di Luca Fumagalli

Oltre a comparire fugacemente nelle biografie di Oscar Wilde come colui che, all’epoca degli studi universitari, cercò inutilmente di convincere l’amico a farsi cattolico, il baronetto David Hunter-Blair è stato uno dei protagonisti della rinascita della Chiesa in Scozia a cavallo tra Ottocento e Novecento. Fu infatti abate benedettino col nome religioso di Oswald e, grazie alle sue fortune e ai suoi talenti, si fece promotore di numerose iniziative per la maggior gloria di Dio.

Nato il 30 settembre 1853, David Hunter-Blair era il primo dei tredici figli di Sir Edward Hunter-Blair, quarto baronetto di Dunskey, e di Elizabeth Wauchope. I famigliari della madre, i Wauchope di Niddrie, erano rimasti cattolici dopo la riforma, ma intorno alla metà del XVIII secolo anche loro avevano ceduto per unirsi alla Chiesa episcopale, parte della comunione anglicana.

Nell’estate del 1863, gli Hunter-Blair lasciarono la loro residenza, lo splendido Blairquhan Castle, nello Ayrshire, per trasferirsi provvisoriamente in Belgio. David, però, fu costretto a rientra a casa già nel 1864 per motivi di studio, venendo iscritto dapprima alla scuola preparatoria di May Place, a Malvern Wells, per passare in seguito a Eton.

Il particolare clima che si respirava tra i chiostri del liceo e i romanzi di Walter Scott fecero molto per accendere nel ragazzo una certa curiosità nei confronti del passato cattolico della Scozia. Questi rimase inoltre molto colpito nel 1868 dalla notizia della conversione del terzo marchese di Bute, uno dei più importanti nobili del Paese, ma anche dall’analoga scelta compiuta da uno dei suoi zii preferiti, un colonnello, avvenuta più o meno nello stesso periodo.  

L’abate nel 1919

Dal 1872 al 1876 fu iscritto al Magdalen College di Oxford e a inizio 1875 si concedette pure una parentesi in Germania, dove poté approfondire la sua cultura musicale sotto la guida di Karl Reinecke, docente del conservatorio di Lipsia.

Si recò poi Roma giusto in tempo per vedere l’arcivescovo Henry Edward Manning, che tanto si era speso per sostenere le posizioni infallibiliste durante il Concilio Vaticano I, ricevere la berretta cardinalizia. La scena lo impressionò a tal punto che pochi giorni dopo decise di compiere quel passo che stava meditando da tempo, venendo accolto nella Chiesa presso la casa dei Redentoristi da padre Edward Douglas CSSR.

Dopo essere tornato a Oxford e aver abbandonato la loggia massonica a cui era iscritto, il giovane Hunter-Blair, animato dallo zelo tipico del neofita, si mise in testa di convincere Wilde a convertirsi. Del resto quest’ultimo era all’apice della sua infatuazione per il cattolicesimo ed era anch’egli reduce da un viaggio in Italia. Aveva pure composto una poesia struggente, Roma non visitata (Rome Unvisited), che aveva suscitato gli elogi, tra gli altri, di John Henry Newman. 

Hunter-Blair e Wilde assistettero insieme alla consacrazione della chiesa di St Aloysius, il 23 novembre 1875, con il cardinale Manning che dal pulpito puntò il dito contro l’apatia e la decadenza spirituale dell’università, prendendo le mosse proprio dal motto di Oxford, cioè Dominus Illuminatio Mea.

John Crichton-Stuart, terzo marchese di Bute

Ormai i due discutevano di religione giorno e notte, e durante un confronto particolarmente acceso pare che Hunter-Blair abbia colpito Wilde alla testa urlandogli: «Sarai dannato, sarai dannato, perché vedi la luce ma non la segui». A un amico comune, William Walsford Ward riservò all’opposto parole ironicamente indulgenti in virtù del suo protestantesimo granitico: «Sarai salvato perché la tua ignoranza è invincibile».

