di Luca Fumagalli

Lungi da qualsivoglia intento dispregiativo, homo unius libri potrebbe essere una formula perfetta per definire la carriera letteraria di Vyvyan Holland, secondogenito di Oscar Wilde, che fu saggista, traduttore e appassionato curatore dell’opera paterna. Della sua produzione eterogenea[1], infatti, l’unica opera che seguita ad essere letta e apprezzata è l’autobiografia Son of Oscar Wilde, pubblicata per la prima volta nel 1954 per i tipi della londinese Rupert Hart-Davis e solo di recente tradotta in italiano col titolo Essere figlio di Oscar Wilde[2].

Il libro, che vide la luce in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita dell’autore irlandese, è uno dei pezzi più pregiati della vasta collezione di memoriali legati alla sua figura umana ed artistica. Ancora oggi conserva tutto il fascino di un racconto di prima mano, reso particolarmente accattivante dal peculiare punto di vista adottato, ossia quello del fanciullo ignaro davanti alla caduta rovinosa del padre, destinato anch’egli a diventare vittima del perbenismo peloso: «Questa storia», scrive Holland nella prefazione, «può mostrare l’amara crudeltà degli esseri umani ipocriti che hanno dimenticato le parole di Cristo “Lasciate che i bambini vengano a me” e che basano la loro religione sull’asserzione del Vecchio Testamento per cui “I peccati dei padri ricadranno sui figli”»[3].

Mostrando una buona abilità di sartoria narrativa nel cucire insieme gli episodi e gli aneddoti che vanno a comporre i vari capitoli, l’autore mette nero su bianco la propria sofferenza e quella del fratello maggiore con una prosa asciutta che rifugge i fronzoli inutili e ogni acredine deformante dei fatti; si rimarca anche la forza d’animo della madre, Constance Lloyd, che da sola, sorretta da una lealtà nei confronti del marito che ebbe dello straordinario, seppe affrontare molte avversità.

La prima edizione dell’autobiografia di Holland accanto alla recente edizione italiana

Come mai Holland sia arrivato quasi ai settant’anni prima di pubblicare un testo che coinvolgesse il genitore, prendendone in qualche modo le parti[4], è spiegato dall’amico Alec Waugh, fratello maggiore del ben più noto Evelyn:

Di rado gli ho sentito nominare il nome del padre […]. Parte della sua riluttanza era una forma di autodifesa. […] Spesso si è risentito per essere stato disturbato da omosessuali, stranieri in gran parte, che volevano rendere omaggio alla sacra memoria di “Oscar il martire”. C’era anche un altro punto. Lui aveva adorato sua madre e aveva visto la tristezza che le aveva procurato quella vicenda. Era indispettito col padre per averle causato un tale dolore. Ma la lealtà non gli avrebbe permesso di dire una parola contro di lui. […] Durante la guerra sposò Thelma Besant […], cresciuta quando lo scandalo degli anni ’90 era stato quasi dimenticato; per lei, il nome di Oscar Wilde andava considerato con orgoglio. Gradualmente e con grande tatto, ruppe la barriera»[5].

Inoltre era venuto il momento di correggere quegli errori e quelle mistificazioni su Wilde che circolavano da troppo tempo e da cui nemmeno i lavori biografici più seri erano esenti[6].

In verità Essere figlio di Oscar Wilde, che Holland volle dedicare alla moglie, vanta un ulteriore merito insieme a Time Remembered After Père Lachaise (Victor Gollancz, 1966), altro libro di memorie da lui scritto che fa da seguito al primo: sono gli unici volumi interamente consacrati alla sua vita, un’egemonia destinata a rimanere tale almeno fino a quando il figlio Merlin licenzierà la biografia paterna a cui è al lavoro da tempo[7]. In effetti si avverte il bisogno di una disamina più scrupolosa e approfondita, soprattutto perché in entrambe le autobiografie non mancano i momenti in cui è la reticenza a farla da padrone, giustificata solo in parte dalla nota modestia dell’autore[8].

Oscar Wilde nel 1892, al culmine della sua popolarità

Ciononostante l’esito rimane intrigante, descrivendo una parabola umana di dolore e riscatto che si compone un pezzo alla volta, pagina dopo pagina, e che perciò merita di essere ripercorsa almeno per sommi capi.

