Dal capolavoro di Padre Angelo Zacchi O.P. L’origine e i destini dell’uomo presentiamo questi utili estratti.


[…] E che questo sia il significato, che l’umanità anche più antica ha sempre dato al culto dei morti, ce lo dicono espressamente le iscrizioni e i simboli dei sepolcri, il carattere e la natura stessa delle cerimonie funebri. Le più antiche iscrizioni sepolcrali, lasciateci dai Babilonesi, dagli Egiziani e dai Greci, sono tutte piene d’un’ardente fede nel di là. Le cerimonie funebri di molti popoli antichi poi, non solo attestano la loro credenza in una vita futura, ma esprimono ancora, abbastanza chiaramente, l’idea che se n’erano formati. Che essi, ad esempio, la concepissero molto simile alla presente, ce lo dice il fatto che non di rado sulla tomba dei defunti s’immolavano e mogli e servi, affinché continuassero a prestare anche dopo morte le loro cure e i loro servigi ai rispettivi mariti e padroni; ce lo dice pure, e meglio, il costume quasi generale di deporre nei sepolcri gli oggetti più necessari, come cibi, bevande, vesti, monete, armi, ecc.

Allorché poi il concetto della vita futura era molto complesso, come presso gli Egiziani, si pensava addirittura ad istruire minuziosamente i defunti sul modo di comportarsi nelle nuove prove che li aspettavano. Il famoso libro dei morti che si trova tanto di frequente nelle tombe dell’Egitto antico, è una vera e propria guida del mondo di là, ad uso delle anime de trapassati[i]. Come si può vedere nell’interessante opera del Fustel de Coulanges, La cité antique, sono innumerevoli i rapporti che, non solo gli usi e le costumanze funebri, ma perfino moltissime istituzioni del diritto privato e pubblico degli antichi popoli indo-europei, hanno con l’idea che si erano formati della natura dell’anima disincarnata. Questa per essi, sebbene avesse un’esistenza indipendente dal corpo, non poteva allontanarsene troppo. Concepita spesso come l’ombra inafferrabile che accompagna i corpi viventi, aveva bisogno, per riposare tranquilla e non divenire perniciosa ai vivi, d’un sepolcro; preferibilmente di quello di famiglia, dove poteva ritrovare i parenti già morti e ricevere culto dai vivi.

[…] Ritenendo ancora che l’anima arriva al mondo di là nelle condizioni di forza e di vigoria, nelle quali si troverà al punto della morte e, credendo d’altra parte, che per conquistarvi la felicità definitiva, debba affrontare non lievi fatiche, altri popoli selvaggi hanno giudicato preferibile per ognuno abbandonare la vita terrena, prima che l’età e le malattie l’abbiano estenuato ed esaurito. Uccidere quindi i propri cari, appena la vecchiaia, o una grave malattia minacciava di toglier loro ogni forza, diventava un dovere d’affetto, un dovere di pietà. E, in ossequio a questo dovere, si faceva «cambiar clima», secondo la caratteristica frase d’una tribù d’Indiani, a quanti si trovavano nella parabola discendente della vita. È così che nelle plaghe più differenti della terra si commettevano ogni anno vere e proprie stragi. Il capitano Wilky racconta, che in un borgo dell’arcipelago di Biti, tra molte migliaia d’abitanti, non vide che un solo uomo di quarant’anni; tutti i più attempati erano stati sepolti vivi! Dai missionari poi seppe che essi, in tutto il tempo del loro soggiorno, non avevano appreso che un solo caso di morte naturale![i] Si tratta indubbiamente d’aberrazioni orribili ed umilianti. Anch’esse però, nel loro feroce linguaggio, ci dicono la fede dell’umanità in una nuova vita. Anch’esse, con i loro caratteri di sangue, esprimono la speranza universale in una vittoria definitiva sopra la morte.

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[i] Citato dallo Schneider, L’altra vita, p. 119.

[i]Le livre des morts, tr. fr., Pierret — Paris, 1907.

Imm. mod.: Grafton Elliot Smith, Public domain, via Wikimedia Commons