di Luca Fumagalli
Anthony Burgess, autore del romanzo Arancia meccanica, reso celebre dall’omonimo adattamento cinematografico di Stanley Kubrick, aveva ripreso a frequentare Graham Greene intorno al 1975. Per fuggire alla pressione del fisco britannico, si era infatti trasferito a Monte Carlo, a breve distanza di treno da Antibes, dove Greene viveva ormai dall’inizio degli anni Sessanta. A riavvicinarli, dopo un primo abboccamento nel periodo post-bellico, oltre alla stima reciproca, avevano contribuito pure i numerosi articoli che Burgess aveva di recente dedicato al collega, un’occasione non solo per commentarne l’opera, ma pure per condurre riflessioni personalissime su cosa significhi essere un romanziere cattolico.
Se Burgess ammirava lo stile di Greene, non sempre condivideva gli assunti morali su cui erano basati i suoi romanzi. Anzi, dopo Il fattore umano (1978), aveva iniziato semplicemente a detestarli: «Greene è ossessionato dall’idea che commettere il male sia un modo per affermare la propria identità. Solo Dio è buono, perciò tutto quello che fanno gli uomini non lo è». Inoltre, a suo parere, l’opera di quest’ultimo era viziata dalla visione deterministica di un’umanità irrimediabilmente malvagia, incapace di qualsiasi progresso morale o perfezionamento.
Il 14 marzo 1980 l’«Observer» pubblicò una sua lunga intervista a un Greene interessato più che altro a controbattere a chi lo accusava di essere ossessionato dall’idea del male: «Nessuno nei miei libri è dannato, nemmeno Pinkie in Brighton Rock. Scobie ne Il nocciolo della questione fa di tutto per dannarsi, ma la possibilità di una sua salvezza rimane aperta. […] Nessuno, nemmeno la Chiesa, ne sa abbastanza sull’amore e sul giudizio divino per essere sicura che qualcuno sia all’inferno». E nel finale emerge il suo spirito più eterodosso: «L’inferno potrebbe essere necessario, ma non credo ci sia davvero qualcuno». Da notare la curiosa contraddizione per cui, durante l’intervista, Burgess – nato e cresciuto in una famiglia cattolica di Manchester, ma apostata da tempo – appaia più incline rispetto a Greene a toccare temi teologici.
L’amicizia tra i due ebbe termine nel 1988. Le circostanze dell’accaduto sono riportate in un paio di lettere di Greene, entrambe spedite a Burgess il 17 giugno. Nella prima scriveva: «Ho sentito che mi hai attaccato piuttosto brutalmente al programma televisivo francese Apostrophes per la mia età avanzata, e sul periodico “Lire” per la mia corrispondenza con Kim Phliby [spia al soldo dei sovietici ndr]. […] Per la cronaca ho 83 anni e non 86 e spero che anche tu possa serenamente raggiungere questa età. Su “Lire”, poi, si è detto che abbia scritto quasi tutti i giorni a Philby prima della sua morte. In realtà ho ricevuto da lui solo una decina di lettere nell’arco di vent’anni».
La seconda lettera non ammetteva repliche: «Ho ricevuto un altro ritaglio nel quale tu sostieni che ti abbia raccontato di un marito addolorato che si è messo a gridare attraverso la mia finestra (difficile dal momento che abito al quarto piano). O sei un mentitore seriale o sei instabile e dovresti vedere un dottore».
Burgess diede la sua versione dei fatti qualche tempo dopo, in un articolo intitolato Il peccatore al nocciolo della questione, apparso sul «Daily Telegraph» il 4 aprile 1991, il giorno dopo la morte di Greene. Lo scrittore spiegò che l’amicizia tra loro era finita a causa di alcune lettere al vetriolo inviategli dall’ex sodale, vergate con una calligrafia raffinata che mal si accompagnava ai contenuti rancorosi.
Anche il necrologio di Greene, che venne pubblicato anonimo dal «Daily Telegraph», era frutto della penna di Burgess: «È uno scrittore pericoloso la cui teologia è inaffidabile. I cattolici inglesi, anche i convertiti, sono maggiormente tentati dall’eresia rispetto ai figli della cristianità barocca e mediterranea. La più grande tentazione è offerta dell’eresiarca britannico Pelagio, un monaco che negava il peccato originale, dubitava del bisogno della Grazia divina, e credeva che l’uomo potesse raggiungere una sorta di perfezione in virtù solamente sei suoi sforzi. […] Tuttavia nella narrativa di Greene, c’è poco empirismo (che ha qualcosa di pelagiano). Vi sono invece paradossi e anomalie – il peccatore che è veramente un santo, il filantropo che è in realtà un distruttore». Il giudizio finale è che Greene, nonostante fosse attratto dal neo-pelagianesimo promosso dai regimi comunisti, in particolare in Sud America, nei suoi romanzi mostrava invece un’umanità senza speranza, marcia e corrotta fino al midollo.


Seguite Radio Spada su:
- Libreria: www.edizioniradiospada.com;
- Telegram: https://t.me/Radiospada;
- Gloria.tv: https://gloria.tv/Radio%20Spada;
- Instagram: https://instagram.com/radiospada;
- Twitter: https://twitter.com/RadioSpada;
- YouTube: https://youtube.com/user/radiospada;
- Facebook: https://facebook.com/radiospadasocial
Immagine di copertina: Anthony Burgess (a sinistra) e Graham Greene (a destra) a un cocktail party ad Antibes nel 1981. (https://www.edwardquinn.com/photos/details/?photo_id=32913).
