Recentemente abbiamo dovuto riprendere la vecchia polemica col “mondo di mezzo” pseudo-conservatore (quelli, per intenderci “vaticansecondismo sì, ma con prudenza”), per via di una nuova serie di attacchi. Qui alcune delle ultime puntate:
- La Bussola torna all’assalto di “Viganò e lefebvriani”. Ma sembra Avvenire (o peggio). E fa il solito pastrocchio.
- Bella Ciao, Amoris Laetitia e la paura che fa 90. La Bussola torna alla carica contro i lefebvriani. Ma rifrigge (male) un pasticcio già rimandato in cucina. Vediamo allora chi sono i cuochi.
- “Nuove bussole o piante appassite?”: la FSSPX interviene sui nuovi attacchi de La Bussola
Su questa scia, ci pare opportuno proporre di seguito la nostra traduzione dell’articolo Le Père de Blignières et son disciple (suite et fin), a firma dell’abbé Gleize, sulle tante ambiguità del mondo ex Ecclesia Dei in merito al liberalismo religioso, già definitivamente condannato dalla Chiesa ad esempio nel Sillabo (per una trattazione più completa: Golpe nella Chiesa).
1. Era previsto? La Fraternità San Vincenzo Ferrer, attraverso la penna di Padre de Araujo, dà una “Breve risposta alla risposta” sulla pagina del 28 giugno del sito Claves della Fraternità San Pietro. Risposta obbligata all’articolo pubblicato sul numero di giugno 2024 del Courrier de Rome, riprodotto sul sito La Porte Latine e il cui contenuto era stato anticipatamente riassunto nella pagina del 31 maggio dello stesso sito.
2. La Fraternità San Vincenzo Ferrer intende quindi negare non che la Dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II possa essere intesa in un senso contrario alla Tradizione, ma proprio che debba esserlo. Già la mera possibilità di una interpretazione sarebbe grave, perché attesterebbe che un documento conciliare è fondamentalmente ambiguo, contrariamente a quello che dovrebbe essere un atto del Magistero, nella sua stessa definizione. Ma che debba essere intesa in tal senso, lo attestano sufficientemente tutte le successive dichiarazioni, più e più volte ribadite, dei successori di Paolo VI, che hanno chiarito (se necessario) l’ambiguità dei testi conciliari in senso contrario alla Tradizione.
3. Contro questo, tutte le risposte – possibili e immaginabili – del Padre de Blignières e della Fraternità San Vincenzo Ferrer non serviranno mai a nulla. Perché questa s’impone alla retta ragione, in virtù delle regole stesse della logica.
4. La risposta che abbiamo rivolto alla Fraternità San Vincenzo Ferrer non è – almeno non esclusivamente – quella di mons. Lefebvre. È anche quella di Padre Joseph de Sainte Marie, quella di Arnaud de Lassus, quella di Michel Martin, citato più volte nel nostro articolo, che fa riferimento al sito “Salve regina” creato dai membri della Fraternità di San Pietro. Di questo, la “Breve risposta” di padre de Aurajo non dice nulla, lasciando il lettore nell’illusione di credere che il Courrier de Rome rifletterebbe solo il pensiero unico di padre Gleize o della Fraternità San Pio X.
5. Padre de Aurajo ci sorprende quando dichiara che le citazioni di Benedetto XVI da noi prodotte a sostegno delle nostre conclusioni compaiono “soprattutto in documenti di minore importanza”, mentre noi abbiamo citato lunghi passaggi tratti dall’Esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente di Benedetto XVI (2012). Il Padre ci risponde anche che le nostre citazioni sono tratte da dichiarazioni rese “ai Paesi musulmani, dove i cristiani sono minoranza e perseguitati”. È un po’ frettoloso dimenticare che questi testi, quando prendono occasione delle visite di Benedetto XVI in Turchia o altrove, intendono richiamare affermazioni di principio, che valgono ovunque e sempre, sia che i cristiani siano perseguitati o meno, così come come testimonia il discorso di Benedetto XVI all’Unione dei giuristi cattolici italiani nel 2006.
