Dal capolavoro Cristo vita dell’anima di Dom C. Marmion (prefazione del Card. D. J. Mercier).


«Cristo, dice S. Paolo, possiede un sacerdozio infinito, perché egli sarà sempre»[1].

E questo sacerdozio è «secondo l’ordine», vale a dire a rassomiglianza «di quello di Melchisedech». S. Paolo ricorda questo personaggio misterioso dell’antico Testamento che raffigura, con suo nome e la sua offerta di pane e di vino, il sacerdozio e il sacrificio di Cristo. Melchisedech significa «Re di giustizia», e la Santa Scrittura ci dice che era «Re di Salem»[2], che significa «Re di pace». Gesù è re. Egli, nel momento della sua passione, ha affermato davanti a Pilato la propria sovranità[3]; egli è re di giustizia poiché compirà ogni giustizia; è re di pace[4]. Viene per ristabilirla quaggiù fra Dio e gli uomini. Ed è nel suo sacrificio che la giustizia finalmente soddisfatta e la pace finalmente recuperata, si sono date il bacio della riconciliazione

[…] Infatti per opera di Gesù Cristo, Uomo-Dio, suo Figlio adorato immolato sull’altare, ogni gloria e ogni onore sono resi al Padre[5]. Non c’è in tutta la religione, azione che tranquillizzi altrettanto l’anima, convinta del suo nulla e desiderosa di rendere a Dio omaggi che non siano indegni della grandezza divina. Tutti gli omaggi riuniti della creazione e del mondo dei beati non rendono al Padre Eterno la gloria che Egli riceve nell’offerta di suo Figlio. È necessaria la fede per comprendere il valore della Messa, quella fede che è come una partecipazione alla conoscenza che Dio ha di sé stesso e delle cose divine. Nella luce della fede, noi possiamo guardare l’altare come lo guarda l’Eterno Padre.

[…] Che confidenza dobbiamo avere in questo sacrificio di espiazione! Qualunque siano le nostre offese e la nostra ingratitudine, una S. Messa dà più gloria a Dio che non gliene abbiano tolta, per così dire, tutte le nostre ingiurie. «O Eterno Padre, guardate questo altare, guardate il vostro Figlio che mi ha amato e si è dato per me sul Calvario, che ora vi presenta per me le sue soddisfazioni infinite[6] e dimenticate queste colpe che ho commesse contro la vostra bontà! Io vi offro questa oblazione in cui trovate le vostre compiacenze, in riparazione di tutte le ingiurie fatte alla vostra divina maestà».

[…] C’è una partecipazione più intima, che noi dobbiamo cercare di effettuare. Cos’è questa partecipazione? È di identificarci, per quanto possiamo, con Gesù Cristo nella sua doppia qualità di pontefice e di vittima, per essere trasformati in lui. È possibile questo? Ho detto che al momento dell’Incarnazione, Gesù è stato consacrato pontefice e che, in quanto uomo, egli ha potuto offrirsi a Dio come vittima. Ora – ed è questa una verità che vi ho esposta lungamente – nella sua Incarnazione il Verbo ha associato ai suoi misteri e alla sua persona, per mezzo di una unione mistica, tutta l’umanità. L’umanità intera costituisce un corpo mistico, di cui Cristo è la testa, una società, di cui egli è il capo e di cui noi siamo le membra. Le membra non possono, per principio, separarsi dalla testa, né restare estranee alla sua azione.

L’azione per eccellenza di Gesù, quella che riassume la sua vita e completa tutto il suo valore, è il suo sacrificio. Come egli ha preso in sé la nostra natura umana, tranne il peccato, così egli vuole farci partecipare al mistero capitale della sua vita. Noi non eravamo certamente presenti col nostro corpo al Calvario, quando egli si è immolato per noi, dopo essersi sostituito a noi; ma egli ha voluto, dice il Concilio di Trento, che il suo sacrificio si perpetuasse, con la sua infinita virtù, per mezzo del ministero della sua Chiesa e dei suoi sacerdoti[7].

È vero. Solo i sacerdoti partecipano, per mezzo del sacramento dell’Ordine, al sacerdozio di Cristo e hanno il diritto di offrire ufficialmente il corpo e il sangue di Gesù Cristo. Ma tuttavia tutti i fedeli possono in modo vero, quantunque con un titolo interiore, offrire l’Ostia santa.

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[1] Eb. 7, 3.

[2] Gn. 14, 18; Eb. 7, 1.

[3] Gv. 18, 37.

[4] Is. 9, 6.

[5] Ordinario della Messa.

[6] Sal. 83, 10.

[7] Sess. XXII, cap. 1.

Imm.: Raffigurazione di Cristo Re nel polittico dell’Agnello Mistico di Jan van Eyck