Nota: riceviamo da un sacerdote amico di Radio Spada il testo di questa conferenza devozionale tenuta il 3 settembre 2024, festa di San Pio X, e volentieri lo pubblichiamo a edificazione dei nostri lettori, laici e religiosi.


Relictis omnibus. Lasciando tutto


Il distacco da ogni creatura è condizione indispensabile per l’anima che aspira alla dignità di sposa del Verbo. Una delle principali forme di questo distacco è la verginità.

È una grazia di scelta. Quanto è importante mantenere intatta la verginità dell’anima e del corpo. Questo distacco si concilia perfettamente con il precetto dell’amore per il prossimo. “Contiene una fonte di grazie preziose”.
L’unione del Verbo con la natura umana in Gesù è, nelle parole di San Paolo, un’immagine dell’unione di Cristo con la sua Chiesa.
Per quanto bello possa essere questo concetto, per quanto utile possa essere per i nostri cuori questa pia contemplazione, non ci soffermeremo su di esso. D’altra parte, l’unione di Cristo con la sua Chiesa, in quanto sposa, non si realizza in modo particolare e concreto se non nelle anime. È a questa unione individuale dell’anima con il Verbo incarnato che ci accingiamo a riferirci immediatamente.

La prima condizione che san Bernardo esige dall’anima che aspira ad essere la sposa del Verbo è il “distacco da tutte le cose”, pienamente voluto e realizzato in vista di questa stessa unione soprannaturale: Relictis omnibus.
È la separazione da tutto ciò che divide, da tutto ciò che può costituire un ostacolo all’unione perfetta.

Nella parabola delle “nozze regali”, Nostro Signore stesso enumera i principali ostacoli che le anime di solito oppongono all’invito del Re: “Ho comprato cinque paia di buoi e sto per provarli; dammi per scusato”: Juga boum emi quinque et eo probare illa, habe me excusatum. È la preoccupazione assorbente degli affari. “Ho comprato una casa di campagna, e devo andare a vederla”: Villam emi et necesse habeo exire et videre illam. È la vanità delle ricchezze, unita al desiderio della più ampia indipendenza. «Mi sono appena sposato, quindi non posso andare»: Uxorem duxi, et ideo non possum venire (Lc 14,18-20). Tali sono i legami e le attrattive della carne. Possono caratterizzarsi con più precisione i tre principali ostacoli che fermano l’anima sulla via della sua perfetta unione con il Re?

Ma questi ostacoli vengono superati dai voti.
Ci occuperemo soprattutto dell’ostacolo che si oppone direttamente all’unione assoluta dell’anima con il Verbo considerato come Sposo. Questo ostacolo, come dichiara l’Apostolo (1 Cor 7,33), sta nella divisione che l’amore umano comporta; e questo ostacolo è rimosso dalla consacrazione della verginità a Dio.

La fecondità è uno degli attributi di Dio. Cosa dico? È la vita stessa di Dio, per il quale vivere è “essere la Trinità”, cioè “essere fecondo nel proprio grembo”.
Divinità e fecondità sono, in senso supremo, sinonimi identici. D’altra parte, l’uno e l’altro sono essenzialmente attuali, poiché per Dio vivere deve essere, in se stesso e allo stesso tempo, l’inizio e la fine di una fecondità sempre presente. Il Padre genera il Figlio; il Padre e il Figlio si comunicano l’un l’altro il loro amore, che è lo Spirito Santo. Tale è la pienezza di questa fecondità infinita che esaurisce, per così dire, la Divinità: Dio ha un solo Figlio, uguale a Se stesso nella perfezione; così uguale, che è unico; così perfetta che il Padre, contemplandola, lancia un grido di infinita soddisfazione: “Tu sei mio Figlio, in questo eterno oggi ti ho generato”: Filius meus es Tu; ego hodie genui te (Sal 2,7; Ebr. 1,5).E non c’è che un solo Spirito, non più di un solo Amore sostanziale, che suggella eternamente l’unione del Padre e del Figlio e chiude l’intimo ciclo dei doni divini.

Comunicando il suo essere all’uomo, Dio gli dà la forza e il diritto di imitare la paternità divina, rendendolo fecondo. Inoltre, per la preservazione della razza, Dio comanda all’uomo di propagare, poiché, avendo creato la terra per l’uomo, Dio vuole che essa sia riempita dei frutti della fecondità umana: «Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra»: Crescite et multiplicamini, et replete terram (Gen 1,28). Questa fecondità è come un riflesso della fecondità divina.

