Volentieri presentiamo ai lettori la traduzione dell’intervista di Andrea Giacobazzi apparsa su Caritas, rivista francese del movimento Civitas International, guidato da Alain Escada (nostro ospite agli Stati generali dello scorso 25 aprile) cui vanno i nostri auguri di pronta guarigione a seguito di un importante incidente stradale.

Uscita recentemente, tratta di molti temi “europei”. Mettiamo in nota la prima domanda-risposta, essendo su un argomento che il pubblico di lingua italiana già conosce in buona parte [1].


[…]

2) Non c’è confusione nei termini quando si usa la parola Europa invece di Unione Europea? Cosa significa per te l’Europa? Come definire l’Unione Europea? Qual è il fondamento dell’Unione europea?

L’Europa – da secoli e ancor più per come la conosciamo oggi – è il precipitato delle «cinque fratture successive» individuate negli studi di Francisco Elías de Tejada, cinque veri e propri colpi di spada alla Cristianità soppiantata: la frattura religiosa del luteranesimo, quella etica del machiavellismo, quella politica del bodinismo, quella giuridica operata da Hobbes, e quella sociale della pace di Westfalia (1648). Il tutto aggravato dalle rivoluzioni successive: la francese (1789), la russa (1917), quella ecclesiale-sociale del Vaticano II (1962-1965) e del ’68. All’antico e sano equilibrio tra universale e particolare è stata gradualmente sostituita, col metodo del solve et coagula, una falsa universalità di marca globalista e una falsa particolarità di matrice individualista: due facce della stessa medaglia. Pio XII, del resto, nel suo discorso del 1952 agli uomini dell’Azione Cattolica, tratteggiava un quadro allo stesso tempo profetico e storicamente ineccepibile. Parlava di un nemico che «ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l’autorità; talvolta l’autorità senza la libertà. […] Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato. Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo sopra fondamenti […] responsabili della minaccia che incombe sulla umanità: un’economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio».

3) Cosa pensi di ciò che l’Unione Europea è diventata nel tempo? E secondo te, possiamo parlare di un’Europa che, in particolare col capitalismo ultraliberista mescolato all’ambientalismo punitivo, assomiglia sempre più all’URSS di un tempo?

L’Unione Europea ha ereditato buona parte dei difetti appena elencati. Sono gli uomini stessi che la guidano ad aver assorbito questo schema ideologico. Oggi la guerra alla proprietà privata «tradizionale» non è più (solo) di marca comunista, esiste una via «liberale» al depauperamento, alla progressiva astrazione dal possesso concreto dei beni, alla loro smaterializzazione. Dopo la guerra allo spirito, si passa infatti alla guerra alla materia. Un mondo di relazioni digitali, di beni affittati a breve-medio termine, di socialità eterea, apparentemente esasperata, ma solo nella sua dimensione mediatica e immateriale; un mondo costituito di individui isolati e ricattabili. Sia chiaro: non tutta la tecnologia vien per nuocere, così come non tutta la burocrazia esiste per soffocare, ma è l’orizzonte complessivo che preoccupa. Fuori dall’Unione Europea le cose non vanno necessariamente meglio, anzi. Pensiamo allo Stato orwelliano cinese, giusto per fare il primo esempio che viene alla mente.

Quanto al tema ambientale, un discorso più ampio sarebbe da fare sulla visione che l’uomo contemporaneo ha (o non ha) del gran campo delle scienze fisiche, dei suoi limiti, delle sue illusioni, dei suoi fallimenti, delle false prospettive che a volte ha offerto. Esiste un uso politico delle discipline «scientifiche», un occhiale ideologico che è stato inforcato molte volte nel corso della storia: il darwinismo, con tutti i suoi problemi, trovò entusiasti sostenitori per ragioni diverse tra razzisti, marxisti e liberisti. E abbiamo visto i frutti. La tecno-scienza, se usata correttamente, può essere al servizio del bene comune: non va disprezzata con un irrazionalismo che nulla ha di cristiano ma nemmeno trattata come una nuova religione super-dogmatica, in cui la parola dell’uomo in camice bianco vale come verità distillata. Anni fa il Prof. Giuseppe Sermonti, celebre genetista italiano, in un’intervista ad Avvenire disse: «Tutti i manuali di scienza per le scuole partono da una premessa (o addirittura da una vecchia mitologia) scientista, cioè dalla convinzione che la scienza sia in grado di dare una risposta a tutti i problemi. In tal modo si nega o si nasconde che la scienza si aggira nel mistero e che ogni sua scoperta apre un nuovo mistero». Credo sia un appello da ascoltare pure per quanto riguarda una politica che, avendo perso gli autentici riferimenti, finisce per cercarli dove non li può trovare.