Nato il 3 novembre 1886, diciassette mesi dopo il fratello Cyril, il secondogenito di Wilde venne battezzato col triplice nome di Vyvyan Oscar Beresford[9]. Per il ruolo di padrino la scelta cadde dapprima su John Ruskin, che rifiutò adducendo la scusa dell’età avanzata, e quindi si ripiegò sul pittore Mortimer Menpes, all’epoca piuttosto in voga.

Quella di Vyvyan e del fratello fu nel complesso un’infanzia felice, contraddistinta da un padre affettuoso, il quale, contrariamente ai costumi dell’epoca, trascorreva volentieri molto tempo con loro, giocando, raccontando storie o intonando canzoni della tradizione irlandese. Piacevoli furono pure le vacanze al mare, tra imprese natatorie e castelli di sabbia.

Nel maggio del 1894, quando avevano rispettivamente sette anni e mezzo e nove, Vyvyan e Cyril furono mandati in due scuole diverse: il primo si ritrovò iscritto alla Hildersham House, a Broadstairs, mentre per il secondo fu scelto un istituto che preparava alla Marina Militare.

La loro vita da studenti durò però il proverbiale spazio di un mattino, interrotta nella primavera dell’anno successivo dal processo scandalo che coinvolse il genitore: «Per nostra madre fu ovvio il fatto che non potevamo più restare nelle nostre scuole, così fummo ritirati immediatamente e tornammo a Londra»[10]. Se Vyvyan, pur consapevole del fatto che il padre si trovasse nei guai, era completamente all’oscuro del reato di cui era accusato, Cyril lesse casualmente alcuni giornali e «si rese conto che qualcosa era andato disperatamente storto. Ne soffrì terribilmente e l’espressione “non sorrise mai più”, benché abusata, è quasi del tutto applicabile a lui»[11].

Constance e Cyril (1889 ca.)

Nel giro di poco tempo il clamore intorno alla famiglia Wilde crebbe a tal punto che Constance decise di mandare i figli all’estero, dove avrebbero potuto contare sul supporto di amici fidati quali suo fratello Otho Holland Lloyd, Carlos Blacker e Lady Margaret Brooke. Lei rimase nella capitale britannica ancora per un po’ nella speranza di poter essere di supporto a Oscar, ma dopo lo sfratto si rassegnò a una continua spola tra il continente e l’Inghilterra.

Per Cyril e Vyvyan ebbe così inizio un lungo pellegrinaggio che li portò nella Svizzera francese, in Liguria e infine in Germania, dove avrebbero potuto proseguire regolarmente gli studi. Durante uno dei viaggi capitò che vennero riconosciuti dal proprietario dell’albergo presso il quale alloggiavano e addirittura allontanati con la scusa di essere persone non gradite. Per evitare il ripetersi di simili episodi, il loro cognome venne mutato in Holland – «un vecchio nome di famiglia da parte di mia madre»[12] – e furono invitati a lasciarsi alle spalle tutto ciò che era appartenuto al loro passato: «Noi sapevamo cosa significasse avere un padre onorato e ammirato per poi doverlo rinnegare ed essere costretti a chiudere nel cuore tutto ciò che sapevamo di lui: questo, per dei bambini, era un peso terribile da sopportare»[13].

Poco inclini alla disciplina teutonica, i ragazzi vennero espulsi da due scuole di Friburgo prima di essere trasferiti, nell’aprile del 1896, al Neuenheim College, un istituto inglese situato in un sobborgo di Heidelberg.

Vyvyan in quel periodo si avvicinò alla Chiesa cattolica, e Constance, notando nel figlio i segni di un’infatuazione che era stata anche del marito e una voglia febbrile di cambiare aria, colse la palla al balzo portandolo nel Principato di Monaco e consegnandolo ai gesuiti del Collegio della Santa Visitazione. D’altronde, tempo addietro, lo stesso Wilde aveva scritto in una lettera «che pensava che sarebbe stata una cosa bellissima se i suoi figli fossero stati cresciuti come cattolici»[14]. Cyril, all’opposto, rimase al Neuenheim.

Vyvyan e Cyril nel 1893

Nel frattempo lo sventurato scrittore era stato rilasciato di prigione, eppure Vyvyan non lo venne a sapere. I familiari proseguivano ostinatamente con la loro cospirazione del silenzio, ma non poterono far nulla per tacere la morte di Constance, che avvenne nella primavera del 1898. L’ultima lettera che la donna inviò al figlio era incentrata sul tema del perdono: «“Cerca di non avere un atteggiamento severo nei confronti di tuo padre, ricorda che è tuo padre e che ti ama. Tutti i suoi problemi sono nati dall’odio di un figlio verso il padre e, qualsiasi cosa abbia fatto, ne ha sofferto amaramente”»[15].

