Nel 1895 cadevano i 25 anni dalla Presa di Roma (20 settembre 1870): il “giubileo” (il termine fu adoprato da un senatore del regno) fu festeggiato in modo particolarmente solenne dalle autorità dello Stato italiano e dalla Massoneria e il XX settembre fu stabilito come festa civile. Pochi giorni dopo l’infausto anniversario, l’8 ottobre, Leone XIII indirizzò una lettera (nota come “Le insolite manifestazioni“) al suo Segretario di Stato, il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro per commentare i festeggiamenti massonico-statali, ribadire la provvidenzialità, necessità, giustizia e utilità del Principato Civile dei Romani Pontefici, e illuminare i fedeli (di ieri come di oggi) sul vero obiettivo di chi lo abbatté. Ne riportiamo i passi salienti.

«Col glorificare, nel modo che s’è veduto, il successo del settanta, hanno avuto in mira anzitutto di assodare i frutti della conquista, e fare intendere all’Italia e al mondo che il Pontefice, quanto è da loro, deve rassegnarsi ormai alla cattività senza speranza di redenzione. E qui non è tutto. Hanno voluto inoltre fare un passo di più verso un ideale essenzialmente antireligioso. Poiché lo scopo ultimo della occupazione di Roma, non diciamo nella mente di quanti vi cooperarono, ma delle sètte che ne furono i primi motori, non è, o almeno non è tutto nel compimento dell’unità politica. No: quell’atto di violenza, che ha pochi esempi nella storia, doveva nei decreti settari servire come mezzo ed esser preludio di un assunto più tenebroso. Se si stese la mano a squarciare le mura della metropoli civile, fu fatto per meglio battere in breccia la città sacerdotale: e per sortire l’intento di assalire da vicino la potestà spirituale dei Papi, incominciossi dall’abbatterne quel propugnacolo terreno. Insomma, quando vennero ad imporsi al popolo romano, a questo popolo che tenne fede al suo principe sino all’ultimo, resistendo vigorosamente a possenti e diuturne tentazioni venute di fuori, essi recavano il concetto ben fermo di mutare le sorti della città privilegiata, trasfigurarla, tornarla pagana: ciò che fu denominato in loro gergo, dar vita ad una terza Roma, d’onde irradierebbe come da centro, una terza civiltà. E infatti si diede e si dà opera più che non paia ad attuare il funesto disegno. Son cinque lustri che, guardandosi attorno, Roma vede padroni del campo gli oppugnatori delle istituzioni e delle credenze cristiane. Diffusa ogni più malvagia dottrina; vilipesi impunemente la persona e il ministero del Vicario di Dio; contrapposto al dogma cattolico il libero pensiero, e alla Cattedra di Pietro il seggio massonico. E appunto a questo insieme nefasto d’idee e di fatti si è preteso novellamente di dar sembianza di diritto ed essere di stabilità, mediante il suggello di una nuova legge e le clamorose manifestazioni che secondarono, capitanate a viso aperto dalla setta nemica di Dio. È forse questo il trionfo della causa italiana, o non piuttosto l’avvenimento della apostasia?»

«E tra l’ingrossare di tanti guai, non che quietare, inasprisce la guerra a quel divino instituto, nel quale dovrebbe riposare la speranza del maggiore e più sicuro rimedio. Vogliamo dire alla Chiesa e particolarmente al suo Capo visibile, a cui fu rapita insieme col principato civile l’autonomia non meno convenevole alla dignità del Pontefice, che è necessaria alla libertà dell’apostolico ministero. Ed è vano il ricorso a spedienti legislativi: nessuna maniera di provvedimenti giuridici potrà mai conferire indipendenza vera senza giurisdizione territoriale. La condizione che pur affermano d’averci guarentita, non è quella che Ci è dovuta e Ci bisogna: essa non è indipendenza effettiva, ma apparente ed effimera, perché subordinata al talento altrui. Questa foggia d’indipendenza, chi la diè, la può togliere; ieri la sancirono, ponno cassarla domani. E non fu in questi giorni medesimi chiesta da un lato, e fatta intravvedere minacciosamente dall’altro l’abrogazione di quelle che chiamano guarentigie del Pontefice? Ma non minacce, non sofismi, né invereconde accuse d’ambizione personale riusciranno a far tacere in Noi la voce del dovere. Qual’è, qual doveva essere la guarentigia vera della indipendenza papale fu potuto antivedere sin da quando il primo Cesare cristiano si avvisò di trapiantare a Bisanzio la sede dell’impero. Da quel tempo insino alle età a noi più vicine, niuno mai fu visto assidersi in Roma di quanti furono arbitri delle cose italiane. Così ebbe nascimento e vita lo stato della Chiesa, non per opera di fanatismo, ma per disposizione di Provvidenza, accogliendo in sé i migliori titoli che possano rendere legittimo il possesso di un principato, vale a dire l’amore riconoscente di popoli beneficati, il diritto delle genti, l’assenso spontaneo del mondo civile, il suffragio dei secoli. Né lo scettro in mano ai Pontefici fu d’impaccio al pastorale. Scettro infatti portavano quei Nostri antecessori, che rifulsero per santità di vita ed eccellenza di zelo. E sono essi medesimi che pure furono sovente chiamati a comporre i più ardui litigi; che opposero vittoriosamente alle esorbitanze dei potenti il petto fortissimo; che salvarono all’Italia in pericolosi frangenti il tesoro della fede, e propagarono dall’orto all’occaso la luce della cristiana civiltà, i benefizi dell’umano riscatto. E se oggi, nonostante le condizioni malagevoli e dure, prosegue il Papato tra la riverenza delle genti la sua via, non lo si arrechi al manco di quel presidio umano, ma sì veramente all’assistenza della grazia celeste, che non fallisce mai al sommo sacerdozio cristiano»

«L’essere stata eletta fra mille a custodire il Seggio Apostolico, fu privilegio singolarissimo e gran ventura per la nostra penisola; e ogni pagina della sua storia testifica quanta copia di beni e quali incrementi di gloria le vennero ognora dalle immediate cure del Pontificato Romano»


🔴 L’indipendenza temporale del Papa secondo la teologia: parte 1parte 2

🔴 Il Breve ‘Cum Catholica Ecclesia’ di Pio IX

🔴 Respicientes ea”. La risposta di Pio IX al “XX Settembre”

🔴 Dall’alto dell’Apostolico Seggio’. Lo sguardo di Leone XIII sulla Rivoluzione Italiana

🔴 La lettera ‘Quantunque le siano’ di Leone XIII al Cardinale Mariano Rampolla del Tindaro

🔴 Mons. R. H. Benson e il potere temporale della Chiesa

🔴 [QUI RADIO SPADA] La necessità storica e teologica del potere temporale dei Papi

🔴 Il potere temporale dei papi secondo Monsignor Benson



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