 4) Ma l’UE non è diventata anche un vassallo degli Stati Uniti, degli interessi americani, cioè dei globalisti, essendo gli Stati Uniti i padroni della globalizzazione unipolare, prima di quelli delle nazioni europee?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella politica dei nostri Paesi, i casi di «libertà vigilata» sono stati numerosi e reciprocamente connessi. Credo però che siamo stati anche molto «bravi» a farci del male con le nostre mani senza attribuire sempre la causa a forze straniere, ed è possibile che attualmente agli USA vada bene pure una sorta di multipolarismo zoppo. C’è infine da tener presente anche a livello di politica internazionale il tema delle false alternative: conosciamo bene i disastri americani nel Vicino Oriente e in mezzo mondo, ma non sempre ciò che si dice alternativo a Washington lo è davvero fino in fondo. Gli stessi BRICS hanno mostrato il loro interesse negli obiettivi dell’Agenda 2030. A volte ci capita di credere che «l’erba del vicino sia sempre più verde», ma in realtà spesso è solo tinta di verde.

5) Alcuni parlano di un’Europa federale, altri di un’Europa delle nazioni: secondo te, quale tutelerebbe meglio gli interessi di ciascun Paese? O vorresti dare priorità a una Brexit nella tua nazione?

Il vero problema per creare oggi «un’Europa dei popoli» è che mancano sempre di più i popoli. Se andiamo a Milano, a Parigi, a Madrid troveremo giovani e anziani, che si credono «scimmie con l’ansia», ricurvi su un telefonino ad ascoltare musica agghiacciante, simile a quella che sentono i loro amici a New York, a Tokio e forse a Pechino. Qualche tempo fa un cantante italiano – nome d’arte Ultimo – ha detto al Corriere della Sera: «Essere giovani oggi è tremendo. Perché sei senza punti di riferimento. […] Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare e nessuno che vada in chiesa». Senza punti di riferimento non si può edificare nulla: oggi è questo il principale problema di ogni ipotesi di costruzione politica. In condizioni ideali auspicherei una maggiore integrazione dei popoli cattolici e di lingua neolatina, ma la domanda è: oggi che cosa integreremmo?

6) L’Europa è pace, è stato lo slogan che ha determinato la creazione dell’UE. Questo slogan è invecchiato bene o male?

Malino. Ha per lo più messo all’esterno i conflitti armati, lasciandoli spesso a poche miglia dai suoi confini, basti pensare ai Balcani. Per non parlare della cosiddetta guerra asimmetrica, del terrorismo che ha insanguinato negli ultimi decenni le città del Vecchio Continente e della crisi sociale, valga per tutti l’esempio delle Banlieues. Se la pace è, per citare Sant’Agostino, «la tranquillità nell’ordine» (Pax… tranquillitas ordinis), va detto che in giro si vede poco ordine e pure poca tranquillità.

7) Per concludere la nostra intervista, quale messaggio vorresti inviare ai nostri lettori?

Non illudersi, non disperarsi: formazione e organizzazione. Non illudersi: oggi non abbiamo la forza per instaurare un ordine sociale cristiano, non c’è più il Sacro Romano Impero o il Regno di San Luigi IX, e nemmeno una loro credibile copia, individuabile su scala globale. Ogni slancio allucinatorio, ogni tentativo velleitario in questa direzione porta rapidamente ad una cocente e distruttiva disillusione. Non bisogna però disperare: anche nella peggiore delle ipotesi, vi sarà sempre – almeno – un’inestinguibile brace sotto la cenere. Riformiamo in noi stessi e nelle nostre famiglie ciò che non possiamo riformare subito nella società: i «margini di miglioramento» credo, per usare un eufemismo, ci siano ovunque (a partire dal sottoscritto!). Formarsi prima di in-formarsi: senza formazione non si hanno gli strumenti per cercare, analizzare e meditare le notizie. Con un doppio problema: ci troviamo di fronte non solo agli errori – spesso marchiani – divulgati da televisioni e grandi giornali ma pure a quelli rilevanti e non rari diffusi dalla cosiddetta controinformazione, popolata di entusiasti del New Age, liberali riciclati, apprendisti stregoni, mitomani. In Italia si dice: «Chi si ferma è perduto!». Ma bisognerebbe riformulare: «Chi non si forma è perduto!». Ultimo aspetto: l’organizzazione. Non cedere un millimetro ma evitare pure l’arroccamento in circoletti chiusi e spesso asfittici: è fondamentale militare, stare insieme, farlo non solo sui social, ma nella vita reale. Sviluppare i rapporti tra associazioni che vogliano essere sane, anche in Paesi diversi.