Nel primitivo piano di Dio essa sarebbe stata la fioritura suprema della perfezione naturale dell’uomo; dopo il peccato di Adamo, essa conserva ancora una certa grandezza sovrumana che è l’aureola della sua nobiltà originaria, poiché è immagine di «quella fecondità dalla quale ogni paternità è chiamata in cielo e in terra»: Ex quo omnis paternitas in coelis et in terra nominatur (Ef 3,15).
Per questo sentiamo esclamare Eva quando vede tra le sue braccia il primo frutto del suo seno: “Ho concepito un figlio in virtù della potenza di Dio”, Possedi hominem per Deum (Gen 4). Un’esclamazione di gioia e di trionfo allo stesso tempo, che risuona nella creazione come un’eco debole ma fedele del grido che Dio ha fatto udire “negli splendori dei santi”, in splendoribus sanctorum (Sal 109,3), celebrando la sua eterna fecondità.

Considerato in questa luce, si comprende perché, parlando del matrimonio umano, san Paolo potesse dire: “Questo sacramento è grande”: Sacramentum hoc magnum est. Ma guardate cosa aggiunge subito: “Ma se ve lo annunzio, è per amore di Cristo e della sua Chiesa”: Ego autem dico in Christo et in Ecclesia (Ef 5,32)
Che cosa intende per noi l’Apostolo con queste parole, se non che la grandezza e la dignità del sacramento del matrimonio gli derivano proprio dall’essere il simbolo dell’unione di Cristo con la Chiesa e con le anime?
C’è, dunque, un’unione più alta e non meno intima di quella che unisce gli sposi sulla terra: c’è una realtà superiore, uno stato più sublime. Quale? Quella in cui, come si esprime il Pontificale nella consacrazione delle vergini, “non si imita ciò che si compie nelle unioni terrene”: Nec imitarentur quod nuptiis agitur, ma “si ama”, si procura un’intimità più segreta, si raggiunge una fecondità più esuberante, “entrambe figurate da coloro che originano l’unione degli sposi”: sed diligerent quod nuptiis praenotatur. Questo è un simbolo, un’ombra; quella realtà, la luce più chiara ed eminente.

Ma la verginità religiosa che dispone a questo matrimonio spirituale non è accessibile a tutti; è una grazia dell’elezione. Nostro Signore stesso non ci ha forse avvertito che “non tutti comprendono questo consiglio”? Non omnes capiunt verbum istud (Mt 19,2).
Nel Prefazio alla Consacrazione delle Vergini, testo che risale alla più remota antichità, la Chiesa celebra in termini elevati l’eccellenza e la dignità della verginità consacrata a Dio, ed elenca gli ostacoli che si oppongono a questo stato elevato, nel caso di un’anima che vive unita a un corpo di carne: “La legge della natura, la libertà dei sensi, la forza delle inclinazioni naturali, il pungiglione della giovinezza”. Questo, aggiunge, è il motivo per cui solo Dio può ispirare un tale tipo di vita: “Sei tu, Signore, che infondi nell’anima l’amore della santa verginità, che nutri il desiderio di compiacere la tua infinita bontà e doni la forza di perseverare…” “Figlio della Vergine, il Verbo incarnato chiama nella sua camera nuziale perché si unisca a loro come sposi, anime vergini come lui, emuli degli angeli”. Agnovit auctorem suum beata virginitas et aemula integritatis angelicae, illius thalamo, illius cubículo se devovit, qui sic perpetuae virginitatis est sponsus, quemadmodum perpetuae virginitatis est filius. (Pontificale Romano).
San Bernardo dice che lo stato di verginità è necessario all’anima che aspira all’unione intima e perfetta con la Parola. San Paolo, parlando alle vergini, dice loro: «Vi voglio liberi da ogni preoccupazione» (1 Cor 7,32).

