Proponiamo ai lettori il racconto della morte di san Vincenzo de’ Paoli “Sacerdote e Confessore, Fondatore della Congregazione dei Preti della Missione e delle Figlie della Carità, uomo apostolico e padre dei poveri”, avvenuta a Parigi il 27 settembre 1660. La festa di questo Eroe della Carità è celebrata nella Chiesa Universale il 19 luglio.
S’accorgeva Vincenzo che l’ora sua s’andava avvicinando e ne parlava: sempre con spirito d’umiltà e con desiderio di vedersi libero da uno stato nel quale gli pareva d’offendere continuamente la Maestà Divina. Alle volte diceva ai suoi: «Fra pochi giorni il cadavere di questo vecchio peccatore sarà posto nella terra e ridotto in polvere, e voi lo calpesterete. Altre volte riflettendo sul numero dei suoi anni, esclamava: «Heu mibi, quia incolatus meus prolongatus est! Sono tanti anni che io abuso delle grazie di Dio! Ah Signore, io vivo troppo lungamente, giacché non mi emendo, e i miei peccati si vanno con l’età moltiplicando».
Quando doveva dar parte ai fuoi della morte di qualcheduno della Congregazione, soleva prorompere in queste parole di umiltà, le quali profferiva con tal sentimento che ognuno si accorgeva che esse uscivano più dal cuore che dalla bocca; «Voi mi lasciate, Signore, e chiamate a voi i vostri fedeli servi. Io fono come la zizzania, che guasta il buon grano, che voi raccogliete, e pure ecco che resto sempre inutilmente sopra la terra. Ut quid terram occupo?».
Erano però sì ben regolati questi suoi desideri, che non gl’impedivano di rimetterli totalmente in Dio e di conformarsi, tanto per la vita come per la morte, al suo divino volere, dicendo spesso in questo proposito: «Signore, si faccia la volontà vostra e non la mia».
Or sebbene tutta la fu vita fosse stata una continua preparazione alla morte; nulladimeno si dispose più di proposito a questo gran passaggio negli ultimi anni. A quest’effetto fece i soliti esercizi spirituali di otto giorni un anno prima di morire, nonostante la sua grave e cadente età, e le continue infermità, dalle quali era molestato. Soleva ancora ogni giorno celebrare la santa Messa e recitare le orazioni per gli agonizzanti e la raccomandazione dell’anima …
Qualche tempo avanti fu egli straordinariato travagliato, e quasi sempre aggravato da sonnolenza, sì per mancanza del vigore naturale come per aver passate alcune notti senza riposo; ed accorgendosi che questo sonno era il ritratto ed il foriere della morte, diceva per modo di scherzo: «Il fratello sta aspettando la sorella». Continuò però a sentire ogni giorno la Messa e ricevere la sacra Eucaristia fino al 26 di settembre, vigilia della sua morte, in cui, dopo d’aver soddisfatto alla sua divozione ed esser stato riportato dall’oratorio nella camera, fu assalito da una specie di letargo che durò fino alla sera. Il fratello che l’assisteva procurò più volte di svegliarlo, ma, vedendo che subito tornava ad addormentarsi, ne diede parte all’assistente di casa, il quale fece subito chiamare il medico; e questi, esaminato lo stato dell’infermo, disse non esservi più luogo a rimedi né speranza di vita. Si licenziò pertanto da Vincenzo, il quale con bocca ridente gli disse alcune parole di ringraziamento, senza però poter finire di pronunziarle.
Poco appreso uno dei sacerdoti più anziani della casa gli chiese la benedizione per sé e per tutti quelli della Congregazione sì assenti, come presenti, ed egli fece uno sforzo per alzare alquanto la testa e profferire le parole solite della benedizione: ma dopo averne profferite distintamente alcune, mancandogli la lena proseguì il restante fotto voce.
La sera, vedendolo i suoi totalmente abbattuto, gli diedero l’Estrema Unzione; dopo la quale tornò in se e passò tutta la notte in una dolce, tranquilla, e quasi continua applicazione a Dio; e se talora s’addormentava di nuovo, bastava, per destarlo, parlargli di cose spirituali. E perché s’avvidero gli astanti, che aveva divozione particolare a quelle parole del Salmista: «Deus in adjutorium meum intende, Domine, ad adjuvandum me festina», spesso gli replicavano la prima parte del versetto; ed egli pronto divotamente rispondeva: «Domine ad adjuvandum me festina» …
Di là a poco tempo spirò con tanta quiete e tranquillità, che parve fosse stato preso da un dolce sonno.
Mori nell’anno 85 dell’età sua, il 27 settembre del 1660, verso le quattro ore e mezza dopo mezza notte, nel tempo appunto che i suoi radunati in chiesa cominciavano la loro meditazione, la quale egli per lo spazio di 35 anni era stato solito fare in compagnia di essi …
Si sparse nella camera un odore soave, che potette essere indizio della sua castità, dote proporzionata per chi aveva fondate e dirette tante pie adunanze di sacre vergini.
Si aprì a tempo debito il cadavere: si trovarono ben composte, intiere e sane le interiora, che furono sepolte a parte … Il sangue fu rinchiuso in vasi di cristallo, e con esso intinti pannicelli, uno dei quali presentato a N. S. Benedetto XIII. Sua Santità lo ricevette, come un dono prezioso, in occasione della Beatificazione. Il cuore fu riposto a parte e poi rinchiuso in un vaso d’argento provveduto dalla pietà di Madame la Duchessa d’Aiguillon.
Il cadavere poi vestito degli abiti sacerdotali, fu esposto nella sala maggiore della casa, circondato di lumi ed assistito dai Sacerdoti e Chierici con divota recitazione di Salmi.
Sparsa la notizia della morte di Vincenzo,si udì dire per Parigi: «È morto il Santo!».
Piansero gli orfani, piansero le vedove; e tutti i poveri esclamarono con lagrime: «È morto il nostro Padre, il nostro rifugio, il nostro sostegno!» Sacerdoti, e Prelati; Cavalieri, e Dame; Senatori, e Principi protestarono concordemente esser mancato alla Francia un indefesso promotore della disciplina, un ardente incentivo di pietà, un zelatore della pubblica tranquillità.
Domenico Acami, Vita di San Vincenzo de Paoli , Venezia, 1753, pp. 113-115.
Il testo è stato in parte aggiornato quanto al linguaggio.
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fonte immagine https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/83/St_Vincent_de_Paul.jpg
