perennemente fuori posto, in bilico sull’orlo di un senso che non si rivela compiutamente se non nel finale. Solitamente Marshall non propone nemmeno casi al limite o situazioni iperboliche, preferendo concedere alla Grazia, invisibile, di infilarsi tra gli interstizi di quella fragilità umana che è patrimonio comune, regalando pagine piene di carità e di gratitudine per la misericordia di Dio. Ne scaturisce un’epica dell’imprevisto fatta di incontri e scontri tra ciò che è solito e ciò che non lo è, alla ricerca di un miracolo che dia significato al caos e dignità al vile.

Muriel Spark

D’altronde per lui scrivere non era fuggire dalla realtà, ma entrarci con tutte le scarpe in un incontro con l’umano senza remore o timori. Ecco perché agli aspiranti romanzieri ribadiva: «Alla larga! Ma se proprio dovete scrivere, prima imparate il latino, immergetevi nelle profondità degli abissi o praticate la pirateria e sarete capaci di scrivere e avrete qualcosa da scrivere»[8].

L’ironia, cifra distintiva di Marshall ed esito di chi guarda alle cose sub specie aeternitatis, nasce dal cortocircuito che si verifica tra le più alte aspirazioni del cuore – con la Chiesa, esperta d’umanità, a farsene interprete privilegiata – e la drammatica orizzontalità di un mondo smarrito, vittima delle sue stesse illusioni (questo è anche uno dei motivi che ha portato lo scozzese a indagare con passione la figura del prete, più di chiunque altro a cavallo tra l’aldiquà e l’aldilà, tra terra e cielo)[9]. Solitamente prevale uno humor benevolo e scanzonato, che a volte, però, si trasforma in satira graffiante, con punte di grottesco e di camp, a testimoniare la complessità di un universo, quello partorito dall’immaginazione dello scrittore, che è fatto di oscillazioni, dove la prospettiva è mutata di continuo e dove, a fronte di una certezza in Dio che è di pochi, la maggioranza si arrabatta in un relativismo amaro. L’impressione è che la corrosività della penna di Marshall cresca col passare del tempo e sia evidente in particolare nella parte finale della sua carriera, con un’immutata fede in Cristo a cui si contrappone una crescente sfiducia nei confronti dell’umanità[10].

Come detto, i suoi libri, arricchiti da citazioni colte e da inserti plurilinguistici, affrontano scopertamente questioni di natura religiosa, che vanno dalle numerose tentazioni a cui l’umile protagonista deve resistere fino alla descrizione del delicato rapporto tra Chiesa e modernità, ma vengono sondati pure altri temi come la guerra – i cui eroi, un tempo idolatrati, finiscono presto nel dimenticatoio –, gli onori passeggeri, la liturgia, l’affetto per la patria, la vuota retorica della classe politica, l’amore per gli animali e la denuncia delle crudeltà commesse contro di essi. Marshall scrisse anche romanzi di spionaggio e frequenti sono gli spunti autobiografici, talvolta conditi da pettegolezzi su persone reali. Si rivela inoltre una personalissima geografia sentimentale caratterizzata da una disistima vero i popoli latini – figlia del pregiudizio scozzese, ma pur sempre temperata da occasionali apprezzamenti e da un’autocritica altrettanto severa al sistema britannico – e da una simpatia per gli Stati Uniti:

Ritratto di Bruce Marshall

Non dico che i cattolici americani siano tutti dei santi, anelanti al giorno in cui potranno cantare nei cori celestiali. Molti di essi cercano di diventare santi, e, quello che più importa, non hanno nulla contro il prossimo che mira anch’esso alla santità. Non contaminati né da un Darwinismo mal interpretato, né da Guy de Maupassant, né dall’apatia continentale, né dall’orgoglio intellettuale, giovani in un paese giovane, essi hanno imparato una verità essenziale del loro giovane clero: che il mondo è bello, com’è bello Dio e che il Suo servizio è l’unico fanatismo permesso[11].

Il racconto della vita e delle opere di Marshall continua nell’ultima parte.


