di un amico sacerdote

La sofferenza penetra nella carne dell’umanità come un gancio, e ci sono momenti in cui questo impetuoso fiume sale, inonda tutto senza che alcuna delle dighe innalzate dall’uomo nel corso dei secoli riesca a risparmiare un lembo di terra dal dolore. Sebbene le lamentele sul triste destino dell’umanità emergano in modo commovente dagli antichi testi babilonesi ed egiziani, e sebbene Giobbe le abbia gridate, come anche i nostri contemporanei, non sono mai diminuite.  Al contrario, ora salgono al cielo più violente e supplicanti, e si trasformano in un’accusa contro Dio e la ­sua Provvidenza, per portare l’uomo all’amarezza e alla negazione dell’esistenza stessa di Dio.

Per i pagani l’origine del male fu equamente divisa tra le diverse forze del mondo. Nel cristianesimo, ­si cerca l’origine di ogni evento in un Dio onnipotente, senza la cui volontà nulla accade; ma questo Dio afferma di essere tutto amore.

Come è possibile, allora, unire l’amore onnipotente con la sofferenza che devasta il mondo? E quando la ragione umana accetta di comprendere che l’uomo malvagio raccoglie solo i frutti della sua condotta, la sofferenza degli innocenti viene allora a far rivivere la dolorosa ferita.

Ma c’è questo fatto che fa riflettere: coloro che sono vicini a Dio e Lo conoscono meglio – i santi – non si lasciano andare a tali lamentele. Non una parola di rimprovero a Suo Padre uscì dalle labbra di Colui che era il suo unico Figlio diletto. Eppure, non è perché Dio abbia reso facile il cammino dei santi, o perché il calice che ha dato a suo Figlio contenesse solo dolcezza. Questo calice era così amaro  che: «con lacrime e un clamore violento, con implorazioni e suppliche»[1], Gesù implorò che si allontanasse da Lui. Del resto, Nostro Signore Gesù Cristo avrebbe respinto, come una bestemmia, ­l’idea che suo Padre gli stesse facendo un’ingiustizia.

Seguendo il suo esempio i santi, cioè i veri cristiani,  non si sono mai ribellati a Dio, ma sono stati fieri (nella loro umiltà) di poter soffrire per Cristo e con Cristo. Non hanno mai pensato che Dio facesse loro torto caricandoli della Sua sofferenza più degli altri.  Hanno accettato le prove come meritate, e anzi molto meno di quanto avrebbero dovuto essere. Se non conoscessimo  la grandezza del carattere dei santi e la  loro forza spirituale, li considereremmo insinceri e masochisti. La loro attitudine è così lontana dalla nostra. Noi che, in ogni prova, cerchiamo immediatamente di calcolare il peso dei nostri  peccati per scoprire che non è, sotto ogni aspetto, uguale al carico troppo greve delle nostre sofferenze, noi che non abbiamo ucciso o rubato, e siamo, considerati nel nostro ambiente come persone “per bene”.

Ma siamo davvero innocenti, davanti a Dio? La nostra sofferenza è così ingiusta? C’è un passaggio nel Sermone della Montagna che potrebbe farci pensare: «Voi sapete che ai nostri antenati è stato detto: Non uccidere, e se qualcuno uccide risponderà in tribunale. E io vi dico: chi è adirato con suo fratello risponderà in tribunale, ma se dice a suo fratello: “Raca”, risponderà al Sinedrio, e se gli dice: “Stolto”,  risponderà nella Geenna del fuoco»[2]; e poi è detto: «E io vi dico: Chi guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se, quindi, il tuo occhio destro è un’occasione per te di peccare, strappalo  e gettalo via da te, perché è meglio per te se solo una delle tue membra muore, e tutto il tuo corpo non è gettato nella Geenna. E se la tua mano destra è un’occasione per te di peccare, tagliala e gettala via da te, perché è meglio per te che solo uno dei tuoi membri perisca e che tutto il tuo corpo non vada nella Geenna»[3]­.

Dopo queste parole, chi non è, per un motivo o per un altro, suscettibile di essere gettato nella Geenna? Se le nostre azioni sono giudicate in modo equo, allora perché lamentarsi della sofferenza come ingiusta?

Perché il mondo è stato devastato da tanti orrori, che hanno portato a milioni di esseri umani terribili sofferenze e perdite irreparabili? Dov’è la fonte? Non è forse la fame di ricchezza e di possesso, la gelosia della ­fortuna del prossimo, il desiderio di dominio, l’avidità di piacere che non esita a servirsi del prossimo per i propri capricci? Non è infine l’egoismo senza scrupoli? Ma queste colpe non provengono forse dalla stessa fonte oscura del nostro egoismo? Tutte le volte che abbiamo ceduto ad esso, tutte le volte che ci siamo resi colpevoli, abbiamo ritenuto questo egoismo innocente ed innocuo. Ma allora, perché dovrebbero essere considerati criminali solamente quelli che non sono stati trattenuti, come noi, dalla paura del Codice penale?

