del Guelfo Rosa

Chi frequenta questo sito sa che la nostalgia del fascismo mussoliniano, tricoloruto e statolatra, non è di casa. Prima che il solito esercito di orchetti arcobaleno inizi a blaterare, invitiamo a dare una rapida occhiata alle nostre pubblicazioni e a notare il volume Magistero Politico – Insegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristiano, dove tra gli estratti di encicliche raccolte si trovano ampi stralci della Non abbiamo bisogno (1931) e della Mit Brennender Sorge (1937). Forse nel mondo degli unicorni rosa non sanno di che si tratta? Pazienza.

Detto in breve: se in altri testi non abbiamo mancato di evidenziare alcuni buoni risultati raggiunti dal Ventennio, risulta pacifico a tutti che chi oggi si mette in fez e camicia nera, non fa altro che consegnare un macchiettistico regalo a quel mondo liberal-sinistro così a corto di argomenti e perennemente alla ricerca di uno spauracchio da agitare. Dunque il tema del pezzo non è quanto è brutto Mussolini, ma quanto è brutta la serie di M.

Anzi, brutta brutta non è. Si può dire che è caratterizzata da 3 M: Melassa, Mediocrità, Mamma che barba.

Già il principio non entusiasma: si parte dalle immagini originali di Piazzale Loreto, con tanto di macabri particolari sui corpi deformati. È importante notarlo perché tutta la pellicola pare una giustificazione, o almeno un inquadramento, di quel fatto. Pur senza voler fare processi alle intenzioni, sembra affiorare un ragionamento del tipo: “Sì, è atroce quello che hanno fatto nel 1945 a Milano, ma adesso vi facciamo vedere come se lo sono meritati. Guardate bene come si arriva lì”.

Non a caso la serie è permeata da una violenza insensata, continua e ostentata, ovviamente a senso unico o quasi, ça va sans dire. Roba che il fascismo sarebbe finito in una rissa prima di compiere un anno.

Ad un certo punto arriva una scena trash da B-movie in cui a un socialista prendono fuoco i capelli con la velocità della benzina. È poi un susseguirsi di momenti pulp, con cherry pickinkg storico, che convincono a malapena qualche signorina del ceto medio semicolto. Il tutto condito con espedienti penosi come quello della camionetta fascista che, in piena notte, schiaccia involontariamente una povera ranocchia su una strada di campagna. E dire che pure dopo il 1945 qualche animale investito dalle automobili lo si è rinvenuto. Deve essere un complotto nero!

Marinelli, lo si dica con benevolenza, non assomiglia al Duce, sembra più Tonino Di Pietro o Julius Evola, l’accento poi pare confezionato con un mix di Peppone e Maurizio Landini.

Insistenti spolverate di sesso ammantano le puntate: servono probabilmente ad evitare che lo spettatore vada a vedere Porta a Porta, dove può trovare un conduttore forse più simile al Cavalier Benito.

Ad un certo punto si sente una bestemmia mozzata, del resto tutti gli episodi tracimano di volgarità serenamente evitabili. La fotografia è buona: e ci mancherebbe altro, con tutti i soldi della produzione Sky.

Qualche intuizione felice sulle contraddizioni del fascismo qua e là emerge, ma è annegata nella melassa. Sull’aderenza storica si potrebbe aprire un grande capitolo, ma si è già detto fin troppo. Si noti però che la scappatoia invocata da alcuni, per cui ai prodotti cinematografici si perdona la distanza dalla realtà, qui non funziona: non è invocabile perché questa serie esiste solo in funzione di quella specifica storia proposta in versione polemica. Se si grida al lupo nero per fare ascolti, poi non si può dire chi se ne importa se non è lupo e non è nemmeno nero.

E qui si arriva al pradosso: la serie di M finisce per essere una pubblicità al fascismo. Non solo perché arrovellarsi su un argomento significa tenerlo al centro dell’attenzione (“bene o male, purché se ne parli”) ma per una ragione più semplice. Se un’orda di sbandati, erotomani, sadici e banderuole ha spodestato in poche mosse un’intelligente e compassata classe politica liberale e socialista, vuol dire che anche questa valeva ben poco. Se la mediocrità toccava i fascisti, allora riguardava inevitabilmente pure quelli che di fronte ai fascisti si sono politicamente sciolti come neve al sole.

Se Atene piange, Sparta non ride. Ma soprattutto, prima o poi, il pubblico cambia canale.


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