Nell’ufficio di Mattutino della Domenica di Sessagesima la nostra Santa Madre Chiesa Romana medita sul peccato originale rileggendo un passo del «De Noe et arca» di sant’Ambrogio.

Si legge che il Signore si adirò: perché sebbene avesse pensato, o meglio, sapesse che l’uomo, posto in questa terra sotto il peso della carne, non possa essere senza peccato (ché la terra è come un luogo di tentazione e la carne un incentivo di corruzione), tuttavia, pur essendo dotati di ragione e pur avendo la forza dell’anima per governare il corpo, senza ritegno alcuno precipitaron nell’abisso da cui non volevano risollevarsi. Dio non la pensa come gli uomini, così che un giudizio nuovo abbia a succedere in lui a uno precedente, né si adira quasi soggetto a cambiamento: ma perciò si leggono di lui queste cose, per far intendere la gravezza dei nostri peccati, che meritò la disgrazia divina: come se le colpe fossero giunte a tale eccesso che lo stesso Dio, il quale per sua natura non è mosso né da ira, né da odio, né da alcun’altra passione, ne sembri provocato a sdegno.

Di più egli minacciò di sterminare l’uomo. «Sterminerò, disse, dall’uomo fino agli armenti, e dai rettili fino ai volatili». In che avevano mancato gli esseri irragionevoli? Ma siccome essi erano stati fatti per l’uomo, distrutto colui per il quale erano stati fatti, ne conseguiva che anch’essi fossero distrutti, non essendoci più chi se ne sarebbe servito. In un senso più alto ciò prova questo: che l’uomo possiede una mente capace di ragionare. L’uomo infatti si definisce un animale vivo, mortale, ragionevole. Spento in lui il meglio, si spegne ancora ogni senso: perché non gli rimane più nulla che possa salvarlo una volta che sia venuto meno il fondamento della salvezza, la virtù.

A condanna poi degli altri uomini e ad esprimere la divina bontà, si dice che Noè trovò grazia presso Dio. Con ciò si mostra ancora che le colpe degli altri non offuscano quest’uomo giusto, perché egli è conservato per essere il padre di tutto il genere umano. Ed egli non è lodato per la nobiltà dei natali, ma per il merito della sua giustizia e santità. Infatti la nobiltà d’un uomo dabbene, è il numero delle sue virtù: perché come la nobiltà degli uomini viene dagli uomini, così quella delle anime viene dalle virtù. Infatti una famiglia è illustre per lo splendore della stirpe, ma ciò che rende illustri le anime è lo splendore delle virtù.


🔴 Schuster, Liber Sacramentorum – Domenica in Sessagesima

🔴 Commento di San Gregorio al Vangelo della Sessagesima 

🔴 Meditazione sul peccato originale.



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