di Luca Fumagalli

Fra i poeti di guerra francesi e tedeschi c’è davvero di tutto: si va da giovani cattolici iperconservatori e royalistes come Marc de Larreguy de Civrieux ad agitatori rivoluzionari e iconoclasti come Ernst Toller. Alcuni di loro, per esempio Guillaume Apollinaire, esprimono la propria crescente insoddisfazione con ironia e perfino sarcasmo; Georg Trakl e altri si avvalgono all’opposto di toni cupi e talora apocalittici. C’è chi rimane fedele alla metrica tradizionale e chi innova e rompe gli argini; chi punta sull’essenzialità di un lessico prosciugato e chi si lascia andare a combinazioni barocche. E poi ci sono i poeti che per diverse ragioni non saranno mai soldati oppure che finiranno per servire come medici o barellieri, vivendo la Grande Guerra lontano dallo squallore quotidiano della trincea.

Al pari dei war poets britannici, anche quelli francesi e tedeschi sembrano partire per il fronte sotto la spinta dell’interventismo giovanile – in un’epoca in cui i valori sono lo slancio vitale, l’energia, la passione e la liberazione da ogni forma (borghese) di repressione degli istinti – e scrivere invece sotto l’ispirazione della delusione, della rabbia, della sottomissione all’irragionevolezza. Tutti pagheranno questo scotto, eccetto coloro che moriranno prima di rendersi conto dell’errore. Del resto a trascinare i due paesi in guerra era stata un’ubriacatura collettiva di folli aspirazioni e vane speranze.

La Germania, ad esempio, partecipa al conflitto convinta di una sua presunta superiorità spirituale derivatagli dalla vittoria militare ottenuta nel 1871 contro Napoleone III. L’obiettivo non è quindi solo quello di ottenere una vittoria, ma anche e soprattutto quello di difendere la “cultura tedesca” contro lo straniero. E a prescindere dalla tanto aborrita borghesia e dalle avanguardie, “interventisti” nel midollo sono molti scrittori dell’establishment culturale, primo tra tutti l’insospettabile Thomas Mann, i quali finiranno per lasciarsi andare ad assurdi elogi di una guerra che ai loro occhi appare quasi catartica: ne parlano come di un’opera di purificazione, liberazione e speranza, da cui sarebbe derivata una specie di redenzione generale. A rovesciare gradualmente l’estasi bellica ci vorranno le ingenti perdite al fronte, quelle di parenti, amici e compagni di scuola.

Da parte sua la Francia, fradicia di patriottismo e di istinti revanscisti, cova rancori atavici nei confronti di un ingombrante vicino che ogni volta prova a lordare col suo piede il sacro suolo nazionale. L’affaire Dreyfus aveva indotto cautela e provocato un certo sconcerto nei confronti delle pratiche militari, ma col passare degli anni le forze armate tornano a ricoprire un ruolo centrale e l’isteria dilagante porta a individuare un po’ ovunque insidiosi tentativi di “germanizzare” la cultura francese. Quando l’invasione tedesca ha effettivamente inizio, insorge una fierezza nazionale che trasforma la guerra in una vera e propria crociata a difesa della Francia e finalizzata a riconquistare l’Alsazia-Lorena.

Se sul piano poetologico la Grande Guerra è considerata il catalizzatore del movimento surrealista, donando nuova linfa pure a quello espressionista, in generale il poeta-soldato si sente investito dal dovere di raccontare le cose come stanno, senza dissimulare lo scoramento e l’amarezza, e talora anche la collera, di chi si sente abbandonato a forza inarrestabili e incomprensibili. Di nobile e cavalleresco nella carneficina in atto rimane ben poco e, di conseguenza, pure il lessico muta radicalmente, virando verso la cruda realtà col suo portato di fango, di ratti, di pidocchi, di freddo, di fame, di cadaveri e del frastuono provocato dai bombardamenti. Nei versi di questi autori vita e morte paiono convivere senza soluzione di continuità in un contesto presentato talvolta con punte di macabro compiacimento, ma anche con una compassione generale per quanti in guerra hanno sofferto in prima persona.

Perciò non deve sorprendere che la poesia sia uno dei pochi “luoghi” in cui, già in quegli anni, qualcuno parla esplicitamente di un’ Europa unita, che finalmente trascenda i nazionalismi e possa costituire un’alternativa al conflitto in atto. Si tratta il più delle volte di un’Europa romantica, fondata su un’idea di riscatto collettivo e su un’intesa tra i popoli tutta da costruire, ma nondimeno fa leva sul sentimento di rispetto e solidarietà fra combattenti che, pur su opposte barricate, sentono di avere qualcosa in comune, di essere in qualche misura fratelli.  

Ai poeti tedeschi e francesi della Prima Guerra Mondiale è dedicato Sulle rovine d’Europa, l’ultimo libro di Raoul Precht. Si tratta di una selezione antologica, corredata da un’ottima introduzione e da diverse schede biografiche, che offre una panoramica esaustiva dei molti autori di trincea, la maggior parte dei quali, purtroppo, è poco conosciuta e studiata in Italia. Precht dà corpo a un volume tanto dolente quanto intrigante, complementare a War Poets di Paola Tonussi – anch’esso pubblicato dalla Ares, meritoria casa editrice milanese –, a testimoniare una smania di violenza che, come unico risultato, ha dato il la al declino politico, economico e culturale di un continente. Per non parlare dei morti; la sensazione è che ad andarsene siano stati davvero i migliori.  

Il libro: Raoul Precht, Sulle rovine d’Europa. Poeti tedeschi e francesi della Grande Guerra, Ares, Milano, 2024, 352 pagine, Euro 20.

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