di Flavio Pisaniello
“Si va costituendo una dittatura del relativismo”… Così esordiva l’allora Card. Joseph Ratzinger nell’omelia detta “Pro Eligendo Romano Pontifice” che si tenne il 18 aprile del 2005, dopo la morte di Giovanni Paolo II, all’interno della Basilica Vaticana. Noi oggi possiamo appropriarci di quella ormai celebre frase pronunciata dal futuro Papa Benedetto XVI trasformandola in: “si va costituendo una dittatura del Ratzingerismo…”.
Ovviamente i più si interrogheranno sul perché di questa trasformazione della celebre frase, ebbene intendo spiegarmi in modo breve e conciso. L’impressione mediatica data da Papa Joseph Ratzinger fu quella di un Papa strettamente conservatore, di un Papa sempre pronto a difendere la tradizione della Chiesa ed i valori cristiani… Ma tralasciando l’impatto mediatico della sua figura, stando agli atti teologico-magisteriali, era davvero così?
Senza troppi giri di parole fornirò immediatamente la risposta a questo quesito: No. Prima di giungere alla motivazione di tale affermazione, che in sé contiene un grande peso, desidero precisare che la scrittura di questo articolo non vuole essere un attacco senza pietà o una totale denigrazione della persona di Benedetto XVI, ma una semplice constatazione dei “danni ideologico-spirituali” che sono stati portati “ad intra ecclesia”.
Colui che alla morte di Giovanni Paolo II, nel 2005, sarà eletto Papa con il nome di “Benedetto XVI” è stato certamente un grande conoscitore della teologia cattolica, un grande studioso che però non ha contribuito ad una ripresa della vera teologia romana all’interno di una “Chiesa in tempesta”, ma uno che ha contribuito, in non poche occasioni, all’esatto opposto, ovvero a far cadere ancor di più nel baratro quel tesoro che ci è stato lasciato dai Santi Padri e Dottori della Chiesa, come S. Tommaso D’Aquino e S. Agostino.
Parto col dire che, quando ancora Joseph Ratzinger era un docente di teologia dogmatica in Germania, venne chiamato dal Cardinale Frings come suo perito al Concilio Vaticano II, evento storico annunciato da Papa Giovanni XXIII nel 1959, iniziato nel 1962, e portato avanti sino alla sua conclusione nel 1965 da Papa Paolo VI. Ebbene il problema di questo Concilio Ecumenico fu proprio l’abbandono di Tommaso D’Aquino, del Tomismo, e quindi di quella salda colonna teologica di cui mai la Chiesa avrebbe dovuto privarsi.
Al Concilio Vaticano II infatti passarono tutte quelle dottrine che si trovano, nella sostanza, agli antipodi con la Tradizione della Chiesa ed del Magistero precedente. Qualche esempio? Prendiamo la libertà religiosa, l’ecumenismo indifferentista insieme con il dialogo interreligioso, il culto dell’uomo (l’antropocentrismo) e la collegialità. Tutte queste dottrine passate col Concilio furono grandemente sostenute anche dall’allora perito del Cardinale Frings, il teologo Joseph Ratzinger. Il professore di Tubinga infatti, definì la costituzione pastorale “Gaudium et Spes” come “contro-Sillabo”, (celebre documento di Pio IX che fu un elenco di 80 errori condannati).
Dopo il Concilio Vaticano II, nel 1972, Joseph Ratzinger fondò la rivista accademica “Communio” insieme con il teologo Hans Urs Von Balthasar, il cui obiettivo era quello di “scavalcare” a destra quei teologi conciliari che si collocavano nell’estrema sinistra, e quindi nell’estremo progresso. Ma attenzione, quello scavalcare a destra non equivaleva ad un collocarsi nella Tradizione, ma ad un collocarsi in una versione più soft e quindi più moderata del progressismo.
Sotto il pontificato di Paolo VI, Joseph Ratzinger fece la cosiddetta “carriera ecclesiastica”, ascendendo all’episcopato il 24 marzo del 1977 ed al cardinalato il 27 giugno dello stesso anno. Sarà però sotto il successivo pontificato di Giovanni Paolo II che il Card. Ratzinger farà un vero e proprio “boom” all’interno della Curia Romana, venendo chiamato a Roma da Papa Wojtyla come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ex Sant’Uffizio. Ebbene, sarà proprio il porporato bavarese, da nuovo Prefetto per la Fede, ad occuparsi di “Dottrina e Teologia” sotto il pontificato del carismatico Giovanni Paolo II, sostenendo però tutte quelle dottrine, passate con il Vaticano II, in totale antitesi con la Tradizione della Chiesa.
Quando nel 1988 Mons. Marcel Lefebvre consacrerà i celeberrimi 4 vescovi, formati tradizionalmente (e quindi “anti-conciliarmente”), “privo del mandato pontificio”, ecco che gli giungerà una “scomunica” da parte del Vaticano. Quando poi Ratzinger sarà elevato al Sacro Soglio come Papa Benedetto XVI, proseguirà con la rimozione della “scomunica” impartita dal suo predecessore ai 4 vescovi consacrati da Lefebvre. Di questo gesto c’è da essere in parte grati a Benedetto XVI, per altra parte invece non possiamo esserlo per il semplice fatto che Ratzinger tentò la coesistenza di una Chiesa conciliare ed una pre-conciliare, il che è però impossibile.
