Il 29 giugno 1868 Pio IX indisse un concilio ecumenico da celebrarsi in Vaticano a partire dall’8 dicembre 1869. La sacra assise nella mente di Pio IX voleva anche essere un’occasione per attuare il ritorno alla comunione con la Sede Apostolica e all’unità della Chiesa Cattolica di tutti coloro che si professavano in qualche modo cristiani. Quindi inviò messaggi prima di tutto ai Prelati degli Orientali separati. Ripercorriamo queste vicende, attingendo alla Storia del Concilio ecumenico Vaticano scritta su documenti originali di Eugenio Cecconi, prima canonico poi arcivescovo della Metropolitana Fiorentina.

«Qual fosse l’animo del Sommo Pontefice e dei rispettabili personaggi componenti la Congregazione direttrice quanto a profittare di questa occasione del Concilio per tentare il ricongiungimento delle Chiese separate d’Oriente, ognuno facilmente può imaginare. Perocché tal pruova non pur venia suggerita dalla costante tradizione della Chiesa di Roma, la quale non trascurò mai alcun mezzo di procacciare il ritorno delle Chiese d’Oriente all’unità, ma soddisfaceva ad un tempo a uno de’ più ardenti voti del cuore magnanimo di Pio IX. È noto infatti, come, fino da’ primordi del suo pontificato, nulla stessegli più a cuore dello stringere in fraterno amplesso tutti quanti i Pastori di quella parte dell’ orbe che diè al mondo il Sol di giustizia, e alla Chiesa così gran numero di luminari. La questione o, a dir meglio, lo studio non potea dunque versare che sulla più opportuna maniera di porre ad effetto un così santo pensiero. Con grande amore occupossi la Congregazione di tale studio, e nell’adunanza del 22 marzo 1868 fu di unanime avviso che si dovesse, contemporaneamente alla bolla d’indizione del Concilio e separatamente da essa, fare un invito (non già una chiamata, come si adopera dal Sommo Pontefice co’ Prelati cattolici) ai Patriarchi e Vescovi orientali perché vengano all’unità colla santa Chiesa romana nell’occasione del prossimo Concilio, e così possano prendervi parte. «Questo invito (così il Verbale di quell’adunanza) avrebbe ad essere tutto affettuoso e paterno, tenendosi sulle idee generali d’unità ed evitando affatto qualsivoglia particolarità, qual sarebbe una qualunque allusione ai Governi, o il parlare dello stato lacrimevole cui gli scismatici si sono ridotti, ovvero il toccar cosa alcuna che possa urtare il loro amor proprio. Anzi, a raggiunger sempre più l’intento che questo invito presenti tutto lo spirito di paterna amorevolezza, si avrebbe delicatamente a prender le mosse dalla notissima enciclica ad Orientales che il Santo Padre pubblicava sin dal principio del suo glorioso pontificato. Dopoché gli Eminentissimi ebbero di tal maniera emesso la risposta al summentovato quesito, si facevano unanimemente ad osservare in proposito che, quando i Patriarchi e i Vescovi scismatici venissero, ed emettessero una piena professione di cattolica fede (cosa, a dir vero, non molto facile ad accadere), eglino avrebbero diritto di prender parte al Concilio, poiché hanno senza dubbio il carattere episcopale. Ove poi venissero, senza però esser pronti a fare la suindicata professione di fede in tutta quell’estensione che si richiede in affare sì grave e pericoloso, si potrebbe formare una o » più Commissioni di Vescovi e teologi per tener con essi delle conferenze, come saggiamente si adoperò nel Concilio di Firenze. Non si lasciava inoltre di riflettere che, sebbene » questa riunione degli scismatici colla Chiesa Romana, tante volte procurata ne’ generali Concili, sia quasi sempre riuscita a vuoto; pure non potrebbe omettersi un nuovo tentativo in occasione del futuro Concilio, poiché trattasi della salvezza dell’anime, ed altronde si sa che, puranco fra gli scismatici, la notizia già fra di essi pervenuta della celbbrazione del Concilio ha destato un certo movimento e fatto molta impressione negli animi, i quali, anche senza volerlo confessare, sentono il peso della disgrazia che gli ha colpiti dopo la separazione dal centro dell’unità» … La redazione della lettera agli Orientali soffrì qualche ritardo e formò più volte soggetto d’esame per la Congregazione. Le adunanze del 19 luglio, dei 2 e 9 settembre 1868 furono principalmente consecrate a tale studio. Erano stati incaricati gli eminentissimi Reisach, Barnabò e Bilio di preparare, sui fondamenti posti, le tracce del Documento. Fu quindi letto nell’adunanza del 19 luglio un primo abbozzo di minuta, e approvato. Su questo poi si distese la minuta della lettera che fu sottoposta alla sanzione sovrana. Pio IX vi trovò bene espressi i sentimenti dell’animo suo e pose l’augusto suo nome a piè del Documento, cui volle assegnare la data dell’ 8 di settembre, giorno sacro alla Natività della Vergine Immacolata. Chi si faccia a considerare la lettera di Pio IX agli Orientali, non potrà non riconoscere come in essa sieno state superate felicemente le gravi difficoltà che la natura del subietto portava seco. Perocché, se da un lato nulla vi si trova che ponga in pericolo i principii che la Santa Sede ha la missione di serbar puri ed illesi, non v’ha nemmeno parola che possa, anco da lungi, indisporre gli animi dei fratelli separati; e tutto spira carità e condiscendenza. Ogni questione importuna è messa da parte, e solo vi risplende la viva brama di rinnovare nel Concilio Vaticano le leggi dell’antica dilezione. Il titolo della lettera consuona perfettamente collo spirito e collo stile di quella. Essa è diretta ad omnes Episcopos Ecclesiarum ritus orientalis (e così vengono compresi anche quelli del settentrione e d’altre parti del mondo) communionem cum apostolica Sede non habentes. L’odiosa parola di scismatici è a bello studio evitata» [1]

