Presentiamo ai lettori questo intervento inviatoci da Flavio Pisaniello relativo ad alcune recenti polemiche provenienti dal mondo “benevacantista”. Già ieri un post apparso sui social di Radio Spada aveva fatto piazza pulita di alcuni errori di base relativi alla distinzione tra libertà e tolleranza religiosa. Per approfondire il tema del neomodernismo nei testi vaticansecondisti rimandiamo ai capitoli II, III, V di Golpe nella Chiesa. Documenti e cronache sulla sovversione: dalle prime macchinazioni al Papato di transizione, dal Gruppo del Reno fino al presente.
di Flavio Pisaniello
Secondo un recente intervento video circolato nel mondo benevacantiata, chi non promuove la “libertà religiosa” come diritto insito nella natura umana, seguendo il documento Dignitatis Humanae di Paolo VI, sarebbe non cattolico. Non solo: si chiede con sarcasmo se esista un “diritto” a non professare la vera religione, arrivando di fatto a sostenere che chi non ammette il diritto a sbagliare liberamente cesserebbe di aderire alla dottrina della Chiesa. Sono enormità per chiunque conosca vagamente l’insegnamento dei Papi.
Il Cardinale Alfredo Ottaviani, all’epoca Prefetto del Sant’Uffizio, durante le riunioni della Commissione centrale preparatoria del Concilio, si oppose vivamente al cardinale Bea, che voleva assolutamente vedere adottare dal Concilio la libertà religiosa proponendo un progetto intitolato “De libertate religiosa”, mentre il Prefetto del Sant’Uffizio proponeva un testo in netta contrapposizione intitolato “De tolerantia religiosa”. Si vede bene la differenza: “si tollera l’errore nella misura in cui non lo si può sopprimere, ma se si può, lo si deve fare”. Ottaviani ricorda infatti che anche Leone XIII nell’Enciclica “Libertas” parla di tolleranza.
Sentiamo cosa dice il Magistero nel merito:
Papa Pio IX in Quanta Cura: “Con tale idea di governo sociale, assolutamente falsa, non temono di caldeggiare l’opinione sommamente dannosa per la Chiesa Cattolica e per la salute delle anime, dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di augusta memoria, chiamata delirio, cioè la “libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo che si deve proclamare e stabilire per legge in ogni ben ordinata società”.
Gregorio XVI nella Mirari Vos, che condanna il liberalismo sostenuto da Félicité de Lamennais: “Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo (…) che va sempre aumentando a danno della Chiesa (…) “Ma qual morte peggiore può darsi all’anima della libertà dell’errore?” Scriveva sant’Agostino”.
Leone XIII in Libertas Praestantissimus: “Dunque, dal momento che é necessaria la professione di una sola religione nello Stato, è necessario praticare quella unicamente vera e che non è difficile riconoscere, soprattutto nei Paesi cattolici, per le note di verità che in essa appaiono suggellate. Conseguentemente i governanti la conservino, la proteggano, se vogliono provvedere con prudenza e profitto, come devono, alla comunità dei cittadini”.
Pio IX nel Sillabo, Proposizione ANATEMIZZATA (dunque non pronunciabile sotto pena di anatema) numero 15: “È libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera”. Vorrei precisare che questa proposizione del Sillabo é un’anatema di quanto propone, non una condivisione dell’ideale esposto!
San Pio X nella Lettera Notre Charge Apostolique in cui condanna il movimento del Sillon: “Non esiste vera civiltà morale senza la vera religione. È una verità dimostrata, si tratta di un fatto storico”.
Pio VI nella Lettera Quod aliquantulum del 10 marzo 1791, ai Vescovi francesi dell’Assemblea Nazionale: “L’effetto necessario della costituzione decretata dall’assemblea è di distruggere la Religione cattolica e con essa l’obbedienza ai Re. Da questo punto di vista si è stabilita, quale diritto dell’uomo nella società, questa libertà assoluta che non solo assicura il diritto di non essere molestati sull’opinione religiosa, ma che dà pure questa libertà di pensare, di dire, di scrivere e anche di impunemente stampare in materia di religione tutto ciò che può suggerire una sregolata immaginazione; diritto mostruoso che all’assemblea sembra derivi dall’uguaglianza e dalla libertà naturale degli uomini. Ma che cosa poteva esserci di più insensato che stabilire fra gli uomini questa uguaglianza e questa sfrenata libertà che sembra soffocare la ragione, il dono più prezioso che la natura abbia fatto all’uomo e che, solo, lo distingue dagli animali?”.
Pio VII nella Lettera apostolica Post tam diuturnitas, al Vescovo di Troyes, in Francia, che condanna la «libertà di culto e di coscienza» accordata dalla costituzione del 1814 (Luigi XVIII): “Altra causa di dolore ancora maggiore per il Nostro cuore e che, lo confessiamo, Ci ha grandemente afflitti, accasciati e angosciati, è il XXII articolo della Costituzione. In esso non solo si permette la libertà di culto e di coscienza, per usare i termini stessi dell’articolo, ma si promette appoggi e protezione a questa libertà ed anche ai ministri in tutto ciò che riguarda i culti. Non sono necessari lunghi discorsi rivolgendoCi ad un Vescovo come lei, per farle riconoscere quale ferita abbia subito, per questo articolo, la religione cattolica in Francia. Stabilendo la libertà di culto senza distinzione, per ciò stesso si confonde la verità con l’errore, e si pone al pari delle sette eretiche e anche della perfidia giudaica, la Sposa santa e immacolata di Cristo, la Chiesa, fuori dalla quale non vi è salvezza. Inoltre, promettendo favore e appoggi alle sette eretiche e ai loro ministri si tollerano e favoriscono non solo le persone, ma anche i loro errori. È implicitamente la disastrosa e deplorabilissima eresia che sant’Agostino ricorda con queste parole: “Afferma che tutti gli eretici sono nella buona via e dicono il vero, assurdità tanto mostruosa che io non posso credere che qualche setta la professi realmente”.
Leone XIII. Enciclica Immortale Dei, sulla costituzione cristiana degli Stati: “E poiché il popolo è considerato non altrimenti che la sorgente di ogni diritto e di ogni potere, è logico che lo Stato si ritenga sciolto da qualunque dovere verso la divinità; che non professi ufficialmente veruna religione; né si creda obbligato a ricercare qual sia tra le molte la sola vera, né ad anteporne una alle altre, né a favorirne una più delle altre, ma tutte le lasci ugualmente libere, fino a che non ne venga danno all’ordine pubblico. Sarà ancor logico… dar piena balia ad ognuno di seguire quella che più gli talenta, ed anche nessuna se così gli piace”.
Pio XII (Allocuz. “Ci riesce”, 1953, sulla differenza tra libertà e tolleranza): “Primo: ciò che non risponde alla verità e alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto né all’esistenza, né alla propaganda, né all’azione. Secondo: il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell’interesse di un bene superiore e più vasto”.
Per ulteriori approfondimenti rimando a Il Magistero della Chiesa e gli errori moderni di Mons. Lefebvre e Golpe nella Chiesa. Documenti e cronache sulla sovversione: dalle prime macchinazioni al Papato di transizione, dal Gruppo del Reno fino al presente di don Andrea Mancinella.
Dunque, cari benevacantisti, tutti i Papi regnanti fino al 1958 non erano cattolici? O a fuggire dal Cattolicesimo siete voi? Chiedo per un amico.