La stessa impossibilità di collaborazione tra il Cattolicesimo pre-conciliare e quello conciliare fu gridata a gran voce dallo stesso Mons. Lefebvre in occasione del ritiro sacerdotale a Econe del settembre 1987, quando riferì le sue parole al Card. Ratzinger: “Noi non potremo collaborare, è impossibile, impossibile; perché noi lavoriamo in direzioni diametralmente opposte: voi lavorate alla scristianizzazione della società, della persona umana e della Chiesa, mentre noi lavoriamo alla cristianizzazione. Non ci si può intendere!”.
Constatiamo dunque, dalle parole dello stesso Mons. Lefebvre, l’impossibilità di collaborazione e di coesistenza, all’interno della stessa struttura-Vaticano, tra coloro che, come Lefebvre, volevano cristianizzare la società, la persona umana e la Chiesa, e coloro che, come Ratzinger, Giovanni Paolo II e così via, volevano lavorare alla scristianizzazione delle stesse. Il tentativo di Ratzinger di reintrodurre la dimensione cosiddetta “lefebvriana” fu in parte nobile, ma in altra parte confusionaria, poiché il vero non può coesistere con il falso, poiché la Tradizione non può coesistere con il progresso, poiché la vera Roma non può coesistere con la falsa Roma.
La stessa confusione la vedemmo con il Motu Proprio “Summorum Pontificum” del 2007, che non fu un tentativo di Restaurazione della Tradizione come tanti lo accolsero, ma un tentativo di equiparazione, e quindi di gentile coesistenza di vecchio e nuovo rito, definendoli “due usi dell’unico rito romano”, un Motu Proprio che definì il Rito di San Pio V come “forma straordinaria” quando invece andrebbe considerata solo e unicamente come forma ordinaria al di fuori della quale non può esservi nulla.
Tra gli elementi positivi del SP possiamo certamente prendere atto dell’avvicinamento di tanti fedeli alla messa di origine apostolica, del fatto che si è precisato che il vecchio rito non è mai stato abrogato. Certamente per onestà intellettuale si deve prendere atto anche dei frutti buoni, ma non si possono in alcun modo tralasciare quelli cattivi. La stessa Ermeneutica della Continuità proposta da Ratzinger, tra Tradizione e Concilio, fu un vero e proprio tentativo (fallito) di creare unità nella Chiesa tra le realtà più tradizionali e quelle più moderne. Ciò si è però rivelato un fallimento di dimensioni cosmiche, poiché l’Ermeneutica della discontinuità è l’unica evidenza agli occhi di coloro che conoscono, almeno basicamente, il Magistero fino a Pio XII e quello a lui successivo.
Del resto Ratzinger fu un grande attuatore delle riforme conciliari, come dell’ecumenismo indifferentista ad esempio, ripetendo la riunione ecumenico-interreligiosa di Assisi nel 2011 e facendo la preghiera nella Moschea Blu (senza scarpe in rispetto alla religione islamica) ad Istanbul rivolto al Mihrab. Oppure quando tolse la tiara pontificia dal proprio stemma sostituendola con una mitria vescovile, simboleggiando la massima attuazione della collegialità e della riduzione del Papa più a Vescovo di Roma che a Vicario di Cristo. Tralasciando poi ciò che è seguito alle sue dimissioni avvenute nel 2013, con il monstrum giuridico del papato emerito, istituto canonicamente inesistente che né lui, né il suo successore Francesco, hanno mai voluto ufficializzare all’interno degli istituti giuridici ecclesiastici.
Oggi tutti quei fedeli che restano abbagliati dalla figura di Papa Joseph Ratzinger ritenendolo un “Rottweiler di Dio” dovranno ricredersi, poiché la ragione deve essere finalmente anteposta all’emotivismo, quel sentimento che non permette al fedele cattolico, magari poco informato rispetto ad altri, di vedere la crisi nella Chiesa nella sua panoramica generale e più giusta.
Spesso si rimane abbagliati dal modo di vestire di Papa Benedetto, dimenticandosi che i primi a fare la Rivoluzione concreta all’interno della Chiesa indossavano proprio “pizzi e merletti”, e, aggiungo io, tiare. Si resta abbagliati da quel Summorum Pontificum che viene continuamente accolto come una prima fase della Restaurazione, che però, come abbiamo visto poco fa, tutto è fuorché un tentativo di restaurazione, e ciò va affermato con chiarezza, nonostante alcuni indubbi benefici da esso apportati. Si resta abbagliati dalla sua profonda conoscenza della teologia romana, una conoscenza che però andava dalla parte opposta della restaurazione della vera teologia. Si resta abbagliati dal suo celebrare spesso la Messa in San Pietro, dalle solenni processioni del Corpus Domini e tanto altro ancora. Nulla togliendo a questi atti, dobbiamo però aggiungere che non furono abbastanza per la restaurazione del Cattolicesimo e delle sue varie solennità. Questa “magna” esaltazione della figura di Papa Ratzinger si può definire “Ratzingerismo”.
“Si va costituendo una dittatura del Ratzingerismo che non riconosce nulla della crisi nella Chiesa, e lascia come ultima misura solo il proprio io ed il suo emotivismo”.
Seguite Radio Spada su:
- il nostro negozio: www.edizioniradiospada.com;
- Telegram: https://t.me/Radiospada;
- Gloria.tv: https://gloria.tv/Radio%20Spada;
- Instagram: https://instagram.com/radiospada;
- Twitter: https://twitter.com/RadioSpada;
- YouTube: https://youtube.com/user/radiospada;
- Facebook: https://facebook.com/radiospadasocial
Immagine in evidenza di Pub. Dom., modificata da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Benedict_XVI.jpg?uselang=it
