di Luca Fumagalli
Continua in questa seconda e ultima parte la disamina della produzione poetica di Brown. Per chi si fosse perso la prima parte QUI
La seconda raccolta, Loaves and Fishes, apparve nel 1959, questa volta conoscendo una buona diffusione e ottenendo ottimi riscontri di pubblico e critica. Ancora una volta l’iniziativa venne da Muir che inviò alcune poesie alla Hogarth Press per garantire al suo pupillo il supporto di una casa editrice nazionale.
Le poesie di Loaves and Fishes hanno una prospettiva fortemente religiosa e trattano i misteri della morte e della resurrezione. Il fulcro della raccolta è la parabola del buon seminatore, ideale punto di contatto tra i riti dell’agricoltura e quelli cristiani.
La prima poesia, The Old Women, che ha per protagonista un gruppo di donne in lacrime, è uno dei sonetti più belli che Brown abbia scritto, ma il pezzo migliore rimane probabilmente Hamnavoe, una lirica elegiaca in memoria del padre costruita su un accumulo di immagini che danno all’insieme un senso di vivace dinamicità. Gli ultimi versi sono quelli più conosciuti:

E poiché, sotto il sole dell’indistinto,
tutte le cose si riducono a un comune sudiciume,
nel fuoco delle immagini
volentieri ho messo la mano
per preservare quel giorno per lui.
Loaves and Fishes si chiude con Daffodils, ottimo esempio di fede e natura che finiscono per fondersi senza alcuna connotazione pagana. Infatti nella poesia tre narcisi si trasformano simbolicamente nelle tre Marie presso la Croce: «Maria Maria e Maria / triangolo del dolore».
The Year of the Whale (1965) è una raccolta dai toni molto più cupi rispetto alla precedente e si apre e si chiude con una poesia a tema funebre: la prima, The Funeral of Ally Flett, è dedicata a un pescatore delle Orcadi, l’ultima, The Seven Houses, a J. F. Kennedy. Nel volume sono presenti anche componimenti sull’amore e sulla fede, entrambe forze alternative alla morte. Douglas Dunn, poeta e accademico, ha scritto che «la collezione segna un progresso esaltante. […] Veniamo introdotti alla più bella poesia scritta nelle isole britanniche che celebra una comunità e ritrae un popolo e un luogo».

Dopo The Year of the Whale Brown pubblicò altre raccolte come, ad esempio, Winterfold (1976), Voyages (1983), Tryst on Egilsay (1989), Brodgar Poems (1992), Foresterhill (1992) e Following a Lark (1996). I suoi versi migliori, tra cui molti a tema religioso, sono apparsi in varie antologie e nel 2005 Archie Bevan e Brian Murray hanno curato quella che ad oggi è la migliore raccolta delle sue poesie, ovvero The Collected Poems of George Mackay Brown. Per quanto riguarda l’Italia, nel 2023 una selezione dei componimenti dell’autore orcadiano è apparsa per la prima volta in traduzione in un volumetto intitolato Incidere le rune.
Uno degli esperimenti poetici più interessanti di Brown, su cui vale la pena spendere ancora qualche parola, è il lungo ciclo Fishermen with Ploughs (1971). Si tratta, in verità, di una serie di poesie legate tra loro che offrono una narrazione più sequenziale che lineare. La storia è ambientata nell’isola di Hoy, nelle Orcadi, nella valle di Rackwick, e funge da perfetto distillato della poetica dell’autore.
Protagonista è la valle stessa, dove nel IX secolo si stabilisce una tribù di pescatori fuggiti dalla Norvegia perché vittime di una catastrofe naturale (il “Drago” a cui fa riferimento il titolo della prima sezione). A poco a poco diventano agricoltori e riescono a ricavare dalla terra tutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere. La loro vita, però, è così difficile che nella poesia Via Crucis – da Brown stesso definita «la chiave per chiunque sia interessato ai miei scritti» – viene paragonata a quella di Cristo. Tuttavia, a partire dagli anni della rivoluzione protestante inizia per la valle un periodo di inesorabile declino che porta gli abitanti ad abbandonarla gradualmente finché non rimane più nessuno. Solo quando in un ipotetico futuro una sorta di olocausto nucleare distrugge la civiltà, un gruppo di sopravvissuti torna a Rackwick con la speranza di poter ricominciare tutto da capo.

Tra le liriche di Fishermen with Ploughs ce n’è una, L’esattore delle tasse, che permette di apprezzare un’ultima caratteristica della poesia di Brown, cioè la ricercatezza dei paesaggi sonori (elemento che inevitabilmente va a perdersi nella traduzione italiana, la quale comunque ne conserva lo spirito):
Sette falci appoggiate al muro.
Barba su barba bionda
l’ultimo carico d’orzo
oscillò attraverso l’aia.
Le ragazze stapparono la birra.
Piedi e violino si mossero insieme.
Poi tra stoppia ed erica
Apparve un uomo a cavallo.
L’ultima parola sulla sua opera è giusto lasciarla a Brown, che così descriveva l’estetica teologica che la animava: «In principio erat Verbum. La nostra forma occidentale di religione, il cristianesimo, pensa che la Parola illumini tutta la storia con bellezza, saggezza e verità. Per la poesia e le altre arti, essere ancelle del Verbo Supremo è una vocazione abbastanza degna. La poesia mantiene viva la fiamma».









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Le immagini ritraggono le copertine delle prime edizioni delle varie raccolte. La fotografia di copertina, che ritrae Brown con il compositore Peter Maxwell Davies, è tratta invece da https://gmbbibliography.wordpress.com/tag/hoy/