Il testo dell’enciclica[2]:

«Insediati in questa eccelsa Cattedra per un misterioso disegno della Divina Provvidenza, sia pure senza alcun merito da parte Nostra, eredi del Beatissimo Principe degli Apostoli che, “in forza della prerogativa a lui assegnata da Dio, è la ferma e incrollabile pietra sulla quale il Salvatore edificò la Chiesa [S. Greg. Nyssen., Laudatio altera S. Steph. Protomart. apud Galland. VI, 600], incalzati dall’impegno a Noi affidato, siamo mossi dal profondo desiderio di far giungere il Nostro interessamento a tutti coloro che, in qualunque parte della terra, si riconoscono nel nome di cristiano, e di spingerli all’abbraccio della paterna carità. Non possiamo infatti, senza grave danno della Nostra anima, trascurare alcuna porzione del popolo cristiano il quale, redento dal preziosissimo Sangue del Nostro Salvatore e raccolto nel gregge del Signore per mezzo delle sante acque battesimali, rivendica a buon diritto tutta la Nostra attenzione. Dovendo dunque rivolgere senza sosta tutta la Nostra preoccupazione e i Nostri pensieri a procurare la salvezza di chiunque professa e adora Gesù Cristo, abbiamo rivolto il Nostro sguardo e i Nostri sentimenti paterni a codeste Chiese che, strettamente legate un tempo a questa Sede Apostolica dal vincolo dell’unità, splendevano per la grande santità e per la magnificenza della celeste dottrina, e producevano copiosi frutti per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Ora invece, per le arti malefiche e per gli intrighi di colui che per primo diede vita ad uno scisma in cielo, esse si trovano, con sommo Nostro cordoglio, separate e divise dalla comunione con la Santa Romana Chiesa, che è diffusa su tutta la terra. Proprio per questo motivo, fin dall’inizio del Nostro Supremo Pontificato, abbiamo rivolto a Voi, con vivi sentimenti di affetto, parole di pace e di carità [Epist. ad Orientales In suprema, die 6 Ianuarii anno 1848]. Quantunque queste Nostre parole non abbiano in alcun modo conseguito l’esito che Ci ripromettevamo con tutto il cuore, tuttavia non abbiamo mai perso la speranza che l’Autore della salvezza e della pace, ricolmo di clemenza e di benignità, potesse un giorno degnarsi, di accogliere con favore le Nostre umili e fervide preghiere. È Lui infatti che “operò la salvezza nel mezzo della terra; apparendo dall’alto e mostrando la pace a Lui gradita, che doveva essere accolta da tutti, nel momento della Sua nascita l’annunciò agli uomini di buona volontà per mezzo degli Angeli; dimorando tra gli uomini, la illustrò con la parola e la predicò con l’esempio” [Epist. B. Gregorii ad Michaelem Palaeologum, Graec. Imper., die 24 Octobris an. 1272]. Poiché dunque recentemente, con il consiglio dei Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, abbiamo indetto e convocato un Sinodo Ecumenico da celebrare in Roma nel prossimo anno con inizio l’otto dicembre, festa dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria