Dal capolavoro Cristo vita dell’anima di Dom C. Marmion (prefazione del Card. D. J. Mercier) proponiamo queste utili riflessioni. Torneremo prossimamente su Isaia 53 (di cui qui si fa solo cenno) nell’ambito di un nuovo libro.


Il peccato, si disse, è il male di Dio. Questa parola, come sapete, è strettamente esatta soltanto secondo il nostro modo di parlare, poiché la sofferenza è incompatibile con la divinità. Il peccato è il male di Dio, poiché è la negazione, fatta dalla creatura, dell’esistenza di Dio, della sua verità, della sua sovranità, della sua santità, della sua bontà. Che fa quest’anima della quale vi ho parlato, compiendo liberamente un’azione contraria alla legge di Dio? Praticamente essa nega che Dio sia la sovrana sapienza e che abbia il potere di stabilire delle leggi. Praticamente nega che Dio sia la somma potenza ed abbia il diritto di esigere obbedienza dagli esseri che gli devono la vita. Essa nega che Dio sia la somma potenza degna di essere preferita a tutto ciò che è lei stessa.

Essa abbassa Dio al disotto della creatura. Non serviam: «Io non vi riconosco; io non vi servirò»; quest’anima ripete la parola del ribelle nel giorno della sua rivolta.

[…] Tradito da uno dei suoi apostoli, abbandonato dagli altri, rinnegato dal loro capo, Gesù Cristo, diventa, nelle mani del servidorame, un oggetto di burla e di oltraggio. Guardatelo, il Dio potentissimo, schiaffeggiato; il suo volto adorabile, che forma la gioia dei santi, è coperto di sputi. Lo flagellano, affondano una corona di spine sulla sua testa; gettano per derisione un mantello di porpora sulle sue spalle; gli mettono una canna in mano; poi quei servitori piegano il ginocchio davanti a lui con le più insolenti canzonature. Che abisso d’ignominie per Colui, davanti al quale tremano gli angeli!

Contemplatelo, il padrone dell’universo, trattato da malfattore, da impostore, messo alla pari con un ladro insigne che la folla gli preferisce. Guardatelo, gettato fuori dalla legge, condannato, attaccato alla croce tra due ladri, sopportando il dolore dei chiodi affondati nelle sue membra, mentre la sete lo tortura. Egli vede il popolo, che ha colmato di benefici, scuotere la testa in segno di disprezzo; sente gli odiosi sarcasmi dei suoi nemici: «E che! Egli ha salvato gli altri e non può salvare sé stesso; discenda dunque dalla croce e allora, ma allora soltanto noi crederemo in lui». Che umiliazione e che obbrobrio!

[…] Contempliamo questo quadro commovente delle sofferenze di Cristo, tracciato molto tempo prima dal profeta Isaia. Non dobbiamo tralasciare una sola linea, ma leggere tutto, poiché tutto è importantissimo. «Molti sono rimasti stupefatti vedendolo, tanto era sfigurato, il suo aspetto non era più quello di un uomo, né il suo viso quello dei figli degli uomini; non aveva più forma né bellezza per attirare i nostri sguardi, né apparenza per eccitare il nostro amore; era disprezzato e abbandonato dagli uomini; uomo di dolore, sfigurato dalla sofferenza, oggetto davanti al quale ci si copre il viso; era disposto al disprezzo e noi non abbiamo badato a lui. In verità egli era carico dei nostri dolori; e noi lo guardavamo come un uomo punito, colpito da Dio e sottoposto all’umiliazione. È stato trafitto per i nostri peccati e spezzato per le iniquità di tutti noi. Lo maltrattano; egli si sottomette alla sofferenza e non apre bocca, simile all’agnello che conducono al macello, alla pecora muta davanti a coloro che la tosano. È stato messo a morte con un’ingiusta condanna e, dei suoi contemporanei, chi ha pensato che egli veniva tolto dalla terra dei viventi, che il dolore lo colpiva per i peccati del suo popolo? Poiché è piaciuto al Signore di spezzarlo con la sofferenza»[1].

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[1] Is. 53, 2 seg.

Imm. in ev.: Reliquaire de la Sainte-Epine à Saint-Etienne, Jstribick, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons