Dal libro appena pubblicato di Francesco Avanzini, La bellezza armata. Vir Pugnator: per un Medioevo del III millennio, proponiamo questa utile rilfessione introduttiva. Buona lettura!


Viviamo nel tempo dello smarrimento e della dimenticanza. Stiamo smarrendo i tratti fondamentali della personalità umana, stiamo dimenticando chi siamo e da dove veniamo, avviati sul sentiero di un futuro incerto, che fa intravedere i tratti di una folle distopia. Da tempo e da più parti arrivano segnali inquietanti che fanno temere per il futuro non solo dell’uomo occidentale ma addirittura dell’intera specie umana. Nel corso della storia ci sono state sicuramente fasi oscure in cui i valori della vita e della dignità umana venivano come calpestati o messi in sottordine di fronte al prevalere di interessi, sfruttamento e violenze. Sono ancora sanguinanti le ferite causate dai totalitarismi del XX secolo e andando a ritroso nel tempo lo schiavismo, il razzismo, l’odio contro la religione, hanno scritto molte pagine tenebrose.

I manuali di storia, di una storia interpretata secondo i canoni del pensiero unico e politicamente corretto, descrivono il cosiddetto Medioevo come l’epoca più oscura. Guardando alla realtà e alla successione dei fatti, si direbbe che, invece, sono proprio il secolo scorso e quello attuale a poter essere a buon diritto definiti bui. Mai come in questa epoca al progresso scientifico e tecnico che sembra far progredire l’umanità verso mete inimmaginabili, si affianca un disprezzo e uno svilimento dell’umano. Si può affermare che l’uomo è sotto attacco dal suo concepimento fino alla sua morte. Si assiste a una costante perdita delle prerogative che fanno della nostra specie il culmine degli esseri viventi presenti in natura. Sembra quasi che si faccia a gara a instillare odio verso l’uomo. Così si è instaurata una china che rischia di percorrere in senso contrario il cammino del genere Homo. Ci sono segnali inquietanti che non dovrebbero sfuggire all’attenzione degli osservatori e dei media. Il lavoro, l’opera delle mani dell’uomo che, volto al bene, collabora all’ordine della Creazione, perde clamorosamente la sua dignità e il suo valore.

Il reddito di cittadinanza è l’ultima dimostrazione dell’asservimento umano a chi lo vuole inetto e pedina di un grande gioco i cui fili sono retti dalle mani di pochi. I disegni folli e perversi delle élites del World Economic Forum e altre analoghe organizzazioni ci stanno portando verso l’autoannientamento. Nelle città si assiste a una crescente presenza di animali selvatici, c’è una impressionante corruzione dei rapporti umani, un disprezzo della vita umana dal suo inizio al suo compimento mentre, parallelamente, si impone un crescente culto dell’ambiente e della vita animale, della natura personificata e deificata. E qui si fa strada anche il ritorno delle infauste idee malthusiane, secondo le quali il problema più grave dell’umanità sarebbe costituito dall’uomo stesso, dalla sua esistenza e quindi dalla sovrappopolazione del nostro pianeta. Concetto ampiamente smentito dagli studi scientifici più seri. Per questo e per altri motivi, compresa la crescente spesa sanitaria e pensionistica, sarebbe ormai ora, per molti, di considerare l’eutanasia alla stregua di una soluzione praticabile ed economicamente conveniente. Sembra quasi di essere tornati alle condizioni che determinarono il crollo di molti imperi. Ci mancava solo una funesta, ben orchestrata e malamente affrontata pandemia a completare il quadro.

Negli ambiti della cultura e del pensiero si è prodotto un grande cambiamento antropologico con il succedersi delle epoche storiche: la deriva è iniziata con l’Umanesimo quando la concezione integrale dell’uomo che proveniva dal retaggio della cultura cristiana, che aveva portato a evidenti e importanti acquisizioni, ha iniziato a frammentarsi in una serie di atti tra loro slegati, non più in rapporto con l’origine; è proseguita questa deriva con il Rinascimento, l’epoca di un vagheggiato, astratto ritorno all’antichità bucolica con il suo Pantheon fatto di ignoto[1]. Da Bacone, Hobbes e Comte fino a Hegel, Marx, Nietzsche (fervente ammiratore di Darwin per celebrare il quale coniò la famosa frase «Dio è morto») e Fukuyama, l’Autore del famoso saggio che decretava la fine della storia con il vagheggiato trionfo del capitalismo[2], si è tentato di condurre il pensiero e l’agire dell’uomo verso l’esaltazione dello Stato e, conseguentemente,  l’assoggettamento dell’individuo e, con esso, la perdita della sua dignità e libertà di creatura.                                                                                                                                   

In ambito politico la stessa democrazia, da sempre ritenuta la meno peggiore tra le forme di governo, come ebbe a dire Winston Churchill[3], vacilla perfino dove si riteneva avesse raggiunto la sua massima espressione. A ogni elezione la percentuale dei votanti è in costante calo, c’è una evidente disaffezione, un distacco dei cittadini dalla politica, in buona parte giustificato dallo scadimento della classe politica. In Italia, poi, una volta eletti i rappresentanti, i governi vengono formati dal 2009 al 2022 con criteri che non rispettano di certo la volontà degli elettori. La politica ha ceduto il passo alla grande finanza, il varo di governi cosiddetti tecnici sembra diventata la regola, non l’eccezione. I governi regolarmente eletti ma non graditi alle élites vengono varati tra mille difficoltà, oppure dopo poco tempo congedati.

