Nota di RS: in questo mese consacrato alla meditazione dei Novissimi, non poteva mancare un contributo di uno dei maggiori santi e poeti cristiani del Medioevo, San Pier Damiani. Ci concentriamo oggi sul primo dei Novissimi, la morte personale e corporale, cui nessuno di noi potrà mai sottrarsi. Come dicevano i saggi antichi e ancora più i padri probati della Cristianità, possa la nostra vita essere un continuo esercizio di preparazione alla morte e possa quest’ultima trovarci forti ma soprattutto DEGNI. (Piergiorgio Seveso)
Ritmo sul giorno della morte
Con funesto terrore mi agiti, estremo giorno della vita.
Il cuore si contrista, s’indeboliscono le reni, tremano, ferite, le viscere
Quando la mente angosciata va raffigurandosi il tuo aspetto.
Giacchè chi potrà descrivere quello spaventoso spettacolo,
quando, misurato sino in fondo il corso della vita umana,
approssimandosi alla fine, lotta per sciogliersi dai vincoli della carne malata?
Il senso vien meno, s’irrigidisce la lingua, si stravolgono gli occhi,
palpita il petta, rauca ansa la gola, si paralizzano gli arti,
il volto impallidisce, dal corpo svanisce ogni grazia.
Ecco, affluiscono ora le fazioni dei diversi spiriti,
da questa parte le potenze angeliche, dall’altra la torma dei demoni,
e più si avvicinano al morente coloro che il suo merito richiama.
Compaiono anche i pensieri, le parole, le aspirazioni, le opere,
e tutto si affolla innanzi agli occhi che non vorrebbero vedere,
Ovunque egli tenda, ovunque egli volga, li vede presenti davanti a sè.
La coscienza tormentosa tortura se stessa per il suo peccato,
e rimpiange che sia trascorso il tempo atto a correggersi:
Piena di dolore, la penitenza tardiva non porta alcun frutto.
Allora in amaro si muta la falsa dolcezza della carne,
quando una pena senza fine succede a una breve voluttà,
e si vede che era nulla ciò che si credeva grande.
Ma lo spirito che viene innalzato nella gloria della somma luce,
disprezza il fango della carne in cui, sommerso, si rivolta,
e lieto se ne scioglie, come dai vincoli di un carcere.
L’anima tuttavia uscita dal corpo, sperimenta un duro viaggio:
contro di lei si avventano le schiere infernali
che appressano, nelle loro sedi, numerose prove.
Qui sono infatti coloro che incitano alla gola, là all’avarizia,
in un luogo i fautori dell’ira, in un altro quelli della superbia,
tutto lo stuolo dei vizi appronta le proprie schiere.
E se appena una torma indietreggia, ecco che un’altra si avanza:
ad ogni arte militare si da ricorso, ad ogni ordigno guerresco,
affinchè l’anima non possa sfuggire, a vergogna dei suoi nemici.
Ah! Quanto crudeli sono i mostri di quei ferali guerrieri!
Tetri, selvaggi e truci, soffiano fiamme dalle nari,
drizzano teste di draghi, e le loro fauci stillano veleno.
Con serpentine spire armano le mani, esperte di battaglie,
e con esse assalgono, come con ferrei strali, quanti sopraggiungono,
assoggettando alla fiamme eterne coloro che trascinano via.
Ti supplico, Cristo, invitto Re, vieni in soccorso al misero
nell’ora della sorte suprema, quando mi recherò dove mi si comanda:
che l’empio tiranno non abbia su di me diritto alcuno.
Soccomba il principe delle tenebre, sia vinta la fazione del tartaro:
tu Pastore riconduci in patria la pecora già redenta,
dove possa gioire di te, per vivere nei secoli.
Fonte immagine: Fidesratio, CC BY 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by/4.0, via Wikimedia Commons



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