di Luca Fumagalli

«Il suo messaggio è naturalmente l’unico possibile per un romanziere che è pure un sacerdote cattolico. Ossia che in un mondo di nuove teorie, nuove religioni, nuove morali, nuove filosofie, nuove comprensioni o incomprensioni culturali, l’unica Chiesa vera e universale non può e non vuole cambiare».

Così scriveva nel 1931 Patrick Braybrooke a conclusione di un suo breve e pionieristico saggio dedicato allo scrittore John Ayscough, pseudonimo di mons. Francis Bickerstaffe-Drew (1858-1928). Figura minore del panorama letterario britannico tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, oggi poco conosciuto persino tra gli stessi cattolici d’oltremanica, Ayscough ha pubblicato un numero impressionante di libri, i quali, almeno in vita, gli garantirono un pizzico di notorietà.

Nato a Headingley, un sobborgo di Leeds, il futuro romanziere era il secondogenito di Harry Lloyd Bickerstaffe, un prelato anglicano, e di Elisabeth Mona Brougham Drew, di origini irlandesi. Studiò dapprima alla Edward VI Grammar School di Lichfield e allo St. Chad’s College, per iscriversi successivamente al Pembroke College di Oxford. Si convertì al cattolicesimo proprio durante l’università e nel 1884 venne ordinato sacerdote. Per parecchi anni servì come cappellano nell’esercito britannico e fu ciambellano privato sia di Leone XIII che di San Pio X. Divenne poi cavaliere dell’Ordine del Santo Sepolcro e conte nel 1909. Accanto agli impegni connessi ai vari incarichi, il monsignore non si dimenticò mai della sua passione per la narrativa: in tutto pubblicò circa una trentina di romanzi a scopo edificante, firmando anche articoli occasionali e racconti brevi.

Il suo lavoro più noto è probabilmente San Celestino (1909), dedicato alla parabola umana e spirituale dell’eremita Pietro da Morrone, destinato a diventare papa col nome di Celestino V. Oltre a costituire un’appassionata difesa della vita contemplativa, il romanzo è il delicato ritratto di un’anima innamorata di Dio, unicamente interessata a compiere la Sua volontà. Ayscough sfugge alle trappole dell’opera “a tesi” grazie a una prosa limpida, che scorre con singolare chiarezza, capace, anche attraverso un sapiente uso dell’ironia, di mostrare i vari punti di vista senza banalizzazioni o forzature.

Interessante è pure Marotz, romanzo del 1908 che narra l’esperienza in convento di una fanciulla siciliana, ma anche Hurdcott (1911) o Monksbridge (1914) – la bonaria satira di una comunità protestante tutta noia e convenzioni – non sono affatto male.

Da ultimo merita di essere segnalato il toccante racconto The Release, la storia di una donna che ogni sera, per venticinque anni, si reca alla stazione nella vana speranza di rivedere il proprio marito, il quale, purtroppo, è morto da tempo.



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Immagine di copertina tratta dal volume di Patrick Braybrooke, Some Catholic Novelists: Their Art and Outlook (1931).