Nota di RS: continua con questa ottava puntata questa rubrica di un grande amico di Radio Spada. Ne sono ovviamente onorato e auguro a quest’appuntamento di crescere e fiorire sulle nostre pagine virtuali. Sono certo che, data l’acribia e la DEDIZIONE del suo curatore, essa manterrà una moderata continuità, malgrado questi tempi bellici e infelici, frantumati e irregolari. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso, Presidente SQE della Fondazione Pascendi ETS)
di cardinale Albus
L’uomo fu concepito di sangue guasto per ardore della libidine, e alla fine attornieranno il suo cadavere i vermi come a un funerale. Da vivo produsse pidocchi e lombrichi; morto, genererà vermi e mosche; da vivo produsse sterco e vomito; morto produrrà marciume e fetore; da vivo impinguò la sua sola persona; morto impinguerà una miriade di vermi. Cos’è dunque più fetido di un cadavere umano, più orribile di un uomo morto?
Così recitano le riflessioni del giovane cardinale Lotario dei Conti di Segni, eletto al trono pontificio a soli trentotto anni con il nome di Innocenzo III, il più glorioso papa del medioevo. Quando il grande e brillante prelato licenziò quell’insuperata opera conosciuta come De miseria humanae condicionis, che contiene le parole summenzionate, aveva forse immaginato quanto sarebbe accaduto alla sua morte, occorsa il 16 luglio 1216 a Perugia, mentre predicava il verbum Crucis nel diuturno tentativo di liberare dal Saraceno il Luoghi Santi. Da una lettera del cardinale Giacomo da Vitry si apprende, infatti, la desolazione nella quale versava la salma papale l’indomani del trapasso: il pontefice era nudo, giacché era stato spogliato furtivamente delle sue vesti funebri; e ciò permetteva al fetore di espandersi con incontrastabile pervasività. Tale visione ricordò al Vitriacense quanto la gloria mondana sia davvero breve, inutile e ingannatrice (quam brevis sit et vana huius saeculi fallax gloria).
Il displuvio tra l’eccellenza del sommo apostolato e le tristi sorti che spettano al corpo di chi l’ha ricoperto è senz’altro un aspetto tanto singolare quanto fascinoso, giacché l’amore che consuma il guelfo e il clericale per il papato non può essere disgiunto da quello del corpo fisico del caput Ecclesiae, anche quando privato del soffio vitale. Ecco allora le mirabili testimonianze del prelato trecentesco Pietro Ameil: Morto il Papa, i penitenzieri co’ frati della bolla, se vi saranno, ovvero della pignotta, con acqua, e con buone erbe, la quale devono preparare i cubicularii, o aiutanti di camera, laveranno bene il corpo, e il barbiere gli rade la testa e la barba. Così lavato, lo speziale, e i detti frati della bolla, gli chiuderanno bene tutte le aperture col bombace, ovvero con istoppa; l’ano, la bocca, le narici le orecchie con mirra, incenso, aloè se si può avere sia lavato ancora il corpo con vino bianco, e riscaldato con erbe odorifere, e con buona vernaccia, la quale i cubicularii aiutanti di camera, ovvero i bottiglieri, devono somministrare ai lavatori. La gola poi si riempie di aromi, e di spezie col bombace, e le narici col muschio. In ultimo poi anche il volto sia stropicciato e si unga con balsamo buono e ancora le mani.
Nel corso dei secoli si passò dalla cura del cadavere all’imbalsamazione con tanto di estrazione e conservazione delle viscere (praecordia pontificum). Ma, anzitutto, si doveva essere certi della morte del papa: il cardinal camerlengo, assistito dai colleghi cardinali presenti e da altri membri della curia, si recava al sacro palazzo e, segnatamente, al capezzale del papa senza vita. Dopo aver pregato in ginocchio, il camerlengo picchiava tre volte sulla testa del defunto chiamandolo per nome; solo da quel momento si sarebbe potuti procedere alla celebrazione dei Novendiali. Durante il terzo giorno avveniva la velatio, ossia la copertura della salma parata con dei veli rituali e la chiusura della cassa. O che attimi penosi che accompagnarono questo momento! Taluni cardinali incaricati di queste incombenze persero i sensi dal turbamento, altri ne approfittarono per appropriarsi di componenti del parato funebre. Ma destino peggiore conobbero certe salme, financo in tempi recenti: le membra di Clemente XIV, morto nel caldo settembre 1774, a causa dell’avanzato scorbuto, si disfecero in pochi attimi sicché il fetore fu così insopportabile che ci si risolse di seppellirlo il prima possibile. Assai nota è, infine, la triste sorte del cadavere di Pio XII, vittima delle incurie di un improvvido archiatra che cagionarono la pietosa implosione della salma imbalsamata. E quest’ultimo fu chiaro presagio di ciò che avvenne al resto della Chiesa militante di lì a pochi anni: inconfutabile prova di come il corpo del papa e quello della Chiesa romana siano inesorabilmente uniti, nel rifulgere dell’incoronazione come nell’ombra della morte.
Fonte Immagine:Esumazione salma San Pio X (pubblico dominio)



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