Nel 1876 invitò Wilde ad andarlo a trovare a Roma, dove si trovava in compagnia di Archie Dunlop, un altro convertito. Alloggiavano presso l’Hotel d’Inghilterra e ogni sera si univano a loro per la cena due ciambellani papali, J. Ogilvie Fairlie e Hartwell de la Garde Grissell, entrambi intimi di Hunter-Blair. Grazie all’intercessione di mons. Edmund Stonor, rettore del Collegio inglese, svenne addirittura garantita a Wilde un’udienza con papa Pio IX. Dopo l’incontro il futuro alfiere dell’estetismo completò un sonetto, Urbs Sacra Aeterna, che venne pubblicato sul «Month», la rivista dei gesuiti britannici.

A quel punto la sua conversione sembrava imminente, ma gli atteggiamenti seguitavano ad essere troppo contraddittori: prima di lasciare la Città eterna, ad esempio, volle inginocchiarsi davanti alla tomba di Keats – un atto di devozione che non piacque a Hunter-Blair – e, una volta rientrato a Oxford, vinse il prestigioso Newdigate Prize con un poemetto, Ravenna, che conteneva una descrizione trionfalistica dell’entrata di Vittorio Emanuele II a Roma nel 1870 (decisamente inopportuna per un aspirante “papista”).

L’ultima volta che Hunter-Blair e Wilde ebbero occasione di incontrarsi fu una decina di anni più tardi, a Edimburgo: lo scrittore si mise in ginocchio, baciò la mano dell’amico e lo implorò di pregare per lui.

Oscar Wilde, Hunter-Blair and altri (Oxford, 1876).

Wilde non fu l’unica personalità difficile e stravagante con cui Hunter-Blair dovette confrontarsi nel corso della sua vita. Ebbe modo, ad esempio, di conoscere la spiritista Ada Goodrich Freer, una truffatrice patentata, e in un paio di occasioni la sua strada si incrociò con quella del romanziere Frederick Rolfe, in arte Baron Corvo, squattrinato e attaccabrighe.

Una volta conclusi gli studi universitari, Hunter-Blair poté attingere a piene mani dal proprio patrimonio per aiutare le diocesi scozzesi nella costruzione di nuove chiese, come quelle di Girvan, di Stranraer e di Newton Stewart; nel 1877, invece, portò in dono a Pio IX duemila sterline, un calice e dei paramenti a mo’ di consolazione per la perdita dei territori pontifici. Una parte cospicua dei suoi fondi andarono per finanziare pure l’abbazia benedettina di Fort Augustus, situata sul lato sud-ovest del lago di Loch Ness, dove lui stesso entrò l’anno seguente in qualità di postulante.

Alla vestizione, come già ricordato, assunse il nome di Oswald e l’11 luglio1888 venne ordinato sacerdote.

Qualche mese prima, a marzo, era stata pubblicata dalla casa editrice dell’abbazia la Rule of St Benedict, una nuova edizione della Regola, tradotta e annotata da Hunter-Blair, che godette di un discreto successo, conoscendo ben tre edizioni, l’ultima delle quali datata 1914.

Frattanto il novello sacerdote era al lavoro sulla traduzione di una storia della Chiesa cattolica scozzese scritta nel 1883 da Alfons Bellesheim, canonico della cattedrale di Cologna. Il risultato furono i quattro volumi della History of the Catholic Church of Scotland, from the introduction of Christianity to the present day pubblicati dalla William Blackwood & Sons tra il 1887 e il 1890. Padre Oswald si dimostrò un traduttore abile, riuscendo a convertire il tedesco di Bellesheim in un inglese facile e scorrevole. Ciononostante non si limitò solo a questo: volle infatti intervenire sul testo espandendolo e inserendo numerose note. L’opera, tre le sue migliori, suscitò l’entusiasmo della critica e contribuì a rilanciare Fort Augustus quale vivace centro spirituale e intellettuale.

