Leone XIII dedicò un considerevole numero di documenti del suo Magistero al Santissimo Rosario. In essi il Pontefice non si limitava solamente a inculcare una devozione (certamente importantissima), ma nella sua qualità di Dottore del popolo cristiano ribadiva le verità fondamentali del dogma mariano, specialmente rispetto alla Mediazione e alla Corredenzione. Lo si può vedere per esempio nell’enciclica “Iucunda semper” dell’8 settembre 1894, della quale riportiamo un passo.

Il fatto di implorare l’aiuto di Maria con la preghiera, trova il suo sicuro fondamento nel compito che esercita incessantemente, presso Dio, di procurarci la divina grazia. Ella, infatti, per dignità e per meriti è a lui sommamente accetta, e ha un potere notevolmente superiore a tutti gli Angeli e Santi. Questo ufficio non si manifesta, in modo tanto evidente, in nessun’altra preghiera come nel Rosario, nel quale s’incontrano le parti sostenute dalla Vergine per procurare la salvezza degli uomini, come se prendessero forma nel presente: e ciò comporta un rilevante profitto di pietà, sia per la successione dei sacri misteri offerti alla contemplazione, sia per la devota ripetizione delle preci.

Per primi si contemplano i misteri gaudiosi. Infatti, il Figlio eterno di Dio, incarnandosi, si abbassa fino all’uomo, ma con l’assenso di Mariache lo concepisce di Spirito Santo”. Ed ecco che Giovanni “viene santificato”, con uno speciale carisma, nell’utero materno, e dotato di doni particolari “per preparare la via del Signore”. Tutto ciò avviene dopo il saluto di Maria che, per divina ispirazione, si reca a visitare la parente. Finalmente dalla Vergine viene alla luce Cristo, “l’atteso delle genti”, e quando i pastori e i magi, primizie della fede, si affrettano con animo pio alla sua culla, “trovano il Bambino con Maria, sua Madre”. Quando poi Egli vuole essere portato al tempio per offrirsi vittima a Dio Padre, con pubblico rito, è per le mani della Madre che in quel luogo “viene presentato al Signore. È sempre lei che, nel misterioso smarrimento del Bambino, lo cerca con trepida sollecitudine e lo trova con grande gioia.

Né diversamente recitano i misteri dolorosi. Nell’orto di Getsemani, dove Gesù prova paura e angoscia mortale, e nel pretorio, dove è flagellato, ferito da una corona di spine e condannato a morte, non è presente Maria, ma già da tempo tutto era a lei noto e da lei accettato. Quando, infatti, si offrì a Dio, come ancella al compito di madre, o si offerse insieme con il Figlio nel tempio, fin da allora, come si evince dai due episodi, prese parte con lui al travagliato riscatto del genere umano [consors cum eo extitit laboriosae pro humano genere expiationis]. Se ne può anche dedurre che Ella, senz’ombra di dubbio, partecipò con intimo dolore agli acerbissimi tormenti e alle angosce del Figlio. Del resto quel sacrificio divino, la cui vittima era stata da lei nutrita con amore, doveva compiersi alla sua presenza e sotto i suoi occhi. Lo si contempla nell’ultimo e più lacrimevole dei misteri: “presso la croce di Gesù stava Maria, sua Madreche, mossa da un sentimento di infinita carità verso di noi, allo scopo di accettarci come figli, offrì addirittura il Figlio suo alla giustizia divina, morendo nel cuore con lui [cum eo commoriens corde], trafitta dalla spada del dolore.

Da ultimo, nei misteri gloriosi che troviamo successivamente, viene confermato l’amorevolissimo ufficio della gran Vergine, addirittura più ricco di frutti. Assapora in intima letizia la gloria del Figlio che trionfa sulla morte; lo accompagna, con materno affetto, quando ascende al regno eterno, ma, pur degna del cielo, è trattenuta in terra quale ottima maestra e consolatrice della Chiesa nascente, perché “penetrò, ben oltre ogni possibile congettura, nella profondità dell’abisso della sapienza divina” [S.Bernardus, De XII praerogativis B.M.V., n. 3]. Poiché però il mistero dell’umana redenzione non avrebbe potuto essere compiuto prima della venuta dello Spirito Santo, promesso da Cristo, la contempliamo nel memorabile Cenacolo dove, elevando suppliche con gemiti ineffabili, unitamente agli Apostoli e a loro favore, affretta per la Chiesa la pienezza dello stesso Paraclito, dono supremo di Cristo, tesoro che non le verrà mai meno. Passata a vita immortale, in forza del suo pieno e perpetuo ufficio, potrà perorare la nostra causa. La ammiriamo quindi trasportata dalla valle di lacrime alla città santa Gerusalemme, tra le feste dei cori angelici: la veneriamo, eccelsa nella gloria dei Santi, resa gloriosa dal Figlio divino con un diadema di stelle; siede accanto a lui, regina e signora dell’universo.

Tutte queste cose, Venerabili Fratelli, nelle quali si ravvisa “il consiglio di Dio, consiglio di sapienza e di pietà” [S.Bernardus, Serm. in Nativ.B.M.V., n. 6] e, nello stesso tempo, risplendono le grandissime benemerenze della Vergine Madre verso di noi, non possono che influenzare beneficamente chiunque, ingenerandovi la fondata speranza di ottenere, con l’intercessione di Maria, la clemenza e la misericordia di Dio.


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Fonte immagine https://pixabay.com/it/photos/vetro-colorato-finestra-chiesa-4439486/

Testo in italiano https://www.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_08091894_iucunda-semper-expectatione.html#_ftn2

Testo latino https://www.vatican.va/content/leo-xiii/la/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_08091894_iucunda-semper-expectatione.html