Permettetemi infine di raccontare un episodio recente, che fa da sintesi a quanto detto sin qui. Pochi mesi fa nel Nord Italia, a Carpi, dentro il museo diocesano venne allestita una mostra blasfema. Ne uscì una gran polemica: giornali (compreso quello delle Confederazione Episcopale Italiana), esponenti dell’amministrazione pubblica e del clero si schierarono in difesa degli organizzatori. Dall’altro lato una miriade di associazioni cattoliche indipendenti presero l’iniziativa: Rosari davanti al museo, affissioni di manifesti, raccolte di firme, comunicati stampa, camion-vela di protesta. Un giorno, poi, uno sconosciuto mai identificato (sono passati mesi e non si sa ancora nulla) entrò nel museo e sfregiò una delle opere, avendo una colluttazione col pittore. L’aggregato politica-clero modernista-stampa si scatenò con ogni genere di accuse e insinuazioni – la notizia arrivò persino su Le Figaro – ma più si alzava la posta, più la reazione dei fedeli restava ferma e chiara, evitando qualsiasi violenza. La mostra – per addotte ragioni di sostenibilità economica dovute alle nuove misure di sicurezza dopo lo sfregio – chiuse i battenti con largo anticipo. Le associazioni, tra cui il Comitato Beata Giovanna Scopelli e Radio Spada, si organizzarono per una grande processione di riparazione, da tenere qualche giorno dopo: la partecipazione fu ingente, interminabili file di fedeli scesero nelle strade, la vittoria fu completa. Per un giorno almeno nelle piazze, in modo pubblico e riconoscibile, Cristo aveva regnato. Anche da questi atti si può e si deve ricominciare.

Che fare, dunque? Non posso che lasciare la parola al Crocifisso di Giovannino Guareschi. Interrogato da don Camillo, rispondeva così: «Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza». 


[1] [Prima domanda trasferita in nota]1) Le elezioni europee si sono svolte di recente. Puoi commentarle per noi collegandole alla situazione nel tuo paese? Cosa pensi delle elezioni europee, in particolare nel tuo paese?

Le elezioni europee hanno visto da un lato un avanzamento delle forze cosiddette «identitarie» e dall’altro il mantenimento di un certo equilibrio in favore dei partiti appartenenti alle famiglie politiche popolari, centriste e socialiste, ovvero chi da sempre si spartisce la «torta del potere europeo».

In Italia il governo di «destra» è uscito rafforzato da questa tornata visti i risultati in crescita dei singoli partiti che lo sostengono, tuttavia hanno avuto un buon riscontro pure il Partito Democratico (centro-sinistra) e la lista dei Verdi-Sinistra (soprattutto per il caso mediatico di una militante antifascista candidata a seguito del suo arresto e processo in Ungheria). Cattivo, invece, l’esito delle liste «euroentusiaste» (centro) e del Movimento 5 Stelle (populisti orientati ad un campo progressista di sinistra). Nel contesto italiano hanno brillato, per preferenze personali espresse nelle urne, la presidente del Consiglio Meloni (quasi 2,4 milioni) e il generale dell’esercito Roberto Vannacci (oltre 500.000), candidato con la Lega del vicepresidente Salvini, e accusato dalla stampa di «filofascismo, omofobia e razzismo».

Permettetemi però di dare uno sguardo complessivo e di considerare che, salvo singole eccezioni, sono ben pochi i movimenti, tanto a livello italiano che europeo, in grado di esprimere una rappresentanza alternativa allo «schema liberale». Anche tra i partiti di «destra», rari sono gli eletti con un profilo cattolico e una visione complessiva della crisi che investe la società. Il problema non è dunque solo la mancata affermazione, in termini numerici decisivi, di forze diverse rispetto a quelle che da sempre governano a Bruxelles e Strasburgo, ma la carenza di una strutturata alternativa parlamentare, in cui fioriscano idee veramente in contrasto col modello dominante. Il caso del Rassemblement National francese e dei suoi cedimenti sull’aborto sono un esempio valido, ma si potrebbero citare non pochi casi simili in altre parti d’Europa. Detto in sintesi: il guaio non è solo che l’alternativa non ha vinto ma che forse, a parte poche eccezioni, un’alternativa vera non si trova nei grandi partiti «identitari».


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