6. Per quanto riguarda il Nuovo Catechismo, si attende ancora la risposta della Fraternità San Vincenzo Ferrer all’analisi precisa e rigorosa di Arnaud de Lassus, pubblicata online sul sito “Salve regina” della Fraternità San Pietro e alla quale facciamo riferimento nel nostro articolo. In ogni caso, questo Nuovo Catechismo va inteso secondo tutte le precisazioni fatte da Benedetto XVI, compresa questa tra tante altre: «La libertà religiosa è il vertice di tutte le libertà. È un diritto sacro e inalienabile. Comprende sia, a livello individuale e collettivo, la libertà di seguire la propria coscienza in materia religiosa, sia la libertà di culto. Comprende la libertà di scegliere la religione che si giudica vera e di manifestare pubblicamente le proprie convinzioni. Deve essere possibile professare e manifestare liberamente la propria religione e i suoi simboli, senza mettere in pericolo la propria vita e la libertà personale. La libertà religiosa è radicata nella dignità umana; garantisce la libertà morale e promuove il rispetto reciproco» (Benedetto XVI, Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Medio Oriente, 14 settembre 2012, § 26).
7. E nel numero 55 della sua Enciclica Caritas in veritate, è ben vero che, come sottolinea padre de Araujo, “con la consueta sobrietà”, Benedetto XVI dichiara che “l’autorità civile deve trattare diversamente le religioni, a seconda che esse possano rendere il loro contributo “in vista della costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune”, che richiede discernimento, fondato “sul criterio della carità e della verità”. Come giustamente – e paradossalmente – intuisce il buon Padre, in un’ultima osservazione a noi rivolta, Benedetto XVI si guarda infatti – “con la consueta moderazione” – nel precisare qui cosa intende con questo “criterio della verità”[1]. Quindi sono tutti contenti: i turchi e padre de Blignières.
8. Lasciamo le cose come stanno. La Fraternità San Vincenzo Ferrer vuole evidentemente a tutti i costi legittimare – davanti alla coscienza dei cosiddetti cattolici tradizionali – l’accettazione della Dignitatis humanae. A tutti i costi, cioè anche a dispetto dei testi, interpretati forzatamente o passati sotto silenzio. Il disaccordo che ci divide potrebbe trovare la sua profonda spiegazione non solo in radici intellettuali ma anche morali? L’idea che abbiamo dell’obbedienza torna qui al centro del dibattito, poiché è vero che Giovanni Paolo II, al numero 5 dell’Ecclesia Dei afflicta, ha sigillato definitivamente il destino delle comunità alle quali il suo Motu proprio ha dato il nome, ingiungendo loro di “valorizzare la continuità del Concilio con la Tradizione”, anche andando contro l’evidenza.
[1] In realtà, ogni precisazione necessaria la dà Benedetto XVI nel Discorso all’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani del 9 dicembre 2006. La “sana laicità” propugnata dal Concilio Vaticano II implica “l’autonomia effettiva delle realtà terrene, non solo dell’ordine morale, ma dell’ambito ecclesiastico”. La costruzione della comunità sociale e del bene comune che ad essa corrisponde corrisponde alla verità di un ordine morale naturalista, vale a dire sia dipendente dalla legge divina naturale (come possono affermarlo anche le religioni non cattoliche) sia indipendente della legge divina soprannaturale rivelata (che solo la religione cattolica afferma). “Ciò comporta inoltre che ad ogni confessione religiosa (purché non sia contraria all’ordine morale e non sia pericolosa per l’ordine pubblico) sia garantito il libero esercizio delle attività religiose – spirituali, culturali, educative e caritative – della comunità di credenti”.
Immagine di Pub. Dom. da qui: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Overzicht,_Bestanddeelnr_931-8256.jpg?uselang=it