Siamo tutt’uno con loro, tutte le volte che chiediamo l’impunità per il nostro egoismo. Come potrebbe ciò che c’è di buono in noi essere un crimine negli altri? Chi, dunque, anche entro certi limiti, vorrebbe poter perdonare il suo egoismo senza essere punito, questi si schiera con il male, contribuisce al potere del male. Egli afferma che il  male è una cosa salutare, una cosa che ha il diritto di esistere. Si rende davvero, anche se in modo segreto, complice di tutto il male che si diffonde nel mondo, anche quando questo male prende forme che poi lo riempiono di orrore. Contribuiamo, attraverso questa indulgenza verso il nostro egoismo, al predominio del male nel mondo e anche al suo sviluppo in forme orribili, che rendono il nostro tempo uno dei periodi più bui della nostra storia.

Ma se è così, allora che ne è della differenza tra i colpevoli che hanno meritato la loro sofferenza e gli innocenti che soffrono senza averla meritata?

Non siamo isolati. Tutti noi esercitiamo una profonda influenza l’uno sull’altro, non solo consapevolmente, ma anche e soprattutto inconsciamente. Non possiamo incontrare qualcuno senza avere alcuna influenza spirituale su di lui. Questa influenza si dirigerà al bene quando noi stessi siamo buoni, porterà al male, o almeno impedirà il bene, se noi stessi siamo cattivi. È da questo che dipende la nostra influenza, per noi sconosciuta, e non da ciò che sembriamo o fingiamo di essere. È la relazione col nostro egoismo, che determina la nostra influenza. Solo Dio può conoscerne la portata; questa influenza non dipende da nessuna sentenza o tribunale umano. Non ha né un carattere giuridico né politico, ma essenzialmente morale e religioso, e dipende solo dal tribunale di Dio.

E sono proprio coloro che si proteggono maggiormente dal peccato, cioè i santi, a viverlo più dolorosamente. Il pensiero di essere, davanti a Dio, in parte responsabili di tutto il male che sta accadendo nel mondo li riempie di bruciante vergogna e doloroso pentimento con un insaziabile desiderio di riparazione e riconciliazione.

Questa tortura per il male diffuso nel mondo non ha nulla a che fare con un bisogno malato di soffrire. Si comprende solo se si considera che i santi, nel loro appassionato desiderio di purezza, hanno sperimentato in modo ancora più spaventoso il terrificante potere del male nei loro cuori. Il loro sguardo, reso più penetrante dalla luce di Dio, lo scopre nelle sue ramificazioni più sottili e nascoste. Vedono come l’egoismo penetra anche nelle intenzioni più pure e serie e quanto le distorce di conseguenza. Non possono più accontentarsi solo di una certa decenza. La santità radiosa di Dio e la loro ripugnanza per ogni male risvegliano in loro una devota sete di purezza che non li lascia mai più soli, finché una traccia di egoismo macchia i loro cuori.­ Tra le sofferenze penetranti dei santi e la nostra  egoistica insensibilità corre la stessa differenza tra un telescopio ipersensibile e la nostra vista. Infatti, gli uomini senza scrupoli generalmente non notano in se stessi il male, ma negli ­ altri.  Allora comprendiamo questo fatto, in un primo momento stupefacente, che non è il peccatore che conosce meglio il potere del male, ma l’innocente, il santo, che solo conosce lo ­splendore luminoso della santità e il  prezzo della lotta.

L’egoista, a sua volta, si scontra costantemente con l’egoismo reale o presunto degli altri. Troppo occupato con se stesso e preso dallo sforzo di evitare dolore e sacrifici, diventa cieco alle sofferenze degli altri. Così l’egoismo rinchiude l’uomo in un “io” non necessariamente individuale: c’è anche un egoismo collettivo della famiglia, della classe, della nazione. Questi uomini non hanno tempo per studiare la propria coscienza e per illuminare gli oscuri recessi dei loro cuori con la  luce implacabile della santità di Dio. Nessuno può osare incolparli del minimo male e, in ultima analisi, giungono ad accusare Dio. Continuano così a sviluppare il potere del male, mentre si lamentano della sua preponderanza nel mondo.

