Un passo dell’enciclica agostiniana “Ad salutem humani” di Pio XI (20 aprile 1930). Perché anche nel famigerato primo millennio i veri cristiani credevano nel primato e nell’infallibilità del papa.
Apertamente Agostino dichiarava che questa unità della Chiesa universale, non meno che l’immunità del suo magistero da qualsiasi errore, non solo procedeva dall’invisibile suo Capo Cristo Gesù, il quale «governa dal cielo il corpo suo» [Enarrat. in ps. 56, n. 1] e parla mediante la sua Chiesa docente [Ibidem], ma anche dal capo visibile in terra, il Pontefice Romano, che, per diritto legittimo di successione, siede sulla Cattedra di Pietro; poiché questa serie dei successori di Pietro «è la stessa pietra che non possono vincere le superbe porte dell’inferno» [Psalmus contra partem Donati], e sicurissimamente nel grembo della Chiesa «ci mantiene, a cominciare dallo stesso apostolo Pietro, a cui il Signore, dopo la sua risurrezione, affidò da pascere le sue pecorelle, la successione dei sacerdoti fino al presente episcopato» [Contra epist. Manichaei quam vocant fundamenti, c. 4, n. 5].
Pertanto, allorché cominciò a spandersi l’eresia Pelagiana e i seguaci di essa si sforzavano, con inganno ed astuzia, di confondere le menti e gli animi dei fedeli, i Padri del Concilio Milevitano che, oltre altri Concilii, si radunò, per l’opera e quasi sotto la guida di Agostino, non presentarono forse le questioni da essi discusse, e i decreti fatti per risolverle, a Innocenzo I, perché li approvasse? E il Papa, rispondendo, lodava quei Vescovi del loro zelo per la religione e dell’animo devotissimo al Romano Pontefice, ben «sapendo essi – così diceva loro – che dalla sorgente apostolica sempre sgorgano i responsi per tutte le regioni a coloro che li domandano; e specialmente, quando trattasi della regola di fede, penso che non ad altri che a Pietro, cioè alla causa del loro nome ed onore, tutti i fratelli e colleghi nostri nell’episcopato si debbano rivolgere, come ora si è rivolta la Carità vostra perché egli è in grado di giovare in comune a tutte le Chiese, in qualsivoglia parte del mondo si trovino» [Epist. 182, n. 2 inter augustinianas]. Così, dopo che la sentenza del Romano Pontefice contro Pelagio e Celestio fu colà recata, Agostino in un discorso al popolo pronunciò quelle memorande parole: «Intorno a questa causa furono già mandate le sentenze di due Concilii alla Sede Apostolica; da essa si ebbero pure le risposte. La causa è finita; Dio voglia che abbia fine una volta anche l’errore» [Serm. 131, c. 10, n. 10]. Parole che, in forma alquanto compendiosa, sono passate in proverbio: Roma ha parlato, la causa è finita. E altrove, dopo aver riferito la sentenza del Papa Zosimo che condannava e riprovava i Pelagiani, dovunque fossero, egli così diceva: «In queste parole della Sede Apostolica suona tanto certa e chiara la fede cattolica, così antica e così sicura, che al cristiano non è lecito dubitarne» [Epist. 190, ad Optatum, c. 6, n. 23].
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fonte immagine https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_d%27Ippona#/media/File:Sant’Agostino_d’Ippona.jpg
