di Luca Fumagalli

Annoverato tra gli autori “minori” del cattolicesimo britannico, Philip Gibbs (1877–1962) è stato un giornalista e scrittore dalla carriera lunga e prolifica, oggi ricordato soprattutto per il ruolo svolto come corrispondente durante la Prima e la Seconda guerra mondiale (anche se in quest’ultimo caso si trattò di un’esperienza piuttosto breve). Purtroppo della sua vastissima bibliografia non è mai stato tradotto nulla in italiano, così come arduo rimane anche solo trovare qualche notizia un minimo approfondita circa la sua produzione narrativa. Giusto per fare un esempio, nell’ottimo Faithful Fictions di Thomas M. Woodman, una storia della letteratura cattolica nell’Inghilterra del XIX e del XX secolo, a Gibbs sono dedicate una manciata di righe o poco più, mentre nell’analogo studio The Pen and the Cross di Richard Griffiths il suo nome non compare nemmeno.

Tra tutti i romanzi che scrisse, tre in particolare spiccano per la qualità della prosa e la loro finalità apologetica. Va rimarcato inoltre che Gibbs non scade mai nell’opera “a tesi”, riuscendo ogni volta a incastonare l’ipotesi salvifica offerta da Cristo e dalla Sua Chiesa all’interno di una trama ben congeniata e avvincente.

Il primo, The Age of Reason (1921), è una profonda riflessione sulla fragilità intrinseca di quell’ottimismo secolarista che la Grande guerra ha spazzato via in un batter d’occhio. In questo romanzo Gibbs se la prende in particolare con coloro che idolatrano la scienza senza vederne i limiti, esattamente come fa il professor Hesketh Jerningham, il quale afferma di credere nella «religione della ragione». Accecato da quelle che lui reputa le infinite possibilità offerte dal progresso, tenta prima un’operazione di ringiovanimento sul proprio padre che però ha esiti nefasti e nell’epilogo assiste impotente al suicidio del genero. La vera età della ragione, lascia intendere Gibbs, è l’età della fede, e non è un caso che la cattolica Margaret, moglie del professore, rimanga dalla prima all’ultima pagina l’unico personaggio di buon senso in un mondo abitato da folli egocentrici in realtà tremanti al solo pensiero della morte, spaventati dal nulla che attende chi non ha alcun Dio. Notevole anche la figura del giovane curato Halliday il quale, infastidito dal modernismo che infesta la Chiesa d’Inghilterra, decide infine di farsi cattolico, aderendo così «alla Chiesa immutabile».

In Heirs Apparent (1923) l’autore segue invece da vicino la carriera del giovane Julian Perryman, tipico esponente della Oxford del dopoguerra. Al disprezzo che Julian nutre per un sistema universitario considerato oppressivo e manipolatorio segue la disillusione quando scopre che il giornale per cui lavora, esattamente come tutti gli altri, non ha alcun interesse per la verità, ma mira unicamente al facile guadagno. Suo padre, il direttore, è la perfetta incarnazione del servitore di parte e non è strano scoprire che le sue opinioni private non hanno nulla a che spartire con quello che si trova costretto a scrivere. La prospettiva orizzontale di una società abbruttita dal materialismo emerge con ancora più enfasi quando il reverendo anglicano Nye confessa alla figlia la sua intenzione di diventare cattolico: disinteressata a ogni questione spirituale, la ragazza è unicamente preoccupata del fatto che il padre perderà posto di lavoro e stipendio, costringendo la famiglia a dover tirare la cinghia per un po’.  

Infine, A Master of Life (1930) è l’affascinante parabola esistenziale di un imprenditore, Titus Harsnett, che rifiuta di soggiacere alle logiche della lotta di classe. Se in Inghilterra gli operai sono costretti a orari di lavoro massacranti con stipendi da fame – una situazione resa ancora più intollerabile dallo spettro della crisi economica –, Titus fa di tutto per essere un datore di lavoro responsabile. Inutile dire che nell’universo meschino di chi bolla i ricchi come il male assoluto e le classi lavoratrici come il bene, uno come lui è destinato a essere costantemente frainteso. Tuttavia, grazie a uno spirito indomito che non conosce ripensamenti, riuscirà infine a diventare, come da titolo, “un maestro di vita”, non perché nel frattempo è diventato ricco, ma perché si è dimostrato coraggioso, amorevole e generoso.



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Immagine di copertina tratta dal volume di Patrick Braybrooke, Some Catholic Novelists: Their Art and Outlook (1931).