[1] Cfr. L. FAZZINI, Marshall, il Guareschi delle Highlands, «Avvenire», 16 giugno 2012 e Don Gaston, che insegnava ad aggrapparsi alla fune di Dio, «Avvenire», 8 dicembre 2016. Nel primo articolo Paolo Gulisano, intervistato dall’autore, afferma che Marshall e Guareschi scrivevano «con lo stesso inchiostro spirituale. […] Pur non essendosi conosciuti, avevano uno sguardo comune sulla realtà teso a cogliere il bello e il bene in mezzo alle traversie del mondo e a trametterlo ai lettori». Sempre secondo Gulisano, l’americano Ralph McInerny, autore di una serie di romanzi investigativi che hanno come protagonista un sacerdote, padre Dowling, potrebbe essere considerato un erede dello stile di Marshall. A proposito delle consonanze con Chesterton, nel medesimo articolo padre Ferdinando Castelli afferma che Marshall «è portatore di un umorismo inglese che lo accosta a Chesterton. Tale umorismo non è mai amaro ma attento e costruttivo, porta allegria e riconcilia il lettore con la vita». Il gesuita accetta pure il possibile accostamento di Marshall a Greene, ma ci tiene a rimarcare che l’opera dello scozzese «non ha la potenza» di quella del collega. Voce fuori dal coro è Lorenzo Del Zanna il quale, puntando l’attenzione soprattutto sulla figura del sacerdote nei romanzi di questi scrittori, trova sia Chesterton che Guareschi molto diversi da Marshall: «Il simpatico e scalcagnato padre Brown è troppo cosciente di questa missione apologetica, per darci qualcosa di più intimo e personale», mentre «la figura di Don Camillo, le sue battute, le sue bravate, sono spettacolo comico, da fiera. […] Marshall è riuscito a vederci più in là; e a vederci bene; assai più profondamente di quanto a prima vista possa sembrare» (DEL ZANNA, Il mondo clericale di Bruce Marshall, p. 162).

[2] P. GULISANO, Una fede che sposta le sale da ballo, «L’Osservatore Romano», 14-15 settembre 2009.

[3] «In Scozia erano cattolici solo i poveri. Forse per questo Dio li amava tanto e dava loro da saltare soltanto gli ostacoli più bassi, quali l’ubriachezza e l’impurità: era toccata loro una sorte così dura sulla terra che era giusto fossero ammessi in Paradiso più facilmente dei ricchi» (MARSHALL, Tutta la gloria nel profondo, p. 119).

[4] Ivi, p. 18.

[5] Cfr. L. BICKET, George Mackay Brown and the Scottish Catholic Imagination, Edinburgh University Press, Edimburgo, 2019, p. 27.

[6] F. PORCELLA, Serve un piano (Bruce) Marshall, «Il Timone», giugno 2020, n. 196, p. 51.

[7] B. MARSHALL, La sposa bella, Longanesi, Milano, 1969, p. 2.

[8] Cit. in Nota di Edizione, in B. MARSHALL, Candele gialle per Parigi, Jaca Book, Milano, 1996, p. 7.

[9] Da presbitero, Porcella sottolinea il talento descrittivo di Marshall, capace come pochi altri autori cattolici di penetrare il segreto del ministero sacerdotale: «Un prete ci si ritrova: perché? Perché scorge la semplice felicità di celebrare i sacramenti che scocca da righe scoppiettanti di amore e humor. […] Commovente e incantato il suo sguardo sul Canone eucaristico. […] Colpisce vieppiù questo sguardo sulla parte più sacra della Messa, perché allora essa era celebrata sottovoce e in latino; Marshall doveva avere un occhio penetrante, da fedele innamorato del Signore e della Chiesa, occhio in grado di vedere l’essenziale attraverso i veli liturgici. […] Un prete può ritrovare in questi romanzi anche la delusione che si prova durante la predicazione, quando ci si accorge che l’uditorio appare preoccupato unicamente alla parte più interessante dell’omelia: la fine. […] Si legge anche la fatica fisica del ministero pastorale, del recarsi da una casa all’altra, della visita agli ammalati» (PORCELLA, Serve un piano (Bruce) Marshall, pp. 49-50). A proposito di sacerdoti, Marshall ha firmato anche un riuscito medaglione del Curato d’Ars pubblicato nel volume Saints for Now (1952) a cura di Clare Boothe Luce.

[10] Si è parlato di un «contemptus mundi che anticipa l’opera di David Lodge» (BICKET, George Mackay Brown…, p. 28).

[11] Cit. in G. BARRA, Bruce Marshall, LDC, Torino, 1958, pp. 18-19.



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Fonte immagini: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovannino_Guareschi (Guareschi); https://media.newyorker.com/photos/5a70d1bfd030e7235e37f1ae/master/w_2560%2Cc_limit/%2520O’Neill-Listen-Muriel-Spark-Read-from-Her-Work.jpg (Spark); AA. VV., Profili di scrittori (inchieste teologiche) – Quarta serie, Edizioni ”Letture”, Milano, 1963 (ritratto di Marshall)