Dal discorso “Del Museo Vaticano opera e proprietà dei Pontefici” letto da monsignor Francesco Nardi il 26 gennaio 1871. L’autore, prelato della Curia Romana sotto Pio IX, fu una delle penne più attive nella difesa dei diritti spirituali e temporali della Sede Apostolica e del Romano Pontefice. In questo suo intervento ci illumina su come, da cattolici, approcciarci allo studio del genio pagano nelle sue varie espressioni artistiche.

«Vi furono uomini, che chiamerò oltrezelanti, i quali gridarono essere intollerabile profanazione, che accanto al Pontefice si trovino i Giovi, le Giunoni, gli Apollini, ed i Bacchi. Codeste reliquie d’un culto abominevole doversi sterminare dal mondo, e non adoperarsi ad ornare la dimora di chi in ogni suo atto deve predicare la santità del Cristianesimo. Sono quegli stessi buoni uomini, già ora quasi scomparsi dal mondo, che predicavano alcuni anni fa doversi tôrre dalle mani dei giovani i Classici greci e latini, per surrogarli col Beda, e col Rabano Mauro. Non vedeano quegli ottimi che una parte della verità, e quindi falsavano il concetto, come fa sempre chi non guarda l’intero. Le arti e le lettere antiche greche e latine, hanno alcuna parte affatto riprovevole, che deve esser sottratta sempre, e del tutto allo sguardo ed al pensiero cristiano. Ma ne hanno un’ altra assai maggiore, che è degnissima di studio, ed anzi affatto necessaria, a chi voglia esser colto. Se è errore il credere che tutto fosse puro e santo presso i Greci ed i Latini, altro e più grave errore è il credere che tutto fosse empietà e delitto. Grandi pensieri, eternamente giusti e veri, uscirono dalle menti, e dallo scalpello dell’ Attica e del Lazio, i quali se non raggiunsero la perfetta purezza del Cristianesimo, l’adombrarono però, e fors’anche la prepararono. Per tacere di alcuni luoghi dove Sofocle, Euripide, Pindaro, Senofonte, Cicerone, Orazio e Seneca ci tingono le gote di rossore a noi cristiani, con sentenze che a noi ben più che a quei poveri digiuni della luce evangelica dovrebbero essere famigliari, anche colà dove le lettere, e le arti antiche soggiacquero al contagio della universale superstizione, non somministrano esse un prezioso insegnamento, mostrando come anche i più prodigiosi ingegni della antichità pagana, mai sapessero toccare l’altezza delle lettere e arti cristiane? Chi nel volto del Laocoonte ammira espressa a caratteri sublimi la disperazione della lotta contro il fato inesorabile, non ha che a discendere pochi gradini per contemplare nella Pietà del Michelangelo la veemenza del massimo dolore, però soavemente temperata dalla rassegnazione cristiana. Chi è inebbriato della bellezza dell’Apollo, non ha che a salire alcune scale per vedere nelle forme di Gesù trasfigurato, quanto l’affettuosa e pura bellezza cristiana avanzi quella unicamente plastica degli antichi. E chi ammira la pietà e l’arte romana nell’ onorare i sepolcri, non ha che a rivolgersi dall’altro lato del Museo lapidario, e confrontarli coi monumenti, e le scritte cristiane per sentire tutta l’immensità del beneficio recato da Cristo alla umanità. A destra quel triste e tenebroso Diis manibus, i quali nessuno sapea che cosa fossero … Ivi nessun conforto, nessuna speranza; una sterile lagrima, delle ceneri e null’altro. A sinistra invece la pietà e il dolore confortati dalla speranza, – ma che dico speranza! – dalla piena certezza d’una vita mutata in meglio, e d’una comunione d’affetti appena interrotta i Papi non disdegnarono, ma accolsero e custodirono queste preziose reliquie dell’ età antica. La Chiesa non distrusse mai nulla, Signori, fuorchè gli errori e le superstizioni, ma purificò e santificò le arti, le lettere, la civiltà antica, e perfino alcuni riti del culto pagano. E se dell’ambarvalia fece le sue rogazioni, dell’ acqua lustrale la sua acqua benedetta, dei templi pagani templi cristiani, ben sarebbe stata insensatezza spegnere le antiche lettere, e le arti antiche, le quali, dove erano buone, giovavano alle cristiane, dove non lo erano, mostravano l’infinito benefizio dell’Evangelio. Stabunt et aera innoxia, Quae nunc habentur idola, fa dire Prudenzio a S. Lorenzo dal letto del suo crudele martirio, e se la Chiesa dovea abbattere e abbatté gli oggetti d’un culto insensato, turpe, crudele, dovea lasciare e lasciò le opere, che senza danno della fede, onoravano l’ingegno e la mano dell’uomo. Anzi ella sola le salvò, da lei sola le ebbimo; e senza di lei i barbari che cominciarono al IV secolo e non finirono ancora, ci avrebbero probabilmente lasciato della Grecia e di Roma quel tanto, che sappiamo degli Hiksos d’Egitto, o degli Aztechi del Messico. Que’ buoni zelanti più severi dei Santi Padri, che per nulla rifuggirono dallo studiare in Atene ed in Roma, anche sotto uomini pagani, più severi della Chiesa, che nelle sue scuole e ne’ suoi chiostri non solo ammise, ma trascrisse e conservò questi preziosi resti della età pagana, vorrebbero ricondurci ad una novella barbarie, togliendo allo scalpello, al pennello, e alla penna quei modelli di ogni arte, e di ogni lettera senza i quali è impossibile parlare agli uomini profondamente ed efficacemente. Perchè lo strumento fu qualche volta male usato, vorrebbero spezzarlo, senza ricordarsi che l’arti grafiche e rappresentative hanno le loro ferme leggi, penose a trovarsi, ma impossibili a rifiutarsi dopo trovate, e senza pensare che togliendo a noi il vantaggio delle forme, e scritti classici, li lascerebbero ai nostri avversarii. Se non che la voce della civiltà e della Chiesa si unirono a condannare questa scuola di uomini esagerati, mossi senza dubbio dalla idea del bene, ma forviati dal pregiudizio, e anche un po’ dalla ostinazione. Questi uomini passarono, e v’è appena chi faccia languido eco alle loro idee tramontate. Lasciamoli dunque dormire in pace negli avelli nei quali discesero, o prossimamente discenderanno».


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