di Luca Fumagalli

Se non fosse stato per La fattoria degli animali e 1984, di George Orwell si sarebbero perse le tracce. Relegato nel limbo degli scrittori minori, il suo nome avrebbe al massimo costituito la delizia di qualche nicchia interessata alle denunce sociali in forma letteraria. Del resto, al confronto dei due capolavori della maturità, gli altri suoi libri, pur in sé non disprezzabili, risultano poca cosa; non mancano di ingegno né di guizzi interessanti, ma nell’insieme rivelano tutte le fragilità di un autore che ha dovuto imparare l’arte dello scrivere un poco alla volta, tentativo dopo tentativo, a costo di numerosi errori e ripensamenti. Il gioco, però, è valso la proverbiale candela, tanto che oggi una delle abilità più lodate di Orwell è proprio quella di essere riuscito a dare corpo a una prosa levigatissima, tanto semplice quanto limpida.   

Ma a La fattoria degli animali e a 1984 va anche il merito, come riflesso del successo ottenuto, di aver portato all’attenzione del grande pubblico la produzione saggistica dello scrittore inglese, comprendente soprattutto articoli in cui si discute di tutto, dalla politica alla società, dall’arte alla cucina. Addirittura più di un critico è arrivato a sostenere come il vero genio orwelliano risieda nei saggi più che nei romanzi, raggiungendo una compattezza strutturale, una linearità argomentativa e una capacità critica fuori dal comune (esito ultimo di letture tanto vaste quanto eterogenee). Difatti, messi tutti gli elementi sul piatto della bilancia, l’autore riesce a trarre conclusioni mai viziate da pregiudizi, mantenendosi sempre aderente alla realtà. Tutto ciò è la necessaria conseguenza di un uomo che provava un sincero ribrezzo per le astrazioni fumose e che nei suoi scritti ricorreva volentieri agli esempi per avvalorare ogni presa di posizione.

Alcuni di questi interventi, quelli a tema più specificatamente letterario, sono stati raccolti da Eduardo Ciampi e Carmine Migliacco nel volume Il motivo per cui scrivo… Pagine di critica letteraria, dato alle stampe a fine 2023 da Ciampi Editore, una piccola ma meritoria casa editrice con sede a Roma.

Nel primo testo, “Il motivo per cui scrivo”, una sorta di manifesto della sua poetica, Orwell racconta le tappe fondamentali che lo hanno portato a diventare un autore. Se certi passaggi come, ad esempio, «sin alla tenera età […] sapevo che da adulto sarei diventato uno scrittore», paiono più che altro figli del senno del poi, l’epilogo, in cui si svela il fondo politico della sua arte è, all’opposto, parecchio interessante: «La guerra di Spagna ed altri eventi del 1936-37 cambiarono gli equilibri; a seguito dei quali capii da che parte volevo stare. Ogni rigo del mio lavoro serio, scritto a partire dal 1936, è stato stilato, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e per la socialdemocrazia, così come io la intendo. […] Ciò che ho sempre desiderato fare durante i passati dieci anni era di rendere gli scritti politici un’arte».

Il motivo per cui scrivo…, dopo una parentesi sul Macbeth shakespiriano e l’ambizione umana, prosegue con un paio di pezzi dedicati a Jonathan Swift, uno dei mostri sacri della narrativa britannica più amati da Orwell. Nel primo, un’intervista immaginaria, il tema centrale è quello del progresso; il botta e risposta tra Orwell e lo scrittore irlandese ruota intorno a una domanda fondamentale: i passi avanti compiuti dalla scienza e dalla tecnica hanno davvero migliorato il mondo? Nel secondo pezzo, invece, si parla de I Viaggi di Gulliver, opera che mostra il lato ributtante dell’umanità e che vale a Swift l’etichetta di «anarchico conservatore» (una definizione che, in un’altra occasione, Orwell usò anche per sé).

Al saggio su Charles Dickens, il più lungo del volume, segue un articolo dedicato a Il Ventaglio di Lady Windermere, forse lo spettacolo teatrale migliore di Oscar Wilde. Sul conto di quest’ultimo, capofila di un estetismo votato al disimpegno, ci si aspetterebbe da parte di Orwell un giudizio severissimo, ma il suo fiuto critico è troppo sottolie per lasciarsi ingannare dalle apparenze: «Wilde si professava un devoto dell’arte per l’arte. […] Ma in pratica si contraddice, dal momento che fonda quasi tutto quel che scrive su qualche insegnamento morale».

Dopo una sottolineatura degli aspetti politici che caratterizzano i migliori lavori di Jack London – capace più di altri, in virtù della sua narrativa cruda, di cogliere i lati oscuri dell’animo umano –, Il motivo per cui scrivo… si avvia alla conclusione con tre saggi brevi, dedicati rispettivamente a Rudyard Kipling, a W. B. Yeats e a George Bernard Shaw. Kipling, verso la cui produzione letteraria Orwell nutriva una sorta di odi et amo, è difeso dalle accuse di quei detrattori, innanzitutto Eliot, che dimostrano di non averlo compreso fino in fondo; di Yeats si mette in evidenza l’intreccio tra occultismo e simpatie filo-fasciste, mentre Shaw nella sua opera teatrale Le armi e l’uomo svela la vacuità della vanagloria militare, un tema “caldo” al tempo dell’Inghilterra imperialista.

Il motivo per cui scrivo… è dunque un libro che merita di essere letto. Costituisce un intrattenimento raffinato, ma pure un’occasione di riflessione su tematiche che, in qualche modo, rimangono attuali. Al di là di tutto, si scoprirà la lucidità di un intellettuale d’eccezione, il quale, anche nell’ambito della critica letteraria, dimostra di avere parecchie frecce al suo arco.

Il libro: George Orwell, Il motivo per cui scrivo… Pagine di critica letteraria, a cura di Eduardo Ciampi e Carmine Migliacco, Ciampi Editore, Roma, 2023, 180 pagine, 18 Euro.

Link all’acquisto: https://www.amazon.it/motivo-scrivo-Pagine-critica-letteraria/dp/889654050X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=WTOSTLJ4RLU&dib=eyJ2IjoiMSJ9.8_wKpWbmfa0DEAOAhoNkFw.pp6tL1yQV-NvIPeVhn21cBvv9DXUtJK1DITna0cHGy8&dib_tag=se&keywords=orwell+motivo+per+cui+scrivo&qid=1726679691&sprefix=orwell+motivo+per+cui+scrivo%2Caps%2C104&sr=8-1



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