Ma chi ha moglie deve «aver cura delle cose di questo mondo e piacere a sua moglie» (Eb 7,34). Si scopre, quindi, che “è diviso”; et divisus est. Gli è impossibile dedicare tutta la sua attenzione o consacrare tutto il suo cuore a Dio. Al contrario, chi non ha moglie può dedicarsi interamente al servizio del Signore, senza preoccuparsi di piacere a nessuno se non a Lui solo; il suo amore, così come il suo cuore, sono consacrati esclusivamente al servizio di Dio. «La vergine ha la più ampia libertà di essere tutta del Signore» (1 Cor 2,32). Il voto di verginità imprime così nell’anima quel carattere di assoluta separazione da ogni creatura umana, che è il presupposto indispensabile perché l’anima possa unirsi al Verbo come sposa.
Nel giorno della vostra professione religiosa avete adempiuto, o adempirete, a questa condizione: in quell’ora solenne, rispondendo liberamente alla chiamata divina, non solo avete dato l’ultimo addio alla casa dove siete nati e in cui siete cresciuti, ma avete anche rinunciato con gioia a tutte le unioni terrene, al diritto fino ad allora legittimo di fondare una famiglia; vi siete staccati da tutto, facendo l’abbandono più assoluto di tutte le cose e di voi stessi, relictis omnibus, per consacrarvi interamente al Verbo.
Questo dono e questa rinuncia totale, che Dio vi ha ispirato a fare e per la cui realizzazione vi ha anche dato la necessaria grazia distinta, costituisce la causa principale della vostra gioia interiore. Ella sia anche l’oggetto del vostro costante ringraziamento, poiché vi conferisce anche una specialissima “facoltà” di “consacrarvi senza impedimento ad una vita di intima unione con il Signore”: Eo quod facultatem praebeat sine impedimento Dominum obsecrandi (1 Cor 9,35), vi stabilisce per sempre nel “giardino chiuso” (Ct 4,12) dello sposo per godere della sua presenza e dei suoi favori, e rende la vostra anima “la fonte sigillata” (Cantico 4:12) di acque vive sempre feconde…

Ma è particolarmente importante non voler mai più appropriarsi di ciò che una volta per tutte diamo generosamente. Essendoci consacrati a Dio il nostro corpo e la nostra anima, è nostro dovere avere cura di allontanare dal nostro cuore non solo tutto ciò che può offuscare la loro purezza, ma anche tutto ciò che può indebolire l’intimità dell’anima con Gesù Cristo.
Nel Prefazio sopra citato, la Chiesa chiede a Dio di “confermare con il sigillo della sua benedizione il desiderio” che l’anima sente tutto suo, e rivolge un appello a favore della vergine che è stata fatta sposa di Cristo, perché non le manchi mai “il sostegno divino e l’aiuto della luce”. Perché una tale richiesta? Perché “l’antico nemico usa imboscate che sono tanto più sottili quanto più alti sono gli scopi che ci si prefigge; perciò, cerca di incoraggiare la negligenza avendo cura di insinuarla nell’anima, di oscurare in essa quello splendore della perfetta verginità”. Da protectionis tuae munimen et regimen, ne hostis antiquus, qui excellentiora studia subtilioribus infestat insidiis, ad obscurandam perfectae continentiae palmam, per aliquam mentis serpat incuriam (Pontificale Romano).
Per mezzo della vigilanza per evitare la minima occasione e per troncare immediatamente ogni suggestione malevola e ogni delirio folle, manterremo pura e immacolata la palma che ci è promessa a causa di questo stato sublime.

Questa vigilanza deve essere permanente e la nostra fermezza non deve mai vacillare. Un cuore vergine che non bada alla propria difesa con la custodia dei sensi e la mortificazione corre un grande pericolo di vacillare se è imprudentemente esposto al pericolo. “Non disdegnare i disordini, per quanto piccoli possano sembrarvi, che sono sempre l’inizio dei grandi, e il fuoco che tutto consuma ha spesso la sua origine in una piccola scintilla” (Bossuet, Sermone per una professione).

