Luca Fumagalli

Per quanto la letteratura di Beppe Fenoglio possa essere sostanzialmente ridotta a due temi fondamentali – la Resistenza e il mondo contadino delle Langhe – l’uomo, col suo grumo di contraddizioni inestricabili, è sempre al centro, sondato con una schiettezza e un acume tali da togliere il fiato. In quel mare di sangue e fango in cui i suoi protagonisti tentano di arrabattarsi, a volte affogandoci pure, a trionfare, quasi a «miracol mostrare», è in ultima battuta la speranza. Del resto il cuore e la penna dello scrittore piemontese erano animati da un innato senso di giustizia e libertà profondamente morale, lontano anni luce da qualsiasi ideologia (lui, partigiano monarchico, vedeva con sospetto tanto i comunisti quanto la Chiesa, tra l’altro rifiutandosi sempre di essere organico a chicchessia). Il risultato è uno sguardo di commossa partecipazione, frammisto a pietà, che esclude ogni manicheismo, ogni demonizzazione dell’ “altro”. Non è un quindi caso se lo scrittore piemontese fu uno dei primi a definire la lotta partigiana come una guerra civile, mandando su tutte le furie i moltissimi che non potevano sopportare, allora come oggi, una mancata suddivisione della storia in buoni e cattivi.

Stroncato da un cancro ai bronchi a soli quarant’anni, nel 1963, tutta la bibliografia di Fenoglio in vita è costituita da tre volumi: i racconti I ventitré giorni della città d’Alba (1952) e i romanzi La malora (1954) e Primavera di bellezza (1959), pubblicando prima con Einaudi e passando poi, probabilmente a causa di dissidi con Elio Vittorini, a Garzanti. Tutto il resto, tra cui i due capolavori Una questione privata e Il partigiano Johnny, uscirono postumi, forse incompiuti, ritrovati tra le carte lasciate da un illustrissimo dilettante che, come non di rado accade, dimostrò di avere più stoffa della concorrenza professionista. Fenoglio, dopo la guerra, lavorò infatti per un’azienda vinicola come commerciale e fu Italo Calvino il primo a dargli credito.

La maggior parte della sua opera – che ripropone e rielabora molti fatti, specificatamente della guerra partigiana, vissuti dallo stesso autore in prima persona o ai quali aveva assistito – è un percorso di riflessione e conoscenza della propria esperienza secondo un metodo creativo che, più che all’invenzione, si avvicina alla cronaca, un percorso in cui persino l’inglese, altra grande passione, gioca un ruolo fondamentale, al pari del suo ben noto sperimentalismo linguistico. Per Fenoglio, in accordo con la sensibilità neorealista, un racconto aderente al dato reale contribuisce a migliorare la società, a tal punto che le sue opere sono sostanziate da una forte valenza etica, oltre che estetica, oltretutto prive di retorica pelosa (merce rarissima nell’Italia del dopoguerra). E nessun testimone sulla sua figura si dimentica di ricordarne la serietà, la capacità di lavoro serrato e faticoso, l’insistenza con cui scriveva e riscriveva.

Per comprendere meglio la parabola fenogliana, sia di uomo che di scrittore, torna utilissimo il saggio Beppe Fenoglio. La prima scelta (Ares, 2022) a firma di Gianfranco Lauretano, scrittore, saggista e poeta. Lauretano confeziona un volume che, seppur breve, non è mai superficiale, e anzi offre un’ottima panoramica introduttiva alla bibliografia dello scrittore piemontese, la cui originalità si fa sempre più evidente oggi, a poco più di sessant’anni dalla scomparsa. Di conseguenza, prendere per le mani uno qualsiasi dei suoi libri, in cui il particolare diventa epica dal valore universale, significa semplicemente entrare in contatto con la penna “onesta” di uno dei massimi autori del Novecento.

IL LIBRO: Gianfranco Lauretano, Beppe Fenoglio. La prima scelta, Ares, Milano, 2022, pp. 168, Euro 15.

Link all’acquisto: https://www.edizioniares.it/prodotto/beppe-fenoglio/



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