Rientrati in Inghilterra, Cyril fu iscritto alla Radley in vista dell’arruolamento nell’esercito – il suo obiettivo era quello di riabilitare il nome infangato del genitore con una qualche azione di provata virilità –, mentre Vyvyan, determinato a diventare un gesuita, optò per Stonyhurst, dove venne finalmente battezzato sub conditione (nondimeno, con l’avanzare dell’età, il suo entusiasmo religioso andò via via sfumando in un vago agnosticismo[16]).

Fu proprio il rettore del collegio, un mese dopo che Vyvyan ebbe compiuto i quattordici anni, ad annunciargli la dipartita di Oscar Wilde. Le lacrime furono anticipate da un istante di sincero stupore, perché sia a lui che al fratello era stato fatto credere dai parenti, per evitare ogni qualsivoglia contatto, che il padre fosse morto da tempo.

A parte un malanno che lo lasciò sordo a un orecchio, il periodo del giovane a Stonyhurst trascorse senza grossi inconvenienti. Una zia gli raccontò la verità sul conto del genitore e, anni dopo, quando Robbie Ross, il fedele amico di Oscar, entrò nel dettaglio a proposito dei motivi della sua incarcerazione, sembra che Vyvyan si fosse limitato a esclamare: «È tutto qui? Pensavo avesse rubato dei soldi»[17].  

Vyvyan a Heidelberg nel 1896

Nel 1905 si iscrisse al Trinity Hall di Cambridge in qualità di studente di legge. Da parte sua avrebbe preferito Oxford, ma frequentare la stessa università che era stata del padre sarebbe stata una mossa azzardata. Per molti anni fu convinto che i compagni non fossero al corrente della sua reale identità, ma a quanto pare non era così, ed erano soliti criticare ad alta voce Wilde in presenza del figlio proprio per depistarlo, dandogli l’impressione di non sapere nulla[18].

In Essere figlio di Oscar Wilde non vi è alcuna menzione della frequentazione della cappellania cattolica dell’università da parte di Holland né dell’amicizia col sacerdote Robert Hugh Benson, in seguito romanziere e predicatore di successo. Fu tramite quest’ultimo che conobbe Ronald Firbank, un tipo eccentrico, dandy sfaticato, dotato però di un evidente talento letterario: «Il suo arrivo destò grande scalpore, perché si vociferava che non solo fosse un autore, ma che avesse addirittura pubblicato un libro!»[19]. Ne nacque una frequentazione che durò una decina d’anni[20], dopodiché i due si separarono a causa di opinioni divergenti sul conto di Lord Alfred Douglas[21].

Il periodo di pausa dagli studi universitari che Vyvyan volle prendersi nel 1908 fu segnato, oltre che dai viaggi all’estero, dai primi contatti con Max Beerbohm, Reginald Turner, Adela Schuster, Ada Leverson e altri vecchi amici del genitore. Da ultimo, ebbe occasione di conoscere Ross: «Fu un incontro molto emozionante e dal primo momento che [lo] vidi, capì di aver trovato un amico vero che sarebbe stato per sempre leale e sincero, e che non mi avrebbe mai tradito»[22]. Ross, sempre al lavoro per riabilitare la reputazione letteraria di Wilde, esercitò una grande influenza su Vyvyan e quest’ultimo gli fu accanto, a Parigi, quando le spoglie del padre vennero traslate dal cimitero di Bagneux a Père-Lachaise. 

Essere figlio di Oscar Wilde termina così, lasciando la parabola biografica di Holland in sospeso ai ventidue anni. La scelta di un finale tranchant è difesa dall’autore nelle primissime righe di Time Remembered After Père Lachaise: «Primo, sentivo che si trattava della fine di una certa parte della mia vita, e secondariamente, è così difficile per un figlio essere all’altezza del padre»[23]

Vyvyan a Losanna nell’inverno 1904-1905

[1] La bibliografia di Holland, oltre ai volumi dedicati al padre come Oscar Wilde: A Pictorial Biography (1960), comprende perlopiù opuscoli a tiratura limitata per la Sette of Odd Volumes, di cui era membro, testi a tema artistico, enogastronomico e raccolte di versi umoristici. Si segnalano, tra i vari titoli, The Mediaeval Courts of Love (1927), On Bores (1935), Hand-Coloured Fashion Plates (1955), Goya: A Pictoral Biography (1961) – tradotto pure in italiano –, An Explosion of Limericks (1967) e Drink And Be Merry (1967). 