Nel 1929

Dopo una parentesi come maestro dei novizi, padre Oswald trascorse due anni in Brasile, dal 1895 al 1897, coinvolto in una missione per rivitalizzare le moribonde comunità benedettine del luogo. Sarebbe tornato in Sud America ancora in altre occasioni, ma al rientro in Scozia l’urgenza per l’ordine era diventata quella di stabilire una qualche affiliazione universitaria, così da poter offrire ai novizi una preparazione più adeguata. Fallita l’ipotesi di costruire un seminario presso la St. Andrews University, di cui era rettore il marchese di Bute, si optò per la fondazione di una casa dell’ordine a Oxford. Stando al regolamento allora vigente, solo padre Oswald, da ex studente, aveva i requisiti per ottenere i permessi necessari. Pertanto fu costretto a risiedere nella cittadina universitaria, occupandosi dell’organizzazione di ogni cosa, dal 1898 fino al 1903.

Nel 1912 venne eletto secondo abate di Fort Augustus, succedendo a Leo Linse. La comunità comprendeva allora una quarantina di monaci, molti dei quali servivano in varie parrocchie al di fuori del monastero. Il nuovo abate si pose come obiettivo primario quello di completare i lavori per la costruzione della chiesa abbaziale, ancora priva del coro, ma lo scoppio del Primo conflitto mondiale lo costrinse a dover affrontare una situazione emergenziale che non aveva precedenti, con vari monaci divenuti cappellani militari e famiglie in difficoltà.

Nel 1917 rassegnò le proprie dimissioni e, ottenuto il titolo onorifico di abate di Abingdon e poi di Dunfermline, si trasferì a Caldey Island, dove rimase per circa due anni e mezzo. L’isola, situata di fronte alla costa sud-est del Galles, era la sede una comunità benedettina formata da ex religiosi anglicani che si erano convertiti al cattolicesimo e lì l’abate poté dedicarsi alla scrittura con grande tranquillità, completando una biografia del marchese di Bute e il primo volume delle sue memorie, A Medley of Memories, dato alle stampe nel 1919 (ne sarebbero seguiti altri due, che videro rispettivamente la luce nel 1922 e nel 1936).

Lasciata Caldey, Hunter-Blair viaggiò molto, scrisse libri e articoli, tenne conferenze e trasmissioni radio, servì in qualità di cappellano di varie famiglie nobili e per qualche tempo risiedette al New Club di Edimburgo, il circolo privato più antico della Scozia.

L’abate nel 1932

Nel 1935, a Roma, venne ricevuto in udienza privata da Pio XI che volentieri lo invitò a sedersi al suo fianco. Quando l’abate mostrò al pontefice un’immagine di Fort Augustus in cui si intravedeva il lago di Loch Ness, venne fuori che quest’ultimo era affascinato dalla leggenda del mostro e aveva interrogato senza successo vescovi e preti scozzesi per ottenere dettagli. Una volta che Hunter-Blair ammise di aver effettivamente visto la creatura, si dimostrò impossibile indirizzare la conversazione su qualsiasi altro argomento.

L’abate morì il 12 settembre 1939 e venne sepolto nel cimitero di Fort Augustus (ricoverato al St Mary’s Hospital di Londra, aveva chiesto espressamente di tornare all’abbazia per passare tra il calore dei suoi confratelli gli ultimi giorni che gli rimanevano su questa terra). In un’epoca in cui il cattolicesimo scozzese tendeva ad essere comunemente identificato con gli emigrati irlandesi e i gesuiti provenienti dal continente, la curiosa figura di questo monaco baronetto, pure autore prolifico, fu a suo modo una rivelazione, contribuendo come e più di altri a radicare la Chiesa in un Paese che per sua natura le era violentemente ostile.



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Fonte immagini: https://darklanecreative.com/a-monk-of-magdalen-abbot-oswald-david-hunter-blair-osb-1853-1939-2/