di Luca Fumagalli

Regista, attore e cultore di letteratura britannica, Paolo Orlandelli ha già firmato diversi volumi dedicati a Oscar Wilde e ad altre figure minori del panorama decadente come Eric Stenbock e Frederick Rolfe, spesso traducendo in italiano le loro opere per la prima volta.

Ma è proprio allo scrittore irlandese che è dedicata la sua ultima fatica, Il ritratto di Oscar Wilde, un libro che raccoglie tre adattamenti teatrali incentrati sulla sfortunata parabola di un uomo la cui vita si sgretolò in un attimo, passando con clamorosa rapidità dalle stelle alle stalle.

Il garofano verde è una versione per la scena dell’omonimo romanzo di Robert Hichens, che conobbe Wilde e Douglas e li rese protagonisti del suo succès de scandale pubblicato nel 1894. Si tratta, in buona sostanza, di una parodia del dandismo, con pagine intrise di un umorismo brillante, fresco, capace di pungolare nel vivo la carne molle di una generazione di simpatici debosciati. Nella sua trasposizione, Orlandelli è bravissimo a mantenere intatto lo spirito dell’originale, confezionando una pièce al vetriolo che regala anche e soprattutto grasse risate.

Solo un anno dopo l’uscita del romanzo di Hichens, Wilde venne incarcerato per sodomia e in prigione scrisse quella lunga lettera accusatoria nei confronti dell’amante nota con il titolo di De Profundis. Quando Arthur Ransome, nella sua biografia wildeiana datata 1912, svelò per la prima volta il nome del destinatario, Douglas ne fu parecchio risentito, tanto che prese in mano la penna e stese di getto Io e Oscar Wilde, un testo in cui rigettava l’accusa di essere lui la causa principale della rovina dello scrittore. Da parte sua si trattò di un clamoroso voltafaccia, dal momento che fino a poco tempo prima era stato uno dei più strenui difensori di quest’ultimo.

Oscar e Bosie, il secondo adattamento di Orlandelli, mette a confronto le versioni dei due in una sorta di dialogo a distanza che rivela la complessità del loro rapporto, purtroppo spesso ridotto dalla saggistica e dal cinema a una disfida manichea tra una vittima assolutamente buona e un carnefice malvagio. Difatti, se Wilde appare a volte un po’ troppo enfatico nelle sue accuse per risultare sincero fino in fondo, allo stesso modo Douglas cade nell’errore analogo e opposto di esasperare i difetti dello scrittore. I toni esagerati faticano però a celare il profondo dolore che, sebbene in forme e in misure diverse, affliggeva tutti e due.

Quella tigre che è la vita è invece un monologo che immagina Wilde a Parigi pochi mesi prima della sua scomparsa. A tarda notte lo scrittore è seduto al tavolino di un caffè, solo, circondato da altri tavoli occupati da bottiglie e bicchieri non ancora sparecchiati. Ogni tanto si alza alla ricerca di un mozzicone abbandonato e nel mentre narra la sua sciagura. Segnato dai rovesci della sorte, Wilde si mostra ancora umanissimo nelle sue infinite contraddizioni pur arrivando a cogliere come anche il dolore possa avere un senso. Tratto integralmente dalle sue lettere, il monologo mostra quindi un artista decaduto, in gravissime condizioni finanziarie e di salute, ma ancora orgoglioso e ricco di prosopopea.

A chiudere Il ritratto di Oscar Wilde un’interessantissima appendice che offre in traduzione alcuni testi altrimenti difficilmente reperibili quali la lettera invitata da Wilde al Ministro degli Interni per chiedere la sua scarcerazione oppure il lungo articolo di Douglas pubblicato sul «Mercure de France» in cui difendeva la sua amicizia con lo scrittore. 

Paolo Orlandelli, Il ritratto di Oscar Wilde, Edizioni Croce, Roma, 2024, 184 pagine, Euro 18.

Il libro: https://www.edizionicroce.it/catalogo/il-ritratto-di-oscar-wilde/



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