San Pietro Claver (Verdú, 25 giugno 1581 – Cartagena de Indias, 8 settembre 1654), sacerdote della Compagnia di Gesù, manifestò la sua eroica santità cura spirituale degli schiavi neri in America Latina: in quarant’anni “di sua mano ne rigenerò a Cristo quasi trecentomila” (Martirologio Romano). Fu canonizzato da Leone XIII nel 1888 e dallo stesso Pontefice proclamato “celeste speciale Patrono delle Missioni della Nigrizia”. Ma questo santo missionario non fu solo l’apostolo dei tanti africani crudelmente ridotti in schiavitù: la sua eroica carità lo volse anche alla conquista di quelle anime traviate dall’eresia. Di seguito qualche esempio tratto dalla “Vita di san Pietro Claver di Oddi-Andreassi (Roma, 1888).

Infestavano in più diverse parti l’oceano alquanti legni corsari inglesi e olandesi, allorché, giunti in vista del nuovo regno di Granata, preser porto nelle due isole di san Cristoforo e di santa Caterina, siti opportunissimi ai lor perversi disegni; e senza più vi piantarono due colonie de’ lor nazionali. E a dire il vero, rise lor sulle prime assai propizia la sorte; conciossiachè predate in pochi mesi più navi cariche di Negri, di Turchi, e di altri schiavi in gran numero, di essi si valsero a popolare quelle isole e coltivarne i campi, cavandone il bisognevole onde campar la vita e fissarvisi stabilmente.
Portata la notizia di un tal fatto alla corte di Spagna, e informato quel monarca del pregiudizio che da quello tornava a’ suoi reali diritti, e de’ gravissimi danni che ogni di ricevevano e i mercanti di mare e i villaggi delle vicine costiere esposti del continuo alle lor ruberie e saccheggi, spedì contra quei pubblici ladroni una poderosa armata con pressantissimi ordini al generale don Federico di Toledo di farli a qualunque costo sloggiar di là, e di nettar affatto quelle isole da una tal peste d’uomini. Né tardò il Toledo a secondar le intenzioni del re. Signor di gran mente e di gran cuore che egli era, e di forze superiori, non solo s’impadronì ben presto delle isole, ma fatti prigionieri di guerra gli usurpatori di quelle, padroni e servi, eretici ed infedeli alla rinfusa, ne caricò i suoi stessi galeoni, e seco via trasportolli tutti a Cartagena, senza però consentir loro di metter piede a terra, o perché come nemici non ispiassero le difese della città, o perché come eretici non infettasser dei loro errori i cattolici.
Al vedersi sotto degli occhi una sì gran moltitudine di anime perdute, spinto dal suo zelo il Claver si stimò in obbligo di far ogni sforzo possibile per guadagnarle a Dio. Comunicato pertanto col general dell’armata il disegno, e avutane l’approvazione che meritava, col fardello dei sacri arredi in ispalla, e con pochi altri sacerdoti della Compagnia, con tardò un momento a montar su la capitana del re, carica essa sola di sopra seicento eretici inglesi. Al comparir del santo missionario indicibile fu l’allegrezza delle guardie spagnuole, desiderose da gran tempo di chi lor dicesse la santa Messa, non mai più udita da esse da ch’eran uscite dalle isole poc’anzi dette. Richiesta né più grata né di suo maggior genio di questa non poteva farsi al sant’uomo, su la speranza di poter con tal mezzo disporre gli animi degli stessi eretici a ricever con più di docilità le sue amorevoli insinuazioni.
Eretto perciò su la piazza del vascello un decente altare, offerì a vista di tutti il divin sacrifizio, ma con tal religiosa maestà e decoro, con sensi di sì tenera divozione, con tanta copia di dolcissime lacrime, che commossi a quella vista gli eretici, accennandosi gli uni gli altri, ne facean tra loro le maraviglie, né sapevan saziarsi di rimirarlo. Terminata la Messa, e invitato a ristorarsi dentro la nave per esser l’ora già tarda, accettò con piacere l’invito, accordando quel più lauto trattamento al suo corpo a solo motivo di più giovare alle anime altrui.
Alla mensa col capitano spagnuolo trovaronsi alcuni degli eretici di maggior conto, verso de’ quali usò il Claver studiatamente tutti gli atti più fini di cordialità e di amorevolezza, di cui sa rivestirsi a tempo la carità di Dio; tantoché guadagnati fin su le prime i più d’essi dalle amabili sue maniere, incominciarono a rimirarlo d’altri occhi da quei di prima e a trattar seco più alla dimestica. Richiesto se gradirebbe di vedere il loro vescovo, ch’essi chiamavan l’arcidiacono di Londra, rispose subito che volentieri, e che sel recherebbe a onor grande. Era questi un venerando vecchio tutto in pel bianco; e con una barba assai lunga, di un portamento e di un’aria maestosa insieme e modesta. Lo vide appena il servo di Dio, che levatosi in piedi corse a ossequiarlo con gran rispetto, né v’ebbe sorta di onore che a lui non rendesse, sino a salutarlo, giusta il costume della nazione, col bicchiere alla mano.