L’orgoglio è spesso la causa di questa negligenza nella cura del cuore. In realtà, esporsi è come dire: “Posso essere casto senza l’aiuto di nessuno”. Notate che rimanere vergini in carne corruttibile non può essere il nostro trionfo, ma della grazia. La verginità è un dono di Dio; senza l’aiuto del cielo, sarà sempre impossibile conservare un tale splendore radioso, e poiché Dio riversa la sua grazia più abbondantemente sui cuori umili, comprenderete facilmente la ragione dell’affinità soprannaturale e intima che subordina all’umiltà il singolare privilegio della verginità.
“Non tutti”, dice Nostro Signore, “comprendono questa parola – della verginità consacrata a Dio – ma solo a coloro ai quali è stato dato» (Mt 19,11-12). Vedi il Prefazio alla Consacrazione delle vergini: inter caeteras virtutes quas filiis tuis indidisti, etiam hoc donum (virginitatis) in quasdam mentes de largitatis tuae fonte defluxit.
Sant’Agostino insiste ripetutamente sulla necessità dell’umiltà nella vergine. Citando il testo della Scrittura: “Umiliati tanto più profondamente quanto più sei in alto, e meriterai grazia agli occhi di Dio”, aggiunge: “Perché la continenza perpetua, e specialmente la verginità, costituisce nei Santi di Dio un bene inestimabile, è necessario doppia vigilanza volta a evitare che l’orgoglio perda il suo merito di questo dono bellissimo”. (De sancta virginitate, c. XIII, nº 33; cf. c. XXVIII, nº 39; c. XXXII ss.)
Vegliamo, dunque, umilmente su noi stessi. Non permettiamo mai a nessuna creatura di offuscare l’integrità del nostro amore. Il sacro velo con cui la Chiesa copre il capo della vergine nel giorno della sua consacrazione non è forse il sigillo dell’amore esclusivo che lo Sposo le chiede? “Egli ha posto sul mio volto il sigillo della sua elezione, perché io non ammetta altro amore che il suo”: Posuit signum in faciem meum, ut nullum praeter eum amatorem admittam (Pontificale Romano).

Ma questo carattere esclusivo non è certo così assoluto che il nostro amore non possa e non debba estendersi a tutte le creature viste attraverso il prisma della luce divina; al contrario, dobbiamo amare il nostro prossimo non come un essere astratto, ma come egli è realmente. In verità, non ci sono cuori più esuberanti di affetti delicati dei santi, cioè anime completamente distaccate da tutto ciò che è terreno, mondano e meschino.
Un esempio di questo è San Bernardo. Voi tutti sapete perfettamente quanto egli fosse unito a Dio e quanto il suo cuore fosse libero da ogni affetto per le creature. Se egli propone il distacco come condizione prima e assolutamente necessaria per l’unione con Dio, è perché il Santo aveva già realizzato nella sua anima questo abbandono di tutte le cose. Guardate però ciò che scrisse al monaco Roberto, che amava con particolare predilezione e che era passato da Chiaravalle a Cluny: “Come sono sfortunato a non averti al mio fianco, costretto a vivere lontano da te! Morire per te sarebbe la mia vita; vivere senza di te è la mia morte” (P. L. t. 82, Epistola I, n. 1). E non lo vediamo forse all’indomani della morte del fratello Gerardo, di cui aveva presieduto i funerali senza versare una sola lacrima, interrompere bruscamente il commento al Cantico dei Cantici a metà del “Capitolo”, per sfogare, alla presenza di tutti gli astanti, un’emozione che da tempo era stata contenuta?
E quali accenti patetici non ci fa sentire! “Il mio dolore, così a lungo represso, ha acquistato tanto più forza quanto meno gli ho permesso di manifestarsi; Sono stato sconfitto, lo ammetto. È necessario che ciò che soffro interiormente esploda all’esterno… O Gerardo, mio fratello di sangue, ma ancora più fratello di religione, tu che eri così forte secondo il mio cuore; Come hai potuto esserti portato via da me? Amandoci così teneramente, come potrebbe la morte separarci?… Eravamo un cuor solo e un’anima sola; Per questo la falce della morte ha ferito la sua anima e la mia allo stesso tempo…” (In Cantic. 26) Tutto il discorso non è altro che un lungo gemito di tenerezza ferita, che trabocca dal profondo delle viscere.

Così amava San Bernardo; così amavano Sant’Anselmo e Santa Teresa di Gesù, così amano i santi di tutti i tempi. Si noti, tuttavia, che il segreto della sua forza e dolcezza è la purezza dell’amore.
Cerchiamo, dunque, di dare allo Sposo quella pienezza d’amore che Egli ci chiede. Tenete presente che, se Egli ci comanda di amarci gli uni gli altri come ci ha amati, e ha fatto di questo precetto il Suo comandamento e l’oggetto della Sua ultima preghiera (Giov. 13:34; 15:12; 17,21-22), tuttavia, il suo amore divino è un amore geloso, e che lo Sposo celeste rivendica per sé la priorità assoluta e totale dell’amore dell’anima a lui consacrata. Egli esige – chi può negargli un diritto così sovrano? – che l’anima sia prima di tutto sua, sua, senza riserve o parzialità, che non guardi a niente e a nessuno, e che viva costantemente in un “abbandono più completo, in assoluto distacco”; relictis omnibus (cfr S. Matilde, Libro della grazia speciale, Parte IV, c. 59).

