Dal capolavoro Cristo vita dell’anima di Dom C. Marmion.


[…] Quando contempliamo le azioni di Gesù Cristo, i suoi misteri, sia leggendo il Vangelo, sia percorrendo una Vita di nostro Signore, sia sotto la guida della Chiesa nel corso dell’anno liturgico, avviene che un bel giorno una parola, che abbiamo più volte letta e riletta, senza che ci abbia colpito in modo particolare, prenda tutto ad un tratto un rilievo soprannaturale che finora non le conoscevamo. È un lampo di luce, che lo Spirito Santo fa, improvvisamente, scaturire dal fondo dell’anima; è come la rivelazione subitanea di una sorgente di vita finora insospettata; è come un orizzonte nuovo, più esteso, che si apre davanti agli occhi dell’anima; è come un nuovo mondo nascosto che lo Spirito ci scopre. Lo Spirito Santo, che la liturgia chiama «il dito di Dio», Digitus Dei[1], incide, imprime nell’anima questa parola divina.

[…] La fede ci rivela l’incomprensibilità di Dio. Quando noi siamo arrivati a vedere che Dio supera infinitamente tutto le nostre concezioni, allora siamo arrivati al punto nel quale noi cominciamo a comprendere ciò che è Dio. Le idee che abbiamo di Dio, per quanto puramente analogiche, ci manifestano tuttavia qualche cosa delle perfezioni e degli attributi divini. Nell’orazione di fede, l’anima comprende che l’essenza divina, com’è in se stessa, nella sua semplicità trascendente, non è nulla di ciò che ci rappresenta l’intelligenza, anche se aiutata dalla Rivelazione.

[…] L’anima ha allontanato dal suo occhio tutto ciò che i sensi, l’immaginazione, l’intelligenza stessa, fino ad un certo punto, le presentavano, per fermarsi là dove la fede pura mostra Dio. L’anima è progredita, passando successivamente per la sfera dei sensi e dell’immaginazione, delle conoscenze intellettuali, dei simboli rivelati. È arrivata al velo del Santo dei santi. Sa che Dio si nasconde dietro questo velo, come nelle tenebre; quasi lo tocca, ma non lo vede. In questo stato dell’orazione di fede, l’anima resta raccolta in Dio, al quale si sente unita malgrado le tenebre, che soltanto la luce beatifica farà sparire. Essa prova, senza molto variare le sue affezioni, la felicità di restare là davanti a Dio[2]. È un inizio dell’orazione di tranquillità. Si può affermare che molte anime, fedeli alla grazia, vi arrivano.

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[1] Inno Veni Creator.

[2] Ct. 2, 3.

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