Ovviamente – e questo vale per personaggi trattati tanto nei vari articoli quanto nei libri – il giudizio complessivo su figure di spicco della letteratura, ora eccentriche, ora controverse, deve tenere come supremo criterio quello della Dottrina Cattolica: salvare il buono, rigettare il cattivo, usare prudenza per tutto [RS]
di Luca Fumagalli
Sostenitore della causa distribuitista e artista poliedrico che passava senza soluzione di continuità dal disegno alla scrittura, dalla tipografia alla sala conferenze, Eric Gill (1882-1940) è stato molto probabilmente l’intellettuale cattolico più popolare in Gran Bretagna tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Particolarmente noti sono i suoi lavori scultorei per la Cattedrale di Westminster, il centro di produzione della BBC e il Palazzo delle Nazioni a Ginevra, e ancora oggi i caratteri tipografici da lui inventati sono comunemente impiegati nei programmi di videoscrittura.
Tuttavia, dopo la morte, la portata rivoluzionaria dell’arte di Gill è stata parecchio ridimensionata, e anche come apologeta il suo contributo appare in fondo modesto, soprattutto se paragonato a quello di coevi quali Chesterton e Belloc. Nel 1989, poi, la pubblicazione di una nuova biografia a firma di Fiona McCarthy ha svelato i retroscena più scabrosi e soncertaqnti della sua vita, con un catalogo di perversioni che vanno dal tradimento coniugale all’incesto (per tacere del resto). È avvenuto così che la stessa Chiesa inglese ha preferito dimenticarsi di lui e anche in tempi recenti non sono mancati gli appelli per far rimuovere i suoi lavori esposti in pubblico.
Pure la produzione artistica di Gill in ambito religioso tradisce talvolta un’eccessiva commistione tra spirituale e carnale che scade in un erotismo blasfemo. Non è altro che il frutto di un “cattolicesimo queer“, profondamente e gravemente ambiguo, a tinte decadenti, in dialogo con la cultura orientale.
Esempio emblematico di un simile atteggiamento – non l’unico e non certo il più clamoroso e riprovevole – è quello offerto dalla tomba di Oscar Wilde. Il progetto vanne in realtà affidato allo scultore americano Jacob Epstein, ma questi volle sin da subito avvalersi della collaborazione di Gill, un amante dei libri dello scrittore irlandese (addirittura si è detto che non riuscisse a leggere La ballata del carcere di Reading senza piangere). Inoltre Gill condivideva con Wilde la convinzione che l’arte fosse sostanzialmente inutile, nel senso che «non ha niente a che vedere col mostruoso sudiciume dell’uomo d’affari e del suo mondo meccanizzato», e quasi certamente anche la reputazione crescente di Wilde quale martire per la causa della libertà sessuale ebbe un certo peso nella sua adesione all’iniziativa.
Nel 1908, quando Robbie Ross avvicinò Epstein, l’idea era di creare qualcosa che richiamasse l’arte greca, ma poco alla volta si virò verso un’estetica più orientaleggiante. Epstein e Gill erano soliti frequentare il British Museum e il Victoria and Albert Museum per ammirare la scultura indiana, assira ed egiziana, e alla fine lo storico dell’arte Anan Coomaraswamy, un comune amico, dovette convincerli delle molteplici possibilità offerte dalla commistione tra queste influenze – caratterizzate pure da una franca rappresentazione del sesso e del corpo – e la pratica scultorea modernista.
Ne risultò una strana sfinge angelica dall’aspetto ieratico i cui enormi genitali non mancarono di suscitare scandalo quando, nel 1912, la scultura venne posizionata nel cimitero parigino di Père-Lachaise. Dapprima i genitali furono occultati con del gesso, poi si decise di coprire l’intera tomba con un telone; infine, si preferì ripiegare su una più discreta placca di bronzo a forma di farfalla che in seguito venne rimossa dal pessimo Aleister Crowley in persona.
Epstein e Gill, al quale sono da attribuire sia la scritta commemorativa che l’incisione delle ali, vollero evidentemente omaggiare il più famoso “dissidente sessuale” con una scultura che fosse parimenti scandalosa. In tal modo, però, hanno finito per eliminare ogni possibile richiamo religioso, riducendo il tutto a un’operazione fine a se stessa che lascia con l’amaro in bocca.









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