Questa priorità si indebolisce quando l’affetto per una creatura è troppo naturale o troppo sensibile, quando preoccupa eccessivamente l’anima, disturbandola specialmente nella preghiera o provocando apprezzabili infedeltà alla Regola, o quando esclude certe persone dal raggio dei suoi affetti.
Queste parole contengono profondità che possono essere ben interpretate solo nella preghiera; suppongono una povertà così completa da spaventare più di un’anima. In effetti, non c’è materia in cui sia più facile formare illusioni. Chi c’è che non si sente attaccato a nulla in questo mondo? Ebbene, sforziamoci di poter contemplare Gesù faccia a faccia e dirlo in tutta verità: “Maestro, mio Divino Maestro, Tu sei il mio Dio e il mio tutto; Non cerco altro che Te e Te solo”. Felice è l’anima che sa manifestare queste parole con tutta sincerità! Nostro Signore gli risponderà senza dubbio con infinita dolcezza, pegno delle più intime benedizioni: “Anch’io sono assolutamente tuo!”

La vita di Santa Gertrude ci dà un esempio di questo distacco assoluto da tutte le creature. Voi sapete che la sua fama di santità era tale che la gente veniva da ogni parte a consultarla. Per carità cristiana, la Santa rispose a tali ripetute richieste. Alla prima chiamata, abbandonò le sue occupazioni, dedicò il suo tempo e la sua pazienza e ricevette gentilmente tutti coloro che venivano al suo fianco, a volte da lontano, per ricevere da lei aiuto e conforto.
Ma durante queste conversazioni, la Santa non poté fare a meno di sospirare per il momento felice in cui avrebbe incontrato di nuovo il suo dolce Amato. Le relazioni esterne erano per lei una vera croce, e nulla avrebbe certamente potuto fargliele accettare, se non avesse visto in esse un mezzo per procurarsi la gloria di Dio.
Trasportata dall’esaltazione del suo spirito, Gertrude si alzava spesso all’improvviso e si recava al coro per sfogare il suo cuore all’Amato: “Vedi, mio dolce Signore, come sono stanca di trattare con le creature. Se fossi libera di scegliere, non vorrei altra compagnia o conversazione che non sia la vostra; Abbandonerei volentieri tutto per stare sempre con Te, mio Sommo Bene e unica gioia della mia anima e del mio cuore”. Poi, abbracciando il suo crocifisso, baciò cinque volte ciascuna delle piaghe aperte di Cristo, e aggiunse: “Ti saluto, Sposo pieno di grazia e di dolcezza, ah Gesù, nella gioia della tua divinità; Ti abbraccio con la dilezione del mondo intero e pongo un bacio ardente sulle ferite del tuo amore”.
Questa pratica di devozione la occupò tutt’al più, per pochi istanti, e più volte il Signore le rivelò che tali segni d’amore ferivano profondamente il suo Sacro Cuore, che ne teneva conto e che per ognuno di essi un giorno le avrebbe dato il centuplo.
Così, le frequenti visite, che a causa del contatto con i laici potevano essere un pericolo per lei, erano un mezzo efficace per condurla più direttamente e rapidamente all’intima unione mistica. “Nulla all’infuori di Te, mio Signore, è capace di rendermi felice in questo mondo”, esclamò la Santa. E Gesù Cristo, facendo proprie le parole della sua serva fedele, le rispose con la più grande tenerezza: “E neppure io, se tu non sei con me, troverò alcun piacere, né in cielo né sulla terra, perché il mio amore ti associa a tutte le mie gioie, e le delizie che gusto, le gusto con te. Del resto, quanto più sono grandi, tanto più grande è il frutto che anche tu ne ottieni» (D. G. Dolan, Santa Gertrude, la sua vita interiore).

Fonte immagine: Pixabay

Seguite Radio Spada su: