Questo estratto è preso dal capolavoro di don Andrea Mancinella (1956-2024) Golpe nella Chiesa. Documenti e cronache sulla sovversione: dalle prime macchinazioni al Papato di transizione, dal Gruppo del Reno fino al presente.


«Ci consta che malgrado i ripetuti avvertimenti continua nella chiesa di San Simeone Piccolo la celebrazione della Messa secondo il rito oggi non più ammesso, e con sempre più numerosa partecipazione di fedeli. Consta parimenti che si fa propaganda per la presenza a questa Messa: è in nostra mano un foglio ciclostilato con una specie di calendario liturgico ed indicazioni degli orari di celebrazioni varie. È certamente fatto per essere diffuso e ciò conferma che la propaganda si fa a largo raggio. Essendo tutto ciò in contrasto con quanto convenuto e con le attuali norme liturgiche e di diritto, si dispone quanto segue:

1° È proibita a qualsiasi titolo la celebrazione della Messa more antiquo nella chiesa di San Simeone Piccolo, come in tutto il territorio della Diocesi.

2° Nella stessa chiesa di San Simeone Piccolo è proibita qualsiasi celebrazione liturgica senza il previo accordo e permesso del Parroco e del Vicario della parrocchia di San Simeone Grande.

3° Si concede al rev. Don Siro Cisellino (sic) la facoltà di celebrare la S. Messa more antiquo solo in casa propria.

Le suddette disposizioni entrano in vigore dalla data del ricevimento della presente. Fiducioso che ci si voglia attenere a quanto sopra indicato benedico di cuore».

Questa notificazione patriarcale da parte di Albino Luciani a don Siro Cisilino, prete refrattario alla rivoluzione del Novus ordo, è datata 20 febbraio 1978. Questo solo documento rende bene, con la chiarezza della folgore, l’indole, l’attitudine, lo spirito (conciliare) del futuro Giovanni Paolo I.

La brevità del suo regno, l’indiscutibile cortesia e affabilità tipicamente veneta (che già raccomandava caldamente ai suoi preti durante l’episcopato a Vittorio Veneto dal 1958 al 1969), le ombre e il persistente chiacchiericcio che accompagnarono la sua morte repentina, il 29 settembre 1978 hanno contribuito a creare una mitologica e affabulatoria alterità di Albino Luciani rispetto alla rivoluzione conciliare di cui fu certamente esponente minore ma non meno responsabile, non meno entusiasta, non meno iconicamente simbolo. Da quella rivoluzione ed esclusivamente in virtù di quella, Albino Luciani ebbe mitra, galero e trono. Fu vescovo secondo il cuore di Giovanni XXIII e secondo la mente e le attitudini di Giovan Battista Montini.

È stata testificata ampiamente e da più voci l’intensissima sintonia teologica ed ecclesiale tra il futuro Giovanni Paolo I e Paolo VI che personalmente lo scelse per ascendere alla cattedra di San Marco il 15 dicembre 1969. Questa sintonia culminò il 16 settembre 1972 con il plateale gesto montiniano di far indossare al Patriarca Luciani, allora non ancora cardinale, la stola papale durante la sua visita apostolica a Venezia.

Personalmente pio ma fedele alla logica montiniana del centrismo rivoluzionario conciliare, Luciani sanzionò alcune spinte centrifughe a sinistra di natura scismatica o semplicemente iper-progressista, mantenendo però una ferrea chiusura verso qualsiasi atteggiamento integrista o indietrista riguardo il Vaticano II, considerato provvidenziale, decisivo e unico orizzonte per la Chiesa del futuro.

Non deve quindi stupire che durante il conclave dell’agosto 1978 emergesse come candidato di seconda scelta benelliana-montiniana di fronte al logoramento reciproco delle candidature Benelli-Siri. Di fronte ad un Sacro collegio, ricolmo di creature del precedente pontificato, svuotato dall’Ingravescentem aetatem di Paolo VI e con porpore conservatricisparute e divise, la sua scelta spirituale apparve la più logica e consequenziale rispetto al precedente regno bresciano.

Il 26 agosto 1978 Albino Luciani succedeva a Paolo VI sul trono della rivoluzione conciliare. Il resto è storia: schiacciato da un incarico oneroso, fortemente scoraggiato da una curia legata a potentati economici, interessi inconfessabili e gruppi iniziatici, compariva di fronte al tribunale celeste solo 33 giorni dopo a soli 66 anni senza lasciare alcuna traccia di «magistero» (nemmeno nelle sue famose catechesi infrasettimanali) che sconfessasse o si allontanasse dalle principali direttrici conciliari.
La brevità «lunare» del suo regno lasciava il campo al sole raggiante della rivoluzione conciliare in atto e diffusa in tutto l’orbe terraqueo nel suo successore: Karol Woytyla.

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