di Andrea Di Napoli

Mi sento di intervenire su questa tematica, dal momento che essa è divenuta oggetto delle più tracotanti [peccato di ὕβρις] speculazioni soggettivistiche. Ricordo, fin da subito, che l’obiettività non possa essere piegata ai vari personalismi; anzi, è proprio il soggetto a doversi adeguare all’oggettività, alla Verità. L’unico atteggiamento investigativo che l’uomo possa autenticamente esperire si sintetizza nell’espressione: adaequatio intellectus ad rem [San Tommaso d’Aquino]. È evidente, dunque, che l’individuo debba sforzarsi di comprendere la realtà, adeguandosi ad essa, e non distorcendola con sulfurei ribellismi.

L’Amore è un principio divino, l’Amore è Dio [ὁ θεòς ἀγάπη ἐστίν, Deus caritas est]. L’Amore vanta, insomma, un’eziologia metafisica [che supera, cioè, l’immanenza della natura stessa delle cose], trascendente. E in questa sua legittimazione verticistica, chiede che l’elemento gerarchico [cioè sacro] sia tutelato e garantito. Questa premessa ci consente di censire – dunque scremare – i nostri tendenziosi detrattori, i quali sono capaci di negare l’effettività delle cose [cum negante principia nequit disputari].

L’amore, in senso lecitamente operativo, estrinseca il perfetto disegno volitivo di Dio; disegno che non necessita del nostro personale consenso per poter esistere. Dio, con il Suo giusto pensiero, è di per se stesso sussistente [Aseitas, Aseità]. L’uomo, invece, da questo poietico disegno dipende del tutto [abalietas, abalietà]. Le pretese dell’uomo moderno [dall’Umanesimo sino ai giorni nostri] bramano rovesciare la tradizionale logica, presente ab ovo in tutta la realtà data, attraverso superfetazioni squallide, ricolme di copernicanesimo, soggettivismo, relativismo, indifferentismo, sensazionalismo, emozionalismo, sentimentalismo, consalozionismo, ateismo.

L’esasperato atteggiamento progressista dell’uomo moderno, traditore della Tradizione, conduce questi a credere in falsi amori, ovvero in amori inesistenti ed impossibili. Amori che si potranno certamente predicare sul piano linguistico [come si può assurdamente predicare che l’asino voli], ma che sono privi di contenuto, di significato, di sostanza, di veridicità. Nell’analisi di qualsiasi tematica [specialmente, poi, di così profonda sensibilità], occorre rifarsi a paradigmi culturali, antropologici, le cui innegabili portate sgombrano il campo da futili interpretazioni ad personam [“secondo me…”, “io credo…”].

La storia, l’antropologia, la pedagogia, la filosofia [quelle serie, non vendute alla causa anticristica] sono state sempre latrici di contenuti didascalici, paideutici, miranti alla formazione onesta dell’individuo [vir bonus].

La prima fonte che deonticamente statuisce cosa l’amore sia e come questo debba essere vissuto è la sacra Bibbia, l’Auctoritas. La Bibbia ed il Santo Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo sono Norma normans non normata e godono del principio di inerranza [non possono sbagliare, e non sbagliano]. In Genesi 1, 27 è scritto: “[…] maschio e femmina li creò”.  San Matteo 19, 4-6 testimonia: “[…] Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. […]”. San Marco 10, 6-8 riporta: “Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne”. In questi passi emblematici, viene qualificata l’unica procedura legittima attraverso la quale esperire l’amore. L’amore, quello dignum et iustum, necessariamente è tra uomo e donna, vissuto oltremodo nel vincolo sacro del matrimonio [sacramento celebrato da un sacerdote coram Deo, e non la “seduta” in municipio coram populo].

Tutto il resto [omosessualismo, transessualismo, teoria gender, poligamia, zooerastia, eterosessualismo disordinato] è una contraffazione, una manipolazione, frutto dell’incessante prurito riformatore che affligge quelle personalità più scarse, inadeguate, frenetiche, indiavolate. La persona saggia si compiace invece dell’adagio semper idem, e giustifica la propria esistenza alla luce della Parola salvifica e normativa di Dio [dieci comandamenti].

Anche la letteratura, quella ovviamente sana e non ideologica, trasmette la ricetta di un amore adeguato e naturale. Tutta la corrente stilnovista predica infatti la fenomenologia del cosiddetto amore cortese: un amore difficile, lontano [amor de lonh], poche volte manifestamente corrisposto, che coinvolge il poeta [uomo] e la donna da lui amata. La donna, nella strutturazione amorosa del Dolce stil novo, rievoca Dio, è instrumentum Dei. È una donna dai tratti angelicati, tale per cui si rende l’unica creatura capace di guidare l’uomo in quel catartico itinerarium mentis in Deum. La donna, nel contesto della poetica del tardo Medioevo, interiorizza una precisa missione, ovvero quella della salus animarum. I poeti stilnovisti siculo-toscani ci ricordano, inoltre, come avvenga de facto l’innamoramento [questo ci aiuta ad evitare tentazioni peccaminose]. Guido Cavalcanti scrive, in riferimento ad Amore “per li occhi mi passaste ’l core”. Dunque, il sentimento d’amore nasce da uno sguardo [senso della vista] e confluisce nel cuore [nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu]. Su queste categorie, Dante ricerca l’amore di Beatrice, Petrarca esorcizza i tormenti amorosi per Laura “solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti”. Tanti nomi, tanti versi, tanto dolore, ma sempre e soltanto tra un uomo ed una donna. Non si dà in letteratura [quella seria e sana] la possibilità che un poeta [uomo] declami il proprio amore per un altro uomo.

Altro, invece, è la dedica: Seneca dedica il De vita beata a suo fratello Anneo Novato, Cicerone scrive l’orazione Pro Archia poeta per difendere Aulo Licinio Archia, Beethoven compone la sonata op. 53 in onore del conte Waldstein. Chi chiarifica con più precisione i confini entro cui si possa parlare di amore è però Andrea Cappellano, uno dei padri della letteratura. Nel suo De Amore, il Cappellano scrive che “amor est passio innata procedens ex visione et immoderata cogitatione formae alterius sexus”. Ovvero, “l’amore è una passione innata, che procede da una visione e confluisce in un pensiero ricorsivo, per un corpo di sesso opposto”.

A questo punto, chiede di essere puntualizzato esclusivamente il segmento “passio innata”; la continuazione della definizione di amore è di per se stessa cristallina e legittima. Gesù Cristo e la Santa Vergine Maria ci insegnano a dominare le passioni [passio innata], le quali altro non sono che vizi disordinati. L’innamoramento, certamente, può sorgere ex abrupto, ma va contestualizzato secondo il volere fondativo ed aletico di Dio [i dieci precetti]. Oltre la sodomia [peccato mortale che grida vendetta al cospetto di Dio], dunque, è da condannarsi anche la convivenza more uxorio tra due soggetti di sesso divergente [peccato mortale]. Chi rispetta la Parola di Dio [“se uno mi ama, osserverà la mia Parola” San Giovanni 14, 23], vedrà i vizi trasformarsi in virtù e lo spirito governare il corpo [la carne]. Sacra Bibbia e Santo Vangelo docent.

      AD MAJOREM DEI GLORIAM


Fonte immagine: Pixabay (free use)

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