Così si spiega che più l’uomo è lontano dal male, più sente tutto il suo orrore; ma anche che più è innocente, maggiore è la sua parte di sofferenza nel mondo. La santità è essenzialmente un amore disinteressato­ di Dio e degli uomini. Solo questo amore è in grado di riconoscere Dio come Dio e di rendergli la sua sovrana indipendenza. L’egoista, invece, vorrebbe degradare Dio per metterlo al servizio di  se stesso.  

Ecco perché ogni egoismo è una negazione di Dio. L’egoista vede Dio piuttosto come un servo potente, lì per soddisfare i suoi desideri e la cui esistenza è giustificata solo da questo. Invece avere fede in Dio significa riconoscerlo come Dio, cioè come potenza originaria nata da se stessa e indipendente da tutto: allora solo l’uomo disinteressato può credere pienamente in Lui. Per questo, la fede in Dio si perfeziona nell’amore che non cerca più di  mettere Dio al suo servizio e non  lo respinge con rabbia non appena non soddisfa i desideri. Questo amore accoglie Dio nel suo mistero; rivolge le sue preghiere a Dio che regna nella sua completa indipendenza e sovranità.

Ma all’inizio, questo amore porta sofferenza. Nella sua chiaroveggenza, nota la terribile devastazione che il male provoca tra gli uomini. Sanguina con tutte le ferite che il male infligge ai suoi simili. L’innocente soffre il male perché è male. L’amore disinteressato libera l’uomo dalle catene dell’egoismo, gli apre gli occhi sulla miseria e sulla sofferenza del prossimo, rimuove misteriosamente le barriere che separano spiritualmente l’uomo dai suoi simili. Così raggiunge precisamente il vero “io”, la vera personalità.

Ma è solo in questa sofferenza che l’uomo, nato nel peccato originale, si disinteressa e si libera dal serpente che cerca di comprimere e soffocare il suo cuore. La resistenza  dell’egoismo che ha incrostato i nostri cuori si spezza sotto il ripetuto martellamento della sofferenza. Come è necessario spezzare l’atomo  per liberare la forza colossale in esso contenuta, così il cuore umano deve essere forzato, per liberare la forza spirituale incatenata dall’egoismo e che altrimenti rimarrebbe infruttuosa per sé e per gli altri. La sofferenza sopportata con pazienza e calma non è solo la cavalcatura più veloce che ci porta alla perfezione, ma anche il mezzo più potente nella lotta contro il male. In tale sofferenza, l’uomo mostra la più pura forza spirituale che ha il potere di trasformare la sofferenza, il più grande nemico della gioia, in una fonte di felicità. E più che la singola buona azione, la sofferenza consuma l’egoismo fino alla fine, perché purifica le nostre intenzioni, in cui ancora potrebbe annidarsi l’egoismo.

La sofferenza non emana dalla nostra decisione personale; ci viene imposta da una mano estranea. La forza dell’amore accetta questa sofferenza e trasforma la sconfitta e il fallimento in una vittoria decisiva e definitiva. Ed è questo successo che Dio desidera per i suoi, un trionfo che nessun potere al mondo potrà togliere loro. Così Dio non dimentica i suoi, quando permette che la sofferenza li travolga, e il suo amore per loro non viene meno, così come la sua assistenza. Vuole dare loro il meglio che può dare a un essere umano.

Certo anche l’uomo malvagio soffre. In un certo senso però soffre meno, perché rimane duro e non ha idea della profondità delle ferite che la sofferenza provoca nell’uomo buono. Eppure, è più infelice del sant’uomo, poiché non soffre volentieri, non si è riconciliato con la sua sofferenza. Brontola contro i suoi pungoli e si fa sempre male di nuovo. Senza rendersene conto, aumenta continuamente il peso del male, già greve. Di fronte alla sofferenza, conseguenza del male, fa solo una cosa: si lamenta, accusa gli altri e infine accusa Dio stesso. Come se potesse in questo modo liberarsi! Si dimentica di guardare il proprio cuore, unico luogo dove potrebbe veramente attaccare e sconfiggere il male. La sua sofferenza rappresenta per lui solo l’immagine dell’assurdità e diventa sterile e maledetta nella sua infertilità, come quella dell’inferno. La sofferenza è avvelenata dal male quando un cuore la accoglie  con ripugnanza, la sopporta con rabbia e risentimento e rifiuta di accettarla liberamente. La sua sofferenza non è liberata dall’amore, ed è per questo che l’amore stesso non può avere un’azione liberatrice. Questa sofferenza è perduta per colui che soffre, perduta per i suoi simili.

Se, dunque, Dio è ben intenzionato verso l’uomo e cerca di salvarlo dal male, allora chi dovrebbe causare la sofferenza? I colpevoli e i malvagi che rifiutano di soffrire perché non hanno “buona volontà”. Se Dio è buono, se è tutto amore, a chi si rivolgerà per liberare il mondo, se non agli uomini di buona volontà?

Rimane però un’ultima domanda: perché Dio vuole liberare l’uomo a costo della sofferenza degli innocenti? Non sarebbe più in linea con il suo amore perdonare semplicemente il male, o addirittura scusarlo? Il suo potere illimitato potrebbe, con una sola parola, rendere l’uomo puro e buono. Perché non lo fa? Dio non lo fa, semplicemente perché non può farlo senza cessare di essere Dio, senza cessare di essere tutto amore. Se Dio avesse la capacità di scusarci e renderci buoni senza il nostro consenso, certamente lo farebbe. Questo è evidente da tutto ciò che ha fatto per l’uomo.

Dio non può in alcun modo andare d’accordo con il male. Troppo facilmente confondiamo la bontà con il compiacente buonismo e con la negligenza. La bontà illimitata è un fuoco sacro, le cui fiamme possono risparmiare solo ciò che è buono.

Se Dio è tutto bontà, allora il male è il suo opposto, la sua negazione. Così il male perde tutti i suoi diritti: è ciò che non può essere, ciò che non deve essere consentito. Se Dio concedesse al male il minimo diritto, allora riconoscerebbe che ciò che è in opposizione alla pura bontà ha ancora valore in se stesso; che ciò che in definitiva è contrario a Dio, è vero e ha il diritto di esistere, accanto a Dio e accanto al  bene. Ma allora, non ci sarebbe più un Dio infinito, davanti al quale ogni male deve indietreggiare.

Il male è ciò che non è bene, e per questo non può mai portare felicità. Se nella vita umana abbiamo spesso l’impressione che la felicità si trovi solo nel male, viene dal fatto che, in questo mondo, il male è spesso legato al bene. Non avendo una potenza indipendente di esistenza, il male può vivere come la pianta parassita, solo quando è aggrappato al bene e alla sua essenza vitale. Lasciato a se stesso, scomparirebbe del tutto.

Questo è il motivo per cui spesso le nostre mani grossolane non possono strappare la zizzania del male senza esporre le piante buone al pericolo. Solo la mano di Dio è delicata e potente abbastanza da poter, nel suo tribunale, separare i due senza commettere errori e ingiustizie. Quando un giorno il bene e il male saranno rappresentati nella loro forma pura, allora non ci saranno più possibili errori.

Se vogliamo diventare pienamente e definitivamente felici, allora dobbiamo allontanare il male da noi e strapparne tutte le radici nel nostro essere, che appartiene a Dio. Tutti coloro che desiderano la loro felicità devono chiedergli quest’ultima purificazione. Egli non può chiudere gli occhi di fronte al male che è nell’uomo e lasciarlo passare. Se lo facesse, priverebbe l’uomo di ogni speranza di vera felicità. Come potrebbe Dio fare una cosa del genere? Ancor meno, Dio può usare un mezzo meccanico e magico per liberare l’uomo dal male: creando l’uomo, Dio lo ha reso un essere libero e responsabile. Si contraddirrebbe, se poi lo trattasse come un oggetto da ripulire senza il suo consenso e concorso.

Solo l’uomo può liberarsi dal male morale. Ma come può spezzare le sue catene con le proprie forze? Come potrebbero le sue azioni essere pure e innocue, quando escono da un terreno avvelenato? Così l’uomo si trova di fronte alla necessità di liberarsi e contemporaneamente all’impossibilità di farlo da solo.

E’ qui che l’amore di Dio si è rivelato, più che mai; l’uomo non poteva neppure immaginarlo. Dio ha mostrato qui che l’angoscia dell’uomo fa “soffrire” Dio. Ha adottato gli uomini, l’innocente è apparso così nella persona di Dio fatto uomo, la sua sofferenza, portata in un impulso di amore generoso per i fratelli, ha vinto il male, spezzato l’abbraccio tirannico del male sul cuore dell’uomo, proprio perché questo uomo innocente non era egli stesso condannato al male.

Ora l’incomprensibile è diventato possibile: l’uomo ama la sofferenza, non in se stessa – perché sarebbe malsano – ma come mezzo di liberazione e partecipazione all’amore in Cristo. D’ora in poi, la chiamata a soffrire diventa un’elezione di cui l’uomo potrebbe essere orgoglioso se l’avesse meritata. Infatti, sopportando volontariamente la sofferenza, l’uomo assomiglia all’amato Figlio­ Unigenito, partecipa alla sua opera, alla vittoria conquistata sul male e alla liberazione del mondo.

                                                                                                   Regina dolorosissima, ora pro nobis.


[1] Ebrei V-7

[2] Matt. V-21,22

[3] Matt. V-27, 30


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Foto di Thomas da Pixabay