Madre di Dio, indirizziamo nuovamente a Voi la Nostra parola e con il più grande fervore possibile del Nostro animo Vi scongiuriamo, Vi esortiamo e Vi supplichiamo a voler presenziare a questo Sinodo generale, come i Vostri Antenati intervennero al secondo Concilio di Lione, tenuto dal Beato Gregorio X, Nostro Predecessore di venerata memoria, e a quello di Firenze, celebrato dal Nostro Predecessore Eugenio IV di felice memoria, perché, rinnovate le leggi dell’antico rapporto e richiamata nuovamente in vita la concordia dei Padri [Epist. LXX, al. CCXX S. Basilii Magni ad S. Damasum Papam], dono salutare e divino che col tempo si è inaridito, dopo una così lunga notte di afflizione e le luttuose e squallide tenebre di un dissidio senza fine, rifulga per tutti la splendida luce della desiderata unione [Defin. S. Oecum. Synodi Florent., in Bulla Eugenii IV, Laetentur Caeli]. Sia questo dunque il soavissimo frutto di benedizione, con il quale Cristo Gesù, Signore e Redentore di tutti noi, consoli la sua immacolata e amatissima Sposa, la Chiesa, lenisca e asciughi le sue lacrime in questi tempi segnati da aspri contrasti affinché dopo aver totalmente rimosso ogni divisione, le voci già discordi, in perfetta sintonia di spirito, lodino Dio che non tollera l’esistenza di scismi tra noi, ma ci ordina con la voce dell’Apostolo di mantenere l’unanimità delle parole e dei sentimenti. Saranno innalzate grazie senza fine al Padre delle misericordie da parte di tutti i suoi Santi, ma in modo particolare da quei gloriosissimi antichi Padri e Dottori delle Chiese Orientali, quando potranno contemplare dal cielo che è stata attuata e ripristinata la comunione con questa Sede Apostolica, centro della verità e dell’unità cattolica. Essi infatti nel corso della loro vita terrena si preoccuparono, con ogni cura e con indefessa attività, di sostenere e di promuovere tale unità ogni giorno di più, sia con l’insegnamento, sia con l’esempio, avendo preso dimora nei loro cuori, per mezzo dello Spirito Santo, la carità di Colui che rimosse la parete di macerie e, per mezzo del Suo Sangue, riconciliò e pacificò tutte le cose, volle come segno di distinzione dei Suoi discepoli l’unità e rivolse al Padre questa preghiera: “Prego perché siano tutti una sola cosa, come Noi siamo una cosa sola”».

I destinatari l’accolsero malamente, rinnovando contro la Sede Apostolica solite invettive di Fozio, di Cerulario, di Marco d’Efeso e degli altri capi dello scisma greco.


[1] E. Cecconi, Storia del Concilio ecumenico Vaticano scritta su documenti originali, parte I, Antecedenti del Concilio, Vol. 1, Roma, Tipografia Vaticana, 1872, pp. 127-131.
[2] https://www.vatican.va/content/pius-ix/it/documents/litterae-apostolicae-arcano-divinae-8-septembris-1868.html



🔴 Lettera “In suprema Petri apostoli sede” di Pio IX ai Cristiani d’Oriente

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