Dopo i primi scambievoli atti di civiltà, tennero essi insieme una conferenza di più ore nella camera di poppa; dove entrati a ragionar a solo a solo di materie di religione, parlò il padre Claver con tanta energia e forza di ragioni, che il vescovo, aperti gli occhi alla verità e il cuore alla divina inspirazione, si die’ per vinto, protestando, che sarebbe prontissimo infin d’allora a dichiararsi cattolico, se motivi di gran rilievo nol trattenessero. Aver lui moglie e figliuoli e goder tra suoi un posto ugualmente onorifico che lucroso, con le sole entrate del quale campavan esso e la sua numerosa famiglia. Il riconciliarsi in circostanze tali con la Chiesa Romana esser altrettanto per lui, che invitar il regio fisco d’Inghilterra a spogliarlo di tutto, non senza grave pericolo di patirne ancor nella vita. Protestarsi già egli d’esser in cuor suo buon cattolico, risolutissimo di farne almeno in morte una pubblica solenne dichiarazione. Gl’impetrasse egli trattanto dalla divina bontà tanto di vigore, da poter corrispondere a quella sua vocazione, e alla grazia che riceveva.
Non lasciò per allora il Claver di compatire la fiacchezza del vescovo, e di fortificarla co’ più gagliardi motivi; ma persistendo quegli nella sua determinazione, intese volersi prima concluder l’affare con Dio, nelle cui mani stanno i cuori degli uomini. A tal effetto raddoppiò i digiuni, accrebbe le discipline, passò più notti in orazione dinanzi al divin Sacramento, chiedendo la salute di quell’anima, la conversion della quale si tirerebbe dietro quella di molte altre; e l’ottenne di fatto. Non eran passati più che otto giorni, allorché in ritrovandosi il padre Claver a servire gl’infermi secondo il solito nello spedale di san Sebastiano, vide arrivare portata a mano una sedia chiusa con gran corteggio di gente; ed era l’arcidiacono di Londra gravemente malato. Al vedersi l’un l’altro pianser di tenerezza ambedue, e strettamente abbracciatisi: “Ecce, disse il vescovo, ecce tempus adimplendi vota mea; quae tibi et Deo meo promisi convertendi cor meum ad veram et Catholicam Religionem patrum meorum et Sanctae Romanae Ecclesiae. Ecco il tempo di adempire le mie promesse, fatte a a voi e al mio Dio, di convertirmi alla vera e cattolica Religione de’ miei padri e della santa Chiesa Romana. E voi, o buon servo di Dio, ch’io riguardo fin da ora come padre dell’anima mia, non vogliate abbandonarmi in quest’ultima ora del viver mio“. Al che l’altro rispondendo più con fatti che con parole, sel raccolse tra le braccia, e volle in tutto e sempre servirlo di sua mano.
Ne’ pochi giorni che sopravvisse il buon vecchio, non se gli distaccò mai dal fianco il Claver. Egli era il solo ad apprestargli il cibo, a preparargli i rimedi, a rasciugarne il sudore, a confortarlo nelle sue agonie. Con la sua direzione abiurò l’infermo l’eresia; indi fatto maestro di verità a quegli stessi cui era stato maestro di errori, con gran vigor di spirito gli esortò a seguir il suo esempio, non vi avendo fuor della Chiesa Romana scampo per mettersi in porto di salute. Ricevuti finalmente pien di fiducia e di fede gli ultimi sacramenti, con in bocca e nel cuore ferventissimi atti di amor di Dio e di contrizione delle sue colpe, tra le lagrime di quanti gli stavan d’intorno finì di vivere. Morto il nobile penitente, furon renduti per opera dello stesso servo di Dio tutti gli onori al suo cadavere celebrandosegli solennissime esequie alla presenza di tutti gli ordini delle città, per più agevolar negli altri con sì dolce lusinga di onore la lor conversione.
In fatti portata dalla fama su le altre navi la strepitosa abiura del vescovo e le ultime sue parole, produssero in una gran parte degli eretici questo buon effetto di metterli almeno in sospetto della lor fede; talché a chiarirsi in cosa di tanto rilievo, chiesta e ottenuta licenza di metter piede a terra, portaronsi in gran numero a conferir per più giorni i loro dubbi col servo di Dio. Qual poi fosse l’esito di tali conferenze, e quanto copioso il frutto che ne ritraesse il sant’uomo, vuol arguirsi dall’essere stati presso a settecento quelli, che, abiurata in pochi dì l’eresia, si riconciliarono con la Chiesa Romana.
E affinché una tal conversione fosse più stabile, e la parte tuttavia infetta non tornasse a guastar la già sana, ciò ch’era facile ad avvenire convivendo insieme; impetrò loro dal general dell’armata, don Federico di Toledo, non men zelante cattolico che valoroso soldato, un vascello a parte, su cui tenerli separati dagli altri fino a tanto che si desse una qualche apertura di un più opportuno provvedimento: la quale non tardò a sopraggiungere, e fu allora, che, obbligato il Toledo a far più altre leve di soldati, arrolò i novelli convertiti al servizio del re con impiego e paga proporzionata alla qualità e al merito di ciascuno.


🔴 I Papi contro la schiavitù – La ‘Sublimis Deus’ di Paolo III

🔴 I Papi contro la schiavitù – La bolla “Commissum nobis” di Urbano VIII

🔴 I Papi contro la schiavitù – Il breve “In supremo” di Gregorio XVI

🔴 I Papi contro la schiavitù – L’enciclica “Catholicae Ecclesiae” di Leone XIII



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