Dal vol. XII della Storia universale della Chiesa (La rivoluzione francese, la restaurazione, la frammentazione protestante) del Card. G. Hergenröther, offriamo ai lettori questi tre utili estratti che fanno ben comprendere cosa sia stata la rivoluzione francese.


[…] La convenzione si appropriò gli edifici ecclesiastici, e usurpò gli ultimi resti dei beni della Chiesa; i sacerdoti, riconosciuti come tali, erano imprigionati. Le più infami profanazioni si commettevano contro il Santissimo Sacramento; tutto era tollerato, salvo il Cattolicesimo. I giudei, emancipati fino dal 28 gennaio 1790, riconosciuti in tutti i diritti di cittadini il 27 settembre 1791, fecero splendidi affari. Le campane, eccetto quella dell’allarme, andarono rifuse in cannoni; l’argento delle chiese era già stato convertito in moneta; nei calici sacri la plebaglia beveva l’acquavite, nelle patene mangiava le acciughe; dei messali si facevano cartucce; delle vesti sacre, calzoni; delle pianete, camicie. Tutti gli altari distrutti, i resti sperperati dai giudei. Nelle chiese vuote poi si accendevano grandi fuochi, si menavano danze, si bruciavano le reliquie; si conducevano attorno, in processioni da scherno, asini con mitre in capo e sulla schiena legate croce e bibbia. Lo stesso Danton ne restò pieno di sdegno. I preti ammogliati, che il popolo disprezzava e fuggiva, furono presi in protezione speciale con decreto del 19 luglio e del 17 settembre 1793, sia contro i loro vescovi, sia contro i loro comuni[iii].

[…] Anacorsi Clotz (Anacharsis Cloots), il quale aveva già presentato alla Convenzione l’opera sua intorno all’Islam ed alla falsità di tutte le religioni positive e proclamato come unica divinità la ragione umana, ne mise innanzi una rappresentante, cioè una donna perduta, di nome Candeille, assisa sopra una portantina, con un velo trasparente indosso, un mantello azzurro su le spalle e il berretto rosso dei giacobini in capo; la picca, simbolo del Dio-popolo, in mano, e intorno una schiera di donnacce somiglianti. La Convenzione fu invitata a seguire il corteo a Notre-Dame per iniziare il nuovo culto; il presidente e i segretari dettero alla dea imbellettata il bacio fraterno, e dopo parecchi discorsi teatrali il corteo si avviò alla chiesa metropolitana profanata. Qui la nuova dea fu insediata su l’altare maggiore, postale sotto i piedi una croce e avvolta in una nube d’incenso, mentre si cantava intorno l’inno alla libertà composto dal poeta Chénier di Gossat. Questo culto, iniziato il 2 brumale dell’anno II (10 novembre 1793), doveva essere rinnovato ogni primo giorno della decade, e introdotto nelle altre chiese. E ciò con molte modificazioni si effettuò, in mezzo a crapule, a orge, a balli selvaggi. Satana pareva che avesse mutato in suo tempio la Francia: la parodia delle cose sante era spinta all’eccesso estremo[iv].

[…] Il Direttorio fu poi favorevole alla nuova setta dei teofilantropi o teantropofili, «amici di Dio e degli uomini», formata da preti costituzionali ammogliatisi, da antichi clubisti, da giacobini. Costoro, il 16 dicembre 1796, tennero la prima adunanza ed, essendosi uno del Direttorio (il Lareveillère Le Paux) messo alla loro testa, ebbero presto in Parigi dieci chiese e trovarono anche seguito nelle province. Essi professavano un puro deismo e celebravano alcune feste con una liturgia e un rituale insipido. La nuova religione venne di moda, ma non poté mantenersi né contro la Chiesa né contro l’indifferentismo: quando il furore della novità dette giù, essa cadde fra lo scherno del popolo. Fu quindi facile (nel 1802) porre fine agli intrighi della setta, e ritogliere ad essa le chiese come beni della nazione[v].

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[iv] Aulard, Le culte de la Raison et le culte de l’Etre supréme. 2a ed. Par., 1904.

[v]Manuel des Théophiles. Paris, 1797; trad. tedesca del Friedel. Mainz 1798. Année religieuse des Theoph. (Recueil des discours). Paris, 1796. Gregoire, Geschichte der Theophilanthropen, trad. ted. di Staudlin. Hannover, 1806. Mathiez, La Théophilanthropie et le culte décadaire. Paris, 1904.

Immagine: Fête de l’Etre suprême à Lyon, 20 prairial an II (8 juin 1794), Pub. Dom. (modificata).