[2] V. HOLLAND, Essere figlio di Oscar Wilde, a cura di M. HOLLAND, La Lepre Edizioni, Roma, 2023. La traduzione è firmata da Lucia Matano.

[3] Ivi, p. 19.

[4] In Essere figlio di Oscar Wilde, se è vero che Holland sostiene di non voler difendere il comportamento del padre, nel medesimo tempo scrive: «Penso che le sanzioni inflittegli siano state troppo severe e non necessarie; e con questo non intendo solo la pena detentiva, ma anche la soppressione virtuale di tutte le sue opere, l’ostracismo e gli insulti che dovette sopportare nei pochi anni di vita che gli rimanevano» (Ivi, p. 220).

[5] A. WAUGH, My Brother Evelyn and Other Profiles, Cassell, Londra, 1967, pp. 253-254.

[6] «Sono stati scritti e tradotti in varie lingue più libri su Oscar Wilde che su qualsiasi altro personaggio letterario vissuto negli ultimi cento anni; ma quanto più le persone svaniscono nel passato, tanto più assumono l’aspetto di icone, che svaniscono nella memoria collettiva; e quando altre persone ne scrivono, deformano la loro natura per adattarla a un modello di loro creazione, finché non restano più nemmeno la carne e il sangue. Ciò è particolarmente vero per Oscar Wilde» (HOLLAND, Essere figlio…, p. 215).

[7] Cfr. R. SCOBLE, The Corvo Cult, Strange Attractor Press, Londra, 2014, p. 177.

[8] «L’autobiografia si fa notare per le sue omissioni» (ibid.).

[9] Stando allo stesso Holland, «Vyvyan fu, senza dubbio, una fantasticheria, allo stesso modo con cui io ho chiamato mio figlio Merlin; la scelta del nome Oscar non necessita di spiegazioni, ma la provenienza di Beresford mi ha sempre lasciato perplesso perché non trovo connessioni né con la famiglia di mio padre, né con quella di mia madre […]. Tantomeno credo che i miei genitori lo trovassero grazioso». (HOLLAND, Essere figlio…, p. 49).

[10] Ivi, p. 72.

[11] Ivi, pp. 74-75.

[12] Ivi, p. 90.

[13] Ivi, p. 110.

[14] Ivi, p. 124.

[15] Cit. in ivi, p. 146.

[16] Lo sostiene il figlio Merlin in SCOBLE, The Corvo Cult, p. 193, n. 38. Allontanandosi poco alla volta dal cattolicesimo, Holland dovette verosimilmente perdere qualsiasi passione per le questioni spirituali. Non nutrì mai alcun interesse nemmeno per l’occulto o per lo spiritismo, all’epoca di gran moda (cfr. B. BROPHY, Prancing Novelist, Mcmillan, Londra, 1973, p. 262).

[17] Cit. in Obituary, «The Times», 11 ottobre 1967.

[18] Cfr. S. LESLIE, The End of a Chapter, Constable, Londra, 1916, p. 76.

[19] HOLLAND, Essere figlio…, p. 197.

[20] Cfr. SCOBLE, The Corvo Cult, p. 177. Holland ha lasciato di Firbank un delizioso ritratto compreso nel volume miscellaneo Ronald Firbank: Memoirs and Critiques, Duckworth, Londra, 1977, curato da Mervyn Horder. Il breve intervento era già stato pubblicato in I. K. FLETCHER (a cura di), Ronald Firbank: A Memoir, Duckworth, Londra, 1930.

[21] La lunga diatriba scoppiata tra Ross e Douglas dopo la scomparsa di Wilde, raccontata nel dettaglio da Laura Lee in Oscar’s Ghost, (Amberley, Stroud, 2017), si declinò anche col contendersi i favori di Cyril e Vyvyan. In particolare quest’ultimo, scegliendo di stare dalla parte di Ross, finì inevitabilmente per disprezzare il rivale dell’amico.

[22] HOLLAND, Essere figlio…, p. 203.

[23] V. HOLLAND, Time Remembered After Pere Lachaise, Victor Gollancz, Londra, 1966, p. 9.



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Fonte immagini: tutte le immagini, naturale eccezione delle copertine delle autobiografie di Holland nell’edizione inglese, sono tratte da V. HOLLAND, Essere figlio di Oscar Wilde, a cura di M. HOLLAND, La Lepre Edizioni, Roma, 2023.