Giulio II fu un pontefice di grandi vedute: la sua idea era quella di rassodare l’indipendenza e la forza temporale della Santa Sede per poi procedere alla tanto auspicata riforma che ne avrebbe rafforzato la forza spirituale.
Una Chiesa forte non piace ai poteri del mondo, i quali nel 1511 erano rappresentati dall’imperatore Massimiliano I e dal re Luigi XII d Francia.
Questi novelli Eliodori nel 1511, mentre il papa era impegnato nella riduzione all’obbedienza del vassallo ferrarese, riunirono nientemeno che un Concilio per giudicarlo e deporlo.
Le turbolenze che di volta in volta, per divina permissione, scuotono la Chiesa si possono paragonare alla Passione del di Lei capo, Gesù Cristo, pertanto possiamo dire che come un tempo ci fu Giuda che collaborò coi Sinedriti, così allora ci furono quattro cardinali che si prestarono al gioco franco-imperiale: Francesco Borgia, Bernardino de Carvajal, Federico Sanseverino, René de Prie e Guillaume Briçonnet.
Questi si riunirono effettivamente a Pisa e, riesumando il repertorio conciliarista di Costanza, citarono al concilio lo stesso Giulio II. Questi dal canto suo fulminò su tutti la scomunica, rintuzzò le accuse e a sua volta convocò in Laterano un vero concilio ecumenico, che aprì egli stesso il 3 maggio 1512.
Gli scismatici non ottennero nulla di quanto sperato, anzi dovettero andar via dalla città di Pisa e passare prima a Milano e infine a Lione. Lo stesso imperatore li abbandonò e si riunì col papa.
Giulio II nel frattempo aveva ricacciato oltre le Alpi i Francesi e volle inseguirli canonicamente.
Il 13 agosto 1512 non solo rinnovò la scomunica contro i cardinali scismatici e Luigi XII, ma scagliò l’interdetto contro il regno di Francia e in particolare contro Lione, rea di ospitare conciliabolo. La città fu colpita anche economicamente: il pontefice infatti trasferì le fiere (con tutte le loro franchigie) a Ginevra.
Il drastico provvedimento fu promulgato nuovamente il 3 dicembre con l’approvazione di tutto il Concilio, compresi i legati del riconciliato imperatore.
Dall’interdetto fu esclusa solo la Bretagna, feudo personale della regina Anna, la quale, assieme al cardinale di Nantes, Gobert Guibé, non condivisero l’avventura del loro re.



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