Nel campo della morale i valori sono diventati un polveroso ricordo del passato, addirittura snobbati dai vertici del mondo cattolico. Il crollo delle evidenze è il refrain che costantemente ci sentiamo ripetere. La stessa gerarchia ecclesiastica, un tempo baluardo della difesa dell’umano, li ha deposti in nome di un dialogo che non si sa a cosa debba condurre e stempera la potenza del suo messaggio nell’abbraccio al mondo. Sembra che sia diventato superfluo quando non velleitario o controproducente affermare le verità eterne o parlare di legge naturale. Tutti questi fatti ci fanno quasi pensare che potrebbe avvicinarsi la fine della cristianità e del suo mirabile prodotto, la civiltà occidentale, e con essa addirittura la sopravvivenza del genere Homo. D’altronde le scienze naturali ci mostrano come una specie, quando non un intero genus, non sono eterni e pertanto potremmo assistere non più a una sostituzione di popoli ma addirittura alla scomparsa della umanità stessa. E questo in gran parte proprio per mano dell’uomo. Il transumanesimo è uno spettro che si avvicina sempre più minaccioso. Per fortuna e, per Grazia, il destino ultimo dell’uomo non è scritto nella sola biologia!

Di fronte a questo scenario due sono gli atteggiamenti che vediamo prevalere: cedere le armi, non manifestare, non giudicare, ripiegarsi su se stessi, scavare nell’intimo, rifugiarsi in un mondo dorato, il regno di una bellezza disarmata[4], atteggiamento che assomiglia tanto a una fuga dal mondo, con i caratteri della pavidità, una ritirata, un riparare in luoghi sicuri dove ci si possa sentire protetti; oppure, seconda possibilità, ubbidire, adattarsi, rassegnarsi e credere, o fare finta di credere, che ciò che avviene sia come ineluttabile e una sorta di prezzo da pagare in cambio del «progresso» che ci viene offerto dal potere. Due atteggiamenti che denotano una deprecabile passività.

Sono convinto invece che ci sia una terza via. Questa via è scomoda, finanche pericolosa per alcuni, sicuramente scorretta per i più, controcorrente. È la via della ripresa, della riscossa dell’umano. Con quali mezzi o, meglio, con quali armi? È quello che vorrei raccontare e provare a delineare in questo breve saggio dove ho raccolto le ultime riflessioni, frutto di letture e di scavo delle vicende di un’epoca, quella del cosiddetto Medioevo, che, ne sono convinto, ha ancora molto da dirci e che non ha esaurito del tutto il suo enorme lascito di un ordine e di una bellezza, oserei dire di una carica «rivoluzionaria» che ancora parla a chi ha orecchi e cuore attenti.

Vir pugnator è il tipo umano, non solo e non necessariamente maschile, di questa riscossa, un individuo che combatte, che non si impone con la sola bruta forza ma che ben conosce la direzione in cui andare, un individuo certo, che persegue in tutte le sue azioni il valore, la lealtà, la vera onestà intellettuale e morale, il coraggio. E che crede fermamente che la verità si affermi non sopprimendo la libertà ma in virtù della sua evidenza. A chi crede che la storia sia giunta a un punto di non ritorno verso la sua fine, a chi ha deposto le armi e ceduto ai potenti, a chi si è sottomesso in nome di vane promesse, prerogativa degli idoli, si oppone qui qualcuno che grida, certo che ci sia Qualcuno che ancora accoglie questa supplica. Questo scritto si articola in varie sezioni che ripercorrono eventi e ne prefigurano di nuovi, tutti comunque legati da un filo, rappresentato dal riscatto della antica e sempre nuova tradizione, fatta di personaggi, di gesti, di musica e grande letteratura, di liturgia, alla ricerca del vero volto di una umanità ferita ma che ancora lotta per affermare la sua dignità e la sua unicità. Una vera controrivoluzione.

Una sola nota resta da sottolineare. In tutto il libro il termine Medioevo viene sostituito dalla dicitura era cristiana o millennio o evo cristiano. È da rigettare infatti la leggenda dei secoli bui e il ricorso al termine di Medioevo, ubiquitariamente utilizzato, che vorrebbe indicare una età di mezzo, oscura, quasi un incidente della storia, tra fulgide epoche della storia umana.

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[1] Giussani, L.: Il senso di Dio e l’uomo moderno. BUR, 1994.

[2] Fukuyama F.: Fine della storia. Rizzoli, 1992.

[3] Churchill W.: (Da un discorso alla Camera dei Comuni, novembre 1947) «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora». Fonte: https://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=22d7

[4] Carron J.: La bellezza disarmata. Rizzoli, 2016.

Imm.: Jean-Marc Rosier from http://www.rosier.pro, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons