Dal capolavoro di Padre Angelo Zacchi O.P. L’origine e i destini dell’uomo presentiamo questo utile estratto.
Il valore della negazione della sopravvivenza.
[…] Questa corsa attraverso le manifestazioni più diverse del pensiero dell’umanità, nelle varie epoche della sua storia, come nelle varie categorie dei suoi membri, deve ormai averci convinto, che esiste davvero un consenso comune del genere umano intorno all’esistenza di una nuova vita dopo la morte. Anche gli avversari spesso ne sono convinti. E l’autore, ad esempio, del Sistema della natura – un manuale dell’incredulità una volta famoso – scrive: «Nessun dogma è stato più popolare di quello dell’immortalità dell’anima; nessun dogma è più universalmente sparso di quello dell’aspettativa d’un’altra vita. La natura, avendo ispirato a tutti gli uomini l’amore più vivo della loro esistenza, il desiderio di perseverarvi sempre ne fu una sequela necessaria»[i].
Si tratta però d’universalità morale, la quale non esclude che vi siano delle voci discordi. E queste voci ci sono sempre state, e ci sono anch’oggi. Non possiamo trascurare questo fatto; e penso che, a comprendere meglio il valore dell’affermazione dell’umanità, sia opportuno ridurre prima alle sue giuste proporzioni e al suo giusto valore il fatto della negazione che vi si accompagna. Ora un simile fatto, quando s’esamini attentamente e spassionatamente, non sembra tale da sminuire l’importanza della testimonianza favorevole dell’umanità credente. Non la sminuisce per due ragioni: primieramente si tratta d’una minoranza quasi trascurabile. Le voci che negano – l’abbiamo visto – possono in qualche periodo della storia umana crescere; mai però fino al punto di coprire quelle che affermano. Queste voci pure, in certi momenti eccezionali, possono venire anche dai campi privilegiati della ricerca filosofica; ma, nel loro complesso, non sono in grado d’uguagliare l’autorità di quelle avversarie. I negatori aperti della sopravvivenza provengono, nella quasi loro totalità, dal materialismo, che si trova immancabilmente agl’inizi della filosofia, o ne segna la fase decadente. In secondo luogo noi possiamo additare la ragione adeguata di queste negazioni in speciali deficienze intellettuali e morali.
Per esser in grado di capire tutto il valore d’una dottrina, è condizione essenziale una perfetta sanità intellettuale, e se questa dottrina, com’è il caso di quella della sopravvivenza, ha stretti rapporti con il cuore, anche una perfetta sanità morale. La conoscenza intellettuale è una visione; e non può vedere bene chi ha l’occhio della mente malato. D’altra parte, se spesso siamo inconsapevolmente portati ad ammettere la falsità, solo perché piace, spesso pure siamo, per la stessa legge, portati inconsapevolmente a rigettare la verità, solo perché contraria ai nostri interessi, ai nostri gusti, alle nostre tendenze. Ora, molti avversari della sopravvivenza mancano di questa perfetta sanità intellettuale e morale, e non sono sempre in grado di dare un giudizio veramente sereno, spassionato ed autorevole su tale grave problema.
Spesso la negazione o il dubbio sono unicamente la conseguenza logica d’un sistema in antecedenza accettato: noi potremo, ad esempio, illustrare al positivista i più efficaci ed evidenti argomenti; ma questi naufragheranno irremissibilmente sul pregiudizio sistematico, che l’intelligenza non è in grado di trascendere i dati dell’esperienza. Il panteista idealista potrà sentirsi portato ad ammettere la sopravvivenza personale da tutte le più prepotenti aspirazioni dell’anima, da tutti i suoi più profondi bisogni; ma non seconderà quest’impulso, e dovrà anzi combatterlo, perché, per il panteismo idealistico, nel mondo dello spirito non v’è posto per una reale molteplicità degl’individui. Più spesso ancora la negazione o il dubbio hanno la loro radice in sfavorevoli condizioni d’ordine morale.
Non s’impugna la sopravvivenza, dice il Franchi, «per buone ragioni, ma per male passioni». Se vogliamo conoscer noi stessi bisogna analizzarci e studiarci attentamente. Ma come sono in grado di far questo tutti coloro che ignorano completamente il raccoglimento della vita interiore, e vivono distratti e dissipati dalla vita esterna e materiale? Per conoscere l’anima e la sua sorte bisogna ascoltarne le voci, scrutarne i bisogni e le aspirazioni. Per capire la grandezza dell’anima e l’altezza dei suoi destini, bisogna che ci apparisca nella pienezza delle sue perfezioni; bisogna che noi secondiamo i suoi voti, che afferriamo il significato del suo linguaggio più vero e reale. Ma come sono in grado di far questo tutti coloro che hanno gli occhi abbacinati dallo scintillio d’una vita sensuale e le orecchie assordate dal frastuono d’una vita unicamente dedicata ai piaceri e agli affari; coloro che dentro non hanno che rovine e fango; coloro che mai aprono le ali al volo, che di proposito soffocano ogni più nobile aspirazione? Non possono provare la fame dei beni trascendenti ed incorruttibili della vita sopraterrena, quelli che fanno dei beni corruttibili della terra la loro unica gioia. Non possono sentire il fascino dell’eterno, quelli che vivono solo del momento che passa, dell’istante che fugge. Non può sospirare una giustizia riparatrice, chi ha gravi conti da saldare; chi ha perduto ogni fiducia nella virtù; chi, soffocando ogni rimorso, ha finito con dimenticare completamente la sovranità assoluta della legge morale.
Come fa dire giustamente il Goethe a Faust: Se conseguiamo le prosperità del mondo, diamo nome d’illusione e di menzogna a ciò che val meglio di esse. E A. Graf con altre parole: «Gli spiriti alati non durano nessuna fatica a sentirsi e credersi immortali… Come più lo spirito divien conscio di sé, e geloso di sé, e più l’offende il dubbio che l’esistenza sua possa esser troncata, troncata la sua operosità»[ii]. Mentre le anime sane, forti e generose, nella consapevolezza della propria vigoria spirituale, trovano un pegno d’immortalità, le anime fiacche, malate e basse, nella coscienza della propria debolezza e bassezza, trovano più un indizio della limitazione della vita che della sua perpetuità. «L’anima – dice il P. Gratry – che s’allontana da Dio, per abbandonarsi ai sensi e divenire schiava del mondo sensibile, vive d’una vita parziale e superficiale, e più che il senso dell’immortalità prova in questo stato il senso della morte eterna e del nulla, verso il quale cammina, pur non potendolo raggiungere… Sì, l’anima morta ha il presentimento della morte e non della vita. Ma l’anima vivente, che porta in se stessa la vita, cioè Dio, vita eterna ed infinita, l’anima che concentra in Dio tutte le sue forze senza disperderle nel mondo, e ingrandisce e sale… quest’anima porta nel suo profondo la promessa infinita; quest’anima sente l’immortalità»[iii].
>>> L’origine e i destini dell’uomo <<<
[i] Parte I, cap. 12.
[ii] Immortalità, p. XXXII.
[iii] De la connaissance de l’âme, l. V, c. I.
Imm. di Pub. Dom.: It shows a Communist firing squad aiming at the colossal Monument of the Sacred Heart on the Cerro de los Angeles, a hill a few miles south of Madrid which is regarded as the exact centre of Spain. Published by